Storie di un’ombra oscura che, secondo la tradizione popolare, si aggirava nella città vecchia di Molfetta. Il racconto di uno spirito maligno che in passato ha fatto venire i brividi a intere generazioni. Testo ispirato da un racconto di Angelo Boccanegra, instancabile cultore della memoria popolare molfettese e non solo.

Continuiamo questo nostro lungo viaggio nella città di una volta: un viaggio fatto di ricordi, racconti tramandati nel tempo, ma anche di leggende, usi, costumi e tradizioni del passato.
Parliamo della città che c’era, forse non del tutto scomparsa nell’oblio, dei racconti di un tempo da conoscere e riscoprire, anche di quelli più inquietanti e terrificanti. Continuiamo così a riscoprire insieme quella che abbiamo voluto definire la “Molfetta da brividi”.
Proseguiamo il nostro percorso alla ricerca di racconti avvolti nel mistero, spesso nati in luoghi ricchi di storia, capaci ancora oggi di attrarre il visitatore proprio per quel loro fascino oscuro e quasi macabro (come nel caso di Torre di Navarino), dove, a distanza di secoli, sembrano ancora aleggiare storie cariche di mistero.
Parliamo anche di strani fenomeni che, secondo alcuni racconti, si sarebbero verificati in edifici moderni, privi apparentemente di un passato significativo o quasi. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che spesso a Molfetta — ma, a onor del vero, non soltanto nella nostra città — sono sorti edifici moderni dopo l’abbattimento di antichi complessi architettonici, sovente ricchi di storia e di storie più o meno conosciute.
Molfetta è ricca anche di questi luoghi. Secondo alcuni racconti tramandati nel tempo, certe demolizioni avrebbero addirittura “scatenato l’ira” degli spettri che per secoli avrebbero “dimorato tranquillamente” in quegli antichi edifici poi cancellati per sempre. Qualcuno sostiene che, dopo gli abbattimenti e, in alcuni casi, proprio durante la demolizione delle volte dei sotterranei di questi palazzi storici, siano stati scoperti anche antichi sepolcri. Non dobbiamo mai dimenticare che un tempo la “città dei vivi” conviveva con la “città dei morti”. La nostra città, così come tutte le altre, era infatti caratterizzata dalla presenza di numerosi piccoli e medi complessi religiosi, quasi tutti dotati di cripte, carnaie e fosse comuni più o meno grandi. Non era raro, in passato, che durante una demolizione o una ristrutturazione ci si imbattesse nei resti dei nostri antenati.
Nel 2009, durante i lavori di ristrutturazione di Piazza Minuto Pesce, nel sottosuolo di uno dei locali presenti nell’area, gli operai rinvennero resti di scheletri umani mescolati ai detriti. In quel luogo sorgevano la chiesa e il convento di San Francesco della Scarpa, costruiti dai frati minori conventuali subito dopo la venuta di San Francesco in città e demoliti nel 1888 per lasciare spazio al mercato del pesce. All’epoca, infatti, era consuetudine seppellire i defunti all’interno delle chiese, sotto gli altari o nelle cripte, prima dell’emanazione dell’Editto di Saint-Cloud (più correttamente: Décret Impérial sur les Sépultures) con il quale Napoleone stabilì, nel 1804, che le sepolture dovessero essere collocate fuori dai centri abitati e in luoghi aperti e salubri. Questo significa che, prima di quella data, la città dei morti e quella dei vivi non erano affatto separate: al contrario, convivevano quotidianamente.
Il ritrovamento del 2009 non rappresenta un caso isolato nella storia di Molfetta. Non sempre però, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, questi ritrovamenti venivano comunicati alle autorità competenti. Sono ancora numerosi oggi i racconti relativi a strani fenomeni verificatisi proprio negli stessi luoghi dove un tempo sorgevano edifici antichi, abbattuti per lasciare spazio a costruzioni più moderne ma, diciamolo pure, spesso abbastanza “bruttarelle”, soprattutto quelle realizzate nel secondo dopoguerra.
Il nostro Duomo, monumento di straordinaria bellezza, sarebbe addirittura infestato da strane figure che si rivelerebbero soltanto dopo qualche scatto fotografico, magari nello smartphone dell’inconsapevole visitatore solitario. Strane ombre di frati vestiti di nero aleggerebbero anche nei pressi della Chiesa della Morte, luogo dal fascino indubbiamente spettrale, antico sito sepolcrale dove, dal 1621, venivano inumati i poveri sotto le sue numerose lastre tombali.
Senza andare troppo indietro nel tempo, rimanendo ai giorni nostri, come dimenticare che ancora oggi nel nostro centro storico esistono vecchi stabili disabitati da decenni, abitazioni nelle quali nessuno vorrebbe vivere perché considerate infestate dagli spettri, oppure case di antichi edifici dove, secondo alcuni racconti, si verificherebbero ancora fenomeni inspiegabili? Le storie sono tante, tantissime. Molti le conoscono, ma non tutti riescono a tacerle.
