La melòmbre: l’ombra maligna che terrorizzava la Molfetta di una volta


Tra i vicoli della città vecchia, nelle case immerse nel buio e nelle stanze dove il sonno diventava paura, si tramandava la leggenda di una presenza oscura. Non un semplice fantasma, ma uno spirito maligno capace, secondo la tradizione popolare, di tormentare chiunque avesse la sventura di incontrarlo.
Si raccontava che apparisse nel buio, avvolta in un lungo velo nero, per poi scomparire senza lasciare traccia. La chiamavano melòmbre: un nome antico, una paura mai del tutto dimenticata.

Un racconto ispirato alla memoria popolare molfettese e alle ricerche di Angelo Boccanegra, instancabile cultore delle storie e delle tradizioni della nostra città.

C’è una Molfetta che non compare nelle cartoline, che non si lascia raccontare soltanto attraverso i suoi monumenti e le sue vicende storiche. È una città che riaffiora quando il rumore della vita quotidiana si spegne, quando i vicoli della città vecchia tornano a essere stretti corridoi d’ombra e le antiche abitazioni sembrano custodire, dietro le porte chiuse, segreti che nessuno ha mai raccontato fino in fondo.

È la Molfetta dei racconti tramandati sottovoce, delle paure che attraversavano le generazioni, delle presenze misteriose che gli anziani evocavano nelle lunghe serate d’inverno. Storie nate in un tempo in cui il buio avvolgeva davvero le strade, le finestre non lasciavano filtrare luci artificiali e ogni rumore, nel silenzio della notte, poteva assumere un significato inquietante.

Tra quelle storie ce n’è una che, per molto tempo, ha alimentato le paure della nostra gente. Una leggenda che non aveva bisogno di castelli lontani, di cimiteri abbandonati o di paesaggi sperduti per diventare terrificante. Le bastavano una casa, una stanza, un letto e l’oscurità. Il suo nome era malombra. Ma nel vernacolo molfettese, quello che ancora oggi conserva parole e suoni di un mondo scomparso, era conosciuta come la melòmbre. E, a quanto si raccontava, non era una presenza con la quale fosse prudente avere a che fare.

Una città, due mondi

Per comprendere la nascita e la diffusione di questa leggenda dobbiamo tornare alla Molfetta di un tempo, quando la città che conosciamo oggi era ancora profondamente diversa. Le strade del centro storico erano immerse nell’oscurità già dopo il tramonto. I vicoli, stretti e tortuosi, si trasformavano in passaggi silenziosi, mentre le abitazioni, illuminate da fiammelle tremolanti, custodivano famiglie raccolte attorno ai pochi lumi disponibili. Fuori, il buio. Dentro, ombre che si allungavano sulle pareti, scricchiolii improvvisi e rumori difficili da riconoscere. In un simile scenario, il confine tra ciò che si vedeva e ciò che si immaginava poteva diventare estremamente sottile.

A Molfetta, come in tanti altri centri del Sud Italia, le credenze popolari attribuivano un significato particolare agli avvenimenti inspiegabili. C’era chi raccontava di aver incontrato le masciare, le streghe della tradizione locale; chi temeva i monacelli, misteriose creature notturne; chi parlava di uomini capaci di trasformarsi in bestie, i cosiddetti lupomani. Ma, fra tutte queste figure, la melòmbre occupava un posto particolare. Non era semplicemente un’apparizione fugace, un’ombra intravista con la coda dell’occhio o lo spirito inquieto di un defunto. Nei racconti degli anziani, rappresentava qualcosa di più oscuro: una presenza maligna, capace di insinuarsi nella vita delle persone e di trasformare le loro notti in un tormento.

Non sappiamo quanto di quelle storie fosse frutto della paura, quanto derivasse da esperienze interpretate secondo le credenze dell’epoca e quanto fosse stato aggiunto, nel corso degli anni, dalla fantasia di chi le tramandava. Sappiamo, però, che la leggenda ha attraversato il tempo, conservando intatta una parte del suo fascino inquietante.

