Racconti terrificanti del passato: “u lepómene”


Storie di “incontri ravvicinati” con esseri terrificanti nel pieno della notte tra i vicoli della città di una volta, quando il buio, il silenzio e la paura lasciavano spazio alla fantasia popolare.
Molfetta Nera: le voci che arrivano dal buio.

Per comprendere davvero perché nella vecchia Molfetta potessero nascere racconti tanto inquietanti, bisogna provare per un momento a cancellare la città che conosciamo oggi e immaginare un altro mondo, lontano soltanto qualche generazione, ma distante anni luce dal nostro modo di vivere. Bisogna pensare ad un borgo completamente diverso: una città raccolta dentro le sue mura, fatta di vicoli stretti e tortuosi, dove dopo il tramonto il buio prendeva possesso delle strade e ogni rumore sembrava amplificarsi.

Il passo solitario di qualcuno che rientrava tardi, il cigolio improvviso di un vecchio portone, il latrare di un cane randagio nel silenzio della notte potevano trasformarsi, nell’immaginazione popolare, nel segnale di qualcosa di misterioso e terribile. Soprattutto d’inverno, quando il sole tramontava presto, la gente si rintanava nelle proprie abitazioni. Case spesso piccole e anguste, talvolta poco più che umili tuguri, prive delle comodità che oggi consideriamo indispensabili, senza acqua corrente e servizi igienici, illuminate la sera soltanto dalla luce tremolante di una candela o del focolare. In pochi ambienti vivevano intere famiglie numerose. Le porte venivano chiuse al calare della sera e fino all’alba nessuno aveva più motivo di attraversare quei vicoli silenziosi.

Era proprio in quelle ore sospese, quando la razionalità lasciava spazio alla fantasia, che nascevano i racconti più incredibili. Quella che oggi potrebbe tranquillamente sembrare l’ambientazione di un romanzo gotico, un set ideale per un film di vampiri, fantasmi o creature misteriose, era in realtà lo scenario quotidiano di una città antica, capace con le sue ombre di alimentare la fantasia collettiva. Le vecchie mura, le torri, le masserie fortificate sparse nell’agro, le strade illuminate soltanto dalla luna e il silenzio della notte erano elementi sufficienti per trasformare la realtà in leggenda.

L’immaginario popolare di quei tempi non aveva praticamente limiti. Tante erano le storie raccontate, tramandate di generazione in generazione, capaci ancora oggi di incuriosire i più temerari, affascinare gli appassionati di tradizioni popolari e magari attirare l’attenzione di qualche sceneggiatore. Racconti di presenze misteriose, di incontri inquietanti, di esseri surreali che secondo molti abitavano proprio quelle ore buie.

Molfetta, quella di un tempo, non era soltanto la terra delle “mesciàre”, le megere o fattucchiere che secondo la credenza popolare praticavano sortilegi, né quella dei “mòneceidde”, gli spiritelli notturni dispettosi e burloni, o delle “melòbre”, gli spettri maligni che popolavano le paure dei più piccoli. C’era anche un’altra figura, forse ancora più inquietante. Un essere capace di seminare terrore tra le persone che, per necessità, erano costrette ad attraversare le strade durante la notte. Il suo nome era “u lepómene”. Oggi diremmo: il lupo mannaro. O, meglio ancora, quello che per secoli molti credettero fosse un lupo mannaro.

Notti senza tempo, tra le pietre che raccontano tante storie, ma anche tante leggende.

A Molfetta forse è ancora possibile ascoltare qualche anziano raccontare antiche storie sul “lepómene”, il licantropo nella versione tutta molfettese, l’uomo che, secondo la tradizione popolare, nelle notti di luna piena sarebbe stato capace di trasformarsi in una creatura metà uomo e metà lupo.

Una figura terribile, dotata di una forza straordinaria, capace persino, secondo la leggenda, di trasmettere la propria maledizione attraverso un morso. Racconti di presunti “incontri ravvicinati” avvenuti nel pieno della notte, tra i vicoli di una città più piccola, più buia e certamente più misteriosa rispetto a quella attuale.