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Mephisto: un’altra realtà di Nico LasE se tutto ciò che credi reale fosse solo un’illusione? Mephisto: un’altra realtà è un thriller avvolgente tra complotti e dimensioni parallele, dove nulla è come sembra. |
Nel 2014, Donato Altomare diede alle stampe un interessante volume dal titolo “Spettri. Storie vere di una Molfetta sconosciuta”. In questo libro l’autore non raccolse semplici racconti sui fantasmi frutto della fantasia, bensì le cronache di alcuni avvenimenti che, ancora oggi, restano privi di una spiegazione razionale e che si sarebbero verificati in tempi recenti nella città di Molfetta e nei suoi dintorni. Lo scrittore raccolse con cura le testimonianze dirette delle persone coinvolte negli strani episodi, verificò la veridicità degli accadimenti e delle dichiarazioni ricevute e successivamente rielaborò il materiale raccolto, trasformandolo in racconti narrativi.
Tanti sono dunque i racconti, così come tanti sono i luoghi, i palazzi e le abitazioni che, al loro interno, oltre le incrostazioni del tempo e gli spessi strati di intonaco che ancora ricoprono le vecchie pietre, custodiscono la memoria di un passato spesso terribile, fatto di morti violente, omicidi e suicidi. Fatti di cronaca che hanno attraversato i secoli e che continuano ad alimentare storie e racconti, anche per via di quegli strani fenomeni che, secondo alcune testimonianze, si verificherebbero ancora oggi negli stessi luoghi teatro di tragedie lontane.
Inutile girarci intorno: nella nostra città è accaduto davvero di tutto, in ogni epoca storica, e non stiamo parlando soltanto della storia ufficiale. Il nostro viaggio, infatti, senza un itinerario rigidamente stabilito, vuole portarvi alla scoperta proprio di quelle storie “off limits”, di quegli episodi dei quali la storiografia ufficiale raramente si occupa, ma che continuano a vivere nella memoria popolare. Al vertice della macabra “hit parade” delle leggende molfettesi c’è sicuramente lei: la “malombra”.
Ancora oggi, secondo la tradizione popolare, questo spettro si aggirerebbe durante la notte tra le chiese e gli antichi palazzi del nostro centro storico. Ancora oggi qualcuno sostiene di aver visto, nel buio della notte, la cosiddetta “dama nera”. La sua figura, le sue rappresentazioni e i racconti degli anziani che la vedono protagonista continuano ad affascinarci e a incuriosirci ancora oggi. È inutile negarlo. Un tempo le storie sulla “malombra”, sulle sue apparizioni o presunte tali, erano davvero numerose.
A Molfetta, come in tanti altri centri del Sud Italia, in passato proliferavano credenze e leggende popolari che affondavano le proprie radici nella notte dei tempi. Si credeva molto agli eventi soprannaturali, soprattutto quando accadeva qualcosa che non poteva essere spiegato immediatamente. C’era sempre qualcuno pronto a raccontare un’esperienza vissuta in prima persona — o almeno ritenuta tale — in una città che, di notte, era profondamente diversa da quella che conosciamo oggi: buia, silenziosa, con strade strette e tortuose, praticamente deserte già dopo il tramonto.
In uno scenario così suggestivo e inquietante prendevano vita racconti macabri di incontri ravvicinati con streghe, le “masciare”, folletti notturni, i “monacelli”, e uomini trasformati in bestie, i cosiddetti “lupomani”. In cima a questa speciale “black list” dell’horror popolare molfettese c’era però un’altra entità, forse la più temuta di tutte: la malombra, conosciuta nel nostro vernacolo come “la melòmbre”. Un termine che non deve stupire: un tempo, infatti, il dialetto era la lingua utilizzata quotidianamente dalla maggior parte della popolazione, mentre l’italiano rappresentava quasi un privilegio riservato alle classi più istruite e abbienti.
Rimanendo ai giorni nostri, prima di procedere a ritroso nel tempo alla ricerca delle tracce di questa misteriosa presenza, ricordiamo — come ci racconta Angelo Boccanegra — che ancora oggi sopravvive nel linguaggio comune un’espressione legata proprio alla malombra. “Mettersi come una malombra” (in vernacolo: “sté come a né melòmbre”) è infatti una frase ancora utilizzata dalle nostre parti e indica l’atteggiamento pesantemente negativo, quasi di ostacolo, assunto da qualcuno nei confronti di un progetto, di un lavoro o di un compito. Ma cos’era realmente questa malombra di cui tanto parlavano gli anziani? Andando oltre il significato ancora oggi attribuito all’espressione e cercando l’origine stessa del termine, prima di rispolverare qualche antico racconto, scopriamo che la parola malombra nasce dall’unione dell’aggettivo “malvagia” e del termine “ombra”: una “mal’ombra”, dunque, una presenza oscura e negativa.