Il significato di un nome che incuteva paura

Ancora oggi, nella parlata locale, sopravvive un’espressione che rimanda direttamente a questa misteriosa figura. Come ricorda Angelo Boccanegra, dire «sté come a né melòmbre», ovvero «stare come una malombra», significa assumere un atteggiamento negativo, ostile, quasi capace di intralciare un progetto, un lavoro o un’iniziativa. È una di quelle espressioni che sopravvivono anche quando il mondo dal quale provengono sembra ormai scomparso. Le parole resistono, mentre le storie che le hanno generate rischiano lentamente di dissolversi. Ma che cosa indicava, in origine, quella parola?

Il termine malombra richiama l’unione di un’ombra e di una connotazione malvagia: un’immagine che restituisce immediatamente l’idea di una presenza oscura e ostile. Nella tradizione popolare molfettese, infatti, la melòmbre non coincideva con il fantasma inteso genericamente come anima di una persona morta. La sua natura era descritta in termini ben più inquietanti.

Non era necessariamente il ritorno di qualcuno che aveva lasciato questa terra con una pena da scontare o un conto rimasto in sospeso. Era, piuttosto, uno spirito maligno, una presenza della quale si ignoravano le origini e le intenzioni. Nessuno sapeva spiegare con certezza perché si manifestasse, perché scegliesse una determinata casa o perché prendesse di mira proprio alcune persone. E forse era proprio questa incertezza a renderla tanto temuta.

Di lei si raccontava, ma raramente si riusciva a dire qualcosa che permettesse di comprenderla davvero. La sua storia si alimentava di testimonianze, paure e particolari che passavano da una bocca all’altra, acquistando, a ogni passaggio, nuove sfumature.

Quando la notte entrava nelle case

Secondo le credenze popolari, la melòmbre infestava alcune abitazioni, manifestandosi soprattutto durante la notte, quando gli abitanti dormivano e il silenzio sembrava avvolgere ogni cosa. Non sempre si mostrava apertamente. Talvolta la sua presenza sarebbe stata annunciata da rumori inspiegabili, oggetti spostati o mobili che sembravano muoversi senza alcun intervento umano. Altre volte, invece, la paura nasceva da sensazioni più difficili da descrivere: un’inquietudine improvvisa, la percezione di non essere soli, la certezza che nella stanza fosse entrato qualcuno, nonostante porte e finestre fossero rimaste chiuse.

Nei racconti più terrificanti, tuttavia, la melòmbre non si limitava a turbare la quiete domestica. Avrebbe scelto una vittima, accanendosi contro di lei con una particolare ferocia. La persona tormentata poteva sentirsi immobilizzata durante il sonno, incapace di muoversi o di chiedere aiuto. Secondo la tradizione, lo spirito maligno sarebbe stato persino capace di sedersi sul petto del malcapitato, provocando una terribile sensazione di soffocamento. Una presenza invisibile, il corpo incapace di reagire, il respiro che sembra mancare. E intorno, nessuno che possa vedere o comprendere ciò che sta accadendo.

In una casa di un tempo, priva delle luci e dei rumori ai quali siamo abituati oggi, un’esperienza del genere doveva apparire ancora più spaventosa. Ma la leggenda della melòmbre custodisce un racconto in particolare, nel quale la paura sembra oltrepassare persino i confini del sonno.

La donna che si svegliava coperta di lividi

Fra le storie tramandate oralmente ce n’è una che ha per protagonista una donna tormentata, notte dopo notte, dalla stessa inquietante figura. Ogni mattina si risvegliava con il volto segnato da graffi e lividi. E ogni volta raccontava di aver vissuto, durante la notte, un’esperienza terribile. Nel sogno — o in quella che lei riteneva essere un’esperienza reale — compariva un’anziana signora dall’aspetto spaventoso, avvolta in un lungo velo nero, come una donna vestita a lutto. La figura entrava nella stanza, si avvicinava lentamente al letto e si sedeva sul petto della malcapitata. Poi cominciava a colpirla. La donna si svegliava terrorizzata, convinta di aver subito ancora una volta le violenze di quella misteriosa presenza. I segni sul suo corpo, raccontava, sembravano confermare quanto era accaduto.