Immaginiamo per un momento quella scena. Un vicolo stretto della città vecchia. La luce della luna piena che si riflette sulle pietre consumate dal tempo. Il silenzio interrotto soltanto dal rumore dei passi di qualcuno che attraversa lentamente la strada. Da una finestra socchiusa qualcuno osserva una figura indistinta avanzare nell’oscurità. Una sagoma curva, inquieta, che sembra muoversi in modo insolito. Poi un rumore. Un respiro affannoso. Il latrato improvviso dei cani.

Per chi guardava da dietro una finestra, in un’epoca nella quale molte malattie erano ancora inspiegabili, quella scena poteva facilmente trasformarsi in qualcosa di terrificante. Poteva diventare la comparsa del “lepómene”.

I vecchi narravano spesso storie incentrate su questa figura: una creatura dalla forma quasi umana, di grande statura, agilissima e fortissima, la cui ira avrebbe potuto essere mortale per i malcapitati costretti, durante quelle notti, a lasciare il calore del focolare domestico. I racconti popolari si arricchivano continuamente di dettagli. Ogni persona aggiungeva qualcosa. Un particolare sentito dire. Un’esperienza forse realmente vissuta, ma interpretata secondo le conoscenze dell’epoca. Molte di quelle storie erano probabilmente frutto di autosuggestione, quando non erano addirittura completamente inventate. Ma non era soltanto la fantasia popolare ad alimentare la leggenda del “lepómene”. C’era dell’altro.

In una società nella quale la medicina aveva ancora grandi limiti e molte manifestazioni del corpo umano restavano inspiegabili, anche comportamenti oggi considerati normali o riconducibili a semplici disturbi potevano assumere significati completamente diversi. Accadeva così anche con l’insonnia.

In un tempo nel quale si andava a dormire con le galline e ci si svegliava al canto del gallo, il fatto che qualcuno restasse sveglio durante la notte, incapace di trovare riposo, non veniva considerato un semplice problema fisico o psicologico. La notte apparteneva al mistero. Era il momento in cui, secondo la credenza popolare, si muovevano spiriti, presenze oscure e creature soprannaturali. Per questo motivo, un uomo che non riusciva a dormire poteva facilmente diventare oggetto di sospetti.

L’insonnia non veniva interpretata come una condizione patologica, ma come il possibile risultato di un sortilegio, di una fattura o di un influsso maligno. Poteva essere, secondo la mentalità dell’epoca, una conseguenza di un amore trasformato in ossessione, oppure di una maledizione affidata alla “mesciàre” di turno. Se poi il fenomeno si ripeteva ciclicamente, magari proprio durante le notti di luna piena, e alla difficoltà di dormire si aggiungeva una forte agitazione, il bisogno di alzarsi dal letto e uscire all’aperto per cercare sollievo, allora il sospetto diventava ancora più inquietante. Quell’uomo, agli occhi della comunità, poteva trasformarsi lentamente in qualcosa di diverso. Non più soltanto un insonne. Non più soltanto una persona sofferente. Ma un “lepómene”. Il lupo mannaro.

Una lunazione dopo l’altra, una voce dopo l’altra, la paura collettiva finiva per costruire un mostro. La licantropia, dunque, non era soltanto una semplice credenza da relegare nell’ambito delle favole o dell’immaginazione popolare. Era spesso il modo con cui gli uomini del passato cercavano di spiegare ciò che non riuscivano a comprendere. Una malattia diventava un mistero. Un comportamento insolito diventava un segno soprannaturale. Una sofferenza diventava una leggenda. E proprio la leggenda del licantropo, in Puglia, affonda radici molto profonde.