La vicenda, sempre secondo il racconto popolare, arrivò al punto che i figli decisero di dormire nella stessa stanza della madre. Volevano capire che cosa succedesse davvero, verificare se durante la notte qualcuno entrasse nell’abitazione o se vi fosse una spiegazione per quelle ferite. Ma le loro notti trascorrevano senza che accadesse nulla di visibile. Non vedevano figure misteriose, non udivano rumori particolari e non si accorgevano di presenze estranee. Al mattino, tuttavia, la donna tornava a raccontare il suo incubo e a mostrare i segni delle presunte percosse.

La melòmbre, almeno secondo questa storia, sembrava manifestarsi soltanto a lei. Che cosa accadeva realmente? Non abbiamo elementi per stabilirlo. La tradizione ci ha consegnato il racconto, non una spiegazione verificabile. E sarebbe sbagliato trasformare una leggenda in una certezza. Resta, però, l’immagine di quella donna che ogni sera si addormentava sapendo che, nel cuore della notte, avrebbe potuto ritrovarsi nuovamente faccia a faccia con la figura velata di nero. Una paura che non terminava con il risveglio, perché la notte successiva tutto avrebbe potuto ricominciare.

Il volto della malombra

In altre versioni della leggenda, la melòmbre assumeva una forma più definita. Veniva descritta come un’anziana signora dall’aspetto sinistro, vestita interamente di nero, che si aggirava durante la notte per le strade della città e raggiungeva le abitazioni delle persone destinate a subire i suoi dispetti. A volte si sarebbe limitata a provocare rumori, spostare oggetti e disturbare il sonno. In altre occasioni, secondo i racconti, sarebbe arrivata a percuotere le proprie vittime o a tentare di soffocarle.

La figura femminile vestita di nero richiama inevitabilmente quella della Dama Nera, presenza che ricorre in molte tradizioni popolari e che, nella memoria molfettese, continua a suscitare curiosità e inquietudine. Le due immagini possono incontrarsi nei racconti, ma non è necessario considerarle automaticamente identiche in ogni particolare. La tradizione orale non segue confini rigidi: le storie si trasformano, si sovrappongono e talvolta assumono caratteristiche differenti a seconda di chi le racconta.

Ciò che accomuna queste narrazioni è la presenza di una figura oscura, capace di attraversare il confine fra il mondo conosciuto e quello che sfugge alla comprensione. Una figura che, nella Molfetta di una volta, non apparteneva soltanto alle storie raccontate per spaventare i bambini. La sua leggenda era radicata nelle paure quotidiane degli adulti, in una società nella quale il soprannaturale rappresentava spesso una possibile spiegazione per ciò che non si riusciva a comprendere.

Sale, scope e forbici contro gli spiriti

Se la melòmbre era temuta, naturalmente non mancavano i tentativi di tenerla lontana. Nelle credenze popolari, la protezione della casa passava attraverso gesti semplici, rituali tramandati di generazione in generazione e oggetti comuni ai quali venivano attribuiti poteri particolari. Uno dei rimedi più conosciuti consisteva nel collocare del sale e una scopa vicino all’uscio dell’abitazione. Secondo una curiosa credenza, quando la melòmbre tentava di entrare e si trovava davanti quegli oggetti, era costretta a fermarsi. Non poteva proseguire prima di aver contato ogni singolo granello di sale oppure tutti i fili della scopa. Un compito interminabile, almeno fino a quando la notte non lasciava spazio al giorno. E quando il conteggio era finalmente terminato, il sole era già sorto: lo spirito maligno, costretto a ritirarsi, non poteva più portare a compimento le proprie intenzioni. Un espediente singolare, capace di trasformare oggetti ordinari in una sorta di barriera contro l’inspiegabile.

Un’altra usanza consisteva nel lasciare un paio di forbici di metallo vicino al letto. Anche in questo caso, secondo la tradizione, l’oggetto avrebbe impedito alla melòmbre di manifestarsi pienamente, costringendola a rimanere invisibile.

A questi rimedi si aggiungeva la protezione religiosa. Nelle abitazioni di un tempo erano frequenti le immagini sacre, i quadretti raffiguranti santi e Madonne, le piccole statue collocate in punti ben visibili della casa. La fede rappresentava per molte famiglie un riferimento quotidiano, ma anche una forma di protezione contro le disgrazie, le paure e le presenze ritenute maligne. Sale, scope, forbici e immagini sacre: strumenti differenti, accomunati dallo stesso desiderio di tenere fuori dalla porta ciò che si temeva non potesse essere affrontato direttamente. Perché, di fronte a una presenza della quale nessuno conosceva l’origine e le intenzioni, anche il più semplice degli oggetti poteva diventare prezioso.

I vicoli al calare della sera

La leggenda della melòmbre non può essere separata dalla città nella quale è nata e si è tramandata. Bisogna immaginare la Molfetta di quando le strade del centro storico, dopo il tramonto, sprofondavano in un’oscurità quasi totale. Poche luci, nessun rumore di motori, nessuna delle illuminazioni che oggi accompagnano i nostri spostamenti. Le abitazioni si chiudevano al mondo esterno e i vicoli, già stretti e tortuosi, diventavano luoghi nei quali ogni sagoma poteva confondersi con le ombre.

Non sorprende che, in simili condizioni, prendessero forma racconti di apparizioni e incontri inquietanti. Una figura intravista per un istante, un rumore proveniente da una casa disabitata, una porta che sembrava muoversi da sola: episodi difficili da interpretare potevano diventare il punto di partenza di una storia destinata a essere raccontata per anni.

Questo non significa che ogni leggenda sia nata necessariamente da un episodio reale. Significa, piuttosto, che le paure di una comunità si intrecciano con i luoghi, con le condizioni di vita e con il modo in cui le persone cercano di dare un senso a ciò che non comprendono. La melòmbre appartiene anche a questo mondo: una città nella quale il buio non era soltanto assenza di luce, ma uno spazio nel quale potevano trovare posto le paure più profonde.

E mentre le storie passavano dagli anziani ai più giovani, la figura dell’ombra maligna continuava ad arricchirsi di nuovi particolari. Qualcuno giurava di averne avvertito la presenza, qualcun altro raccontava di aver udito strani rumori, altri ancora ricordavano episodi accaduti nelle abitazioni di parenti e conoscenti. Le testimonianze, vere o presunte che fossero, contribuivano a mantenere viva la leggenda.

Le ombre che restano anche quando la città cambia

Il tempo, naturalmente, ha trasformato Molfetta. Molti edifici antichi sono scomparsi, altri sono stati ristrutturati, mentre vecchie abitazioni un tempo abbandonate hanno ritrovato una nuova vita. Le strade sono illuminate, le case dispongono di comfort e tecnologie che le generazioni passate non avrebbero potuto neppure immaginare. Eppure, insieme alle pietre, non tutto è scomparso. Alcuni racconti continuano a circolare, così come persistono le storie legate a edifici disabitati, ambienti nei quali qualcuno sostiene di aver vissuto esperienze inspiegabili e luoghi che, per ragioni diverse, conservano un alone di mistero.

Non possiamo confondere queste narrazioni con prove dell’esistenza di fenomeni soprannaturali. Possiamo però riconoscere che esse fanno parte della memoria collettiva e che, proprio per questo, meritano di essere raccolte e raccontate senza perdere di vista la differenza fra testimonianza, credenza e fatto accertato.