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Secondo un antico racconto della mitologia greca, infatti, sarebbe stato proprio nella nostra terra che si sarebbe manifestata per la prima volta la doppia natura dell’uomo-lupo. La storia riguarda Licaone, mitico re dell’Arcadia, padre di cinquanta figli, fra cui Peucezio, colui che secondo la tradizione avrebbe dato il nome alla Peucezia, l’antica Terra di Bari. Licaone, secondo il mito, avrebbe compiuto un atto sacrilego sacrificando un figlio in onore di Zeus. Per questo il padre degli dèi, indignato per quella terribile empietà, lo avrebbe trasformato in un lupo. Da quel momento sarebbe nata la figura dell’uomo dalla doppia natura: metà uomo e metà bestia. Un’immagine destinata a sopravvivere nei secoli e ad attraversare culture e popoli diversi.

Nel Medioevo, poi, la figura del licantropo assunse caratteristiche ancora più cupe. Non era più soltanto una trasformazione mitologica, ma diventava spesso il risultato dell’intervento di forze oscure. La superstizione arrivò persino a individuare particolari condizioni che avrebbero potuto segnare il destino di una persona. Ad esempio, i bambini nati tra il 24 e il 25 dicembre, secondo alcune credenze popolari, sarebbero stati considerati portatori di una doppia natura, perché era ritenuto inconcepibile che altri esseri umani potessero condividere la stessa data della nascita di Gesù.

La leggenda, curiosamente, riguardava soltanto gli uomini. Le donne, almeno in questa particolare visione popolare, non sarebbero state contaminate dal presunto sangue lupesco. Anche i rimedi contro la licantropia raccontano molto della mentalità dell’epoca. Non si trattava di cure mediche, ma di veri e propri rituali di liberazione. In alcune zone della Puglia si raccontava che, per tre notti consecutive, un genitore dovesse sfiorare i piedi del bambino con un tizzone ardente, tracciando il segno della croce. Un’altra variante prevedeva addirittura che il piccolo venisse temporaneamente avvicinato al calore di un forno acceso, affinché la luce e il fuoco potessero allontanare la presunta influenza negativa.

Per gli adulti ormai considerati colpiti dalla maledizione, invece, esistevano rimedi ancora più inquietanti: durante la crisi sarebbe stato necessario ferire la fronte della persona, affinché, insieme al sangue, potesse uscire anche lo spirito maligno che la possedeva. Ma forse la spiegazione più sorprendente, e anche quella più vicina alla realtà, arriva proprio dalle memorie più recenti.

Secondo una convinzione tramandata fino a tempi non troppo lontani, molti dei “lepómene” altro non sarebbero stati che persone affette da asma. Uomini costretti, durante le crisi respiratorie, ad abbandonare il letto nel cuore della notte perché l’aria chiusa delle abitazioni rendeva ancora più difficile respirare. Persone che uscivano nei vicoli silenziosi della città cercando sollievo, ansimando, piegate dal peso della malattia. E quei respiri affannosi, quei lamenti improvvisi, quei passi nella notte attiravano inevitabilmente l’attenzione dei cani randagi.

Per chi osservava senza conoscere la causa reale di quella sofferenza, la scena poteva apparire davvero inquietante. Un uomo solo nella notte. Una figura curva illuminata dalla luna. Il respiro affannoso. I cani che abbaiavano. La paura faceva il resto. E così nasceva il “lepómene”.

Il mostro, dunque, forse non è mai esistito. Non aveva zanne. Non aveva artigli. Non si trasformava con la luna piena. Dietro quella figura spaventosa immaginata per generazioni c’era spesso soltanto un uomo malato, una persona che soffriva e che, in un’epoca priva degli strumenti per comprendere certe patologie, veniva trasformata dalla paura collettiva in qualcosa di diverso. Un essere misterioso. Un essere da evitare. Un lupo mannaro.

Ancora una volta, la leggenda racconta qualcosa di vero. Non la presenza di creature soprannaturali, ma il bisogno degli uomini di dare un nome a ciò che non riuscivano ancora a spiegare. E così, tra i vicoli bui della vecchia Molfetta, il “lepómene” è rimasto per sempre sospeso tra mito e realtà: non un mostro della notte, ma il fragile confine tra paura, ignoranza e sofferenza umana.

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