Nel 2014, lo scrittore Donato Altomare pubblicò Spettri. Storie vere di una Molfetta sconosciuta, un volume dedicato a episodi misteriosi riferiti alla città e ai suoi dintorni. L’autore raccolse testimonianze dirette, verificò per quanto possibile gli accadimenti e le dichiarazioni ricevute e trasformò il materiale in racconti narrativi. Un lavoro che mostra quanto il patrimonio delle storie molfettesi sia vasto e quanto sia importante conservarne la memoria, anche quando riguarda vicende che sfuggono a una spiegazione definitiva. Perché una città non è fatta soltanto di ciò che compare nei documenti ufficiali. È fatta anche dei ricordi delle persone, delle loro paure, delle esperienze raccontate e di quelle storie che, passando di generazione in generazione, finiscono per diventare parte della sua identità. La melòmbre è una di queste.

E se fosse soltanto un’ombra?

Forse la melòmbre è nata dalla paura del buio, dai sogni inquieti, da esperienze che un tempo non si riusciva a spiegare. Forse la sua figura si è trasformata nel corso degli anni, mescolandosi ad altre leggende e assumendo, di volta in volta, il volto che meglio corrispondeva alle paure di chi la raccontava. Non possiamo saperlo con certezza. Possiamo però immaginare le voci degli anziani, le stanze illuminate da una piccola fiammella, le porte chiuse prima di andare a dormire. E possiamo immaginare quei bambini che, ascoltando la storia della melòmbre, aspettavano che qualcuno lasciasse accesa una luce, mentre fuori il vento passava tra le pietre antiche della città vecchia.

Sono immagini che appartengono a un mondo lontano, ma che conservano ancora oggi una forza particolare. Perché il fascino di queste storie non risiede necessariamente nella possibilità che siano vere, quanto nella loro capacità di restituirci una parte della vita di chi ci ha preceduti. La Molfetta di un tempo rivive anche così: nelle parole del dialetto, nelle credenze popolari, nelle leggende che sembravano dimenticate e che tornano a farsi sentire quando qualcuno decide di raccontarle ancora.

E allora proviamo a fare un ultimo passo dentro quella città silenziosa. Immaginate di attraversare un vicolo del centro storico quando la notte è ormai scesa. Le finestre sono buie, le porte chiuse, il vento si insinua tra le case e fa vibrare appena qualcosa alle vostre spalle. Vi voltate. Per un istante vi sembra di scorgere una figura scura, immobile, poco distante. Non riuscite a distinguerne il volto. La osservate ancora, ma quando la luce cambia e il vostro sguardo torna a mettere a fuoco il vicolo, non c’è più nessuno. Forse era soltanto un gioco di ombre. O forse, per un attimo, avete ripensato a una storia ascoltata tanto tempo fa.

Quella della melòmbre, l’ombra maligna che, secondo la tradizione, attraversava le notti della vecchia Molfetta. E se le storie più inquietanti fossero proprio quelle che non hanno bisogno di essere dimostrate per continuare a farci paura? Del resto, non sempre la realtà coincide con ciò che appare. Ed è proprio nello spazio incerto che separa ciò che vediamo da ciò che immaginiamo che prendono vita le storie più oscure. Un confine sottile, talvolta inquietante, che richiama anche le atmosfere di Mephisto: un’altra realtà, il romanzo nel quale il mistero si insinua nelle pieghe della percezione e ciò che sembra impossibile può assumere contorni inattesi ma reali. 

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1 thought on “La melòmbre: l’ombra maligna che terrorizzava la Molfetta di una volta”

  1. Ricordo benissimo quando li raccontavano a noi ragazzini i vecchietti d Melfétte. Vorrei comprarlo se possibile per farlo leggere ai miei figli e nipoti ….

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