Già dalla semplice analisi letterale del termine emerge quindi il riferimento a un’ombra cattiva, a una presenza ostile. Naturalmente stiamo parlando di uno spettro maligno. Attenzione però: non si tratta della figura che ancora oggi molti identificano genericamente con un’anima in pena, con lo spirito vagante di una persona defunta o con il semplice concetto di fantasma. La tradizione popolare descriveva la malombra come qualcosa di profondamente diverso: una presenza maligna, uno spirito oscuro che aveva ben poco in comune con l’anima di un parente defunto che ancora oggi alcune persone sostengono di aver visto. Non è mai stata chiarita — ovviamente facciamo riferimento esclusivamente ai racconti tramandati dagli anziani — la vera natura della malombra né quale fosse il motivo che spingeva questo spirito malvagio a tormentare le sue vittime. Una cosa, però, appare certa: in passato la leggenda della malombra era così radicata da renderla quasi innominabile.
Secondo le credenze popolari dell’epoca, la malombra era un essere spirituale malvagio che infestava alcune abitazioni: uno spettro oscuro che gli anziani, soprattutto in passato, descrivevano proprio come un’ombra capace di introdursi nelle case per motivi misteriosi, provocando non pochi problemi a chi aveva la sfortuna di abitarvi. La sua presenza si manifestava soprattutto durante la notte, quando il silenzio avvolgeva le abitazioni e gli abitanti erano immersi nel sonno. Si raccontava che arrivasse nelle case per spostare mobili e oggetti, producendo rumori inquietanti e turbando così il riposo delle persone.
Secondo alcune testimonianze tramandate oralmente, la malombra poteva addirittura decidere di accanirsi contro una persona in particolare, tormentandola durante il sonno. Lo spirito maligno sarebbe stato persino capace di bloccare la respirazione del malcapitato, sedendosi sul suo petto e provocando una sensazione di soffocamento.
Una delle leggende più diffuse racconta la storia di una donna che, ogni mattina, si risvegliava con il volto segnato da graffi e lividi, dopo aver fatto sempre lo stesso sogno. La donna raccontava di vedere, ogni notte, un’anziana signora dal volto inquietante, avvolta in un lungo velo nero, probabilmente vestita a lutto. Questa figura misteriosa entrava nella stanza dove lei dormiva, si avvicinava al letto e si sedeva sul suo petto, quasi nel tentativo di impedirle di respirare. Poi iniziava a colpirla. Secondo il racconto, i figli della donna provarono anche a dormire nella stessa stanza per cercare di capire cosa accadesse realmente. Ma il risultato fu sempre lo stesso: la donna continuava a svegliarsi terrorizzata, raccontando l’accaduto e mostrando i segni delle presunte percosse. figli, invece, non vedevano nulla, non sentivano alcun rumore e non riportavano alcun segno sul corpo.
Numerose erano le dicerie legate alla malombra, molte delle quali riguardavano la sfortuna che avrebbe portato all’interno delle abitazioni. Come spesso accade con questo tipo di racconti popolari, anche queste storie tendevano ad arricchirsi continuamente grazie ad altre esperienze direttamente vissute. Vere o presunte che fossero, queste testimonianze contribuirono a rafforzare nel tempo l’immagine della malombra come una presenza terribile.
Altri racconti descrivevano infatti questa entità come la materializzazione di un’anziana signora dall’aspetto spaventoso: una figura femminile avvolta in abiti neri che vagava durante la notte per le vie della città e raggiungeva le case dei malcapitati per disturbare il loro sonno. A volte — si raccontava — si limitava a spostare oggetti, provocare rumori e fare piccoli dispetti. Altre volte, invece, arrivava a percuotere le sue vittime o addirittura a tentare di soffocarle nel sonno.
I molfettesi di un tempo, terrorizzati dalla sua possibile presenza, cercavano in ogni modo di tenerla lontana dalle proprie case attraverso particolari rituali e credenze. Uno dei rimedi più conosciuti consisteva nel mettere del sale e una scopa vicino all’uscio dell’abitazione. Naturalmente non mancava il ricorso alla protezione dei santi, da sempre — ma soprattutto in passato — considerati presenze benevole capaci di difendere la casa e la famiglia. Forse anche per questo motivo nelle abitazioni di una volta erano così numerose le immagini sacre, le statue e i quadretti raffiguranti santi e madonne?
Secondo una curiosa credenza, quando durante la notte la malombra tentava di entrare in casa e si trovava davanti il sacchetto di sale o la scopa, non poteva fare a meno di fermarsi e contare ogni singolo granello di sale o ogni filo della scopa. Doveva completarli tutti prima di poter proseguire. Ma il tempo passava e, quando finalmente aveva terminato il conteggio, il sole era ormai sorto e lo spirito maligno era costretto ad allontanarsi.
Un altro metodo di protezione consisteva nel lasciare un paio di forbici di metallo vicino al letto. Secondo la tradizione, questo gesto avrebbe impedito alla malombra di manifestarsi pienamente, costringendola a rimanere invisibile.
In passato molte persone giuravano di averne percepito chiaramente la presenza in casa, di aver udito strani rumori o di aver trovato evidenti tracce del suo passaggio. Proprio per questo motivo, per lungo tempo, molti cittadini evitarono di uscire di notte nel centro storico di Molfetta. Quelle viuzze strette e tortuose, che oggi rappresentano uno degli elementi più affascinanti della nostra città vecchia, un tempo erano immerse nel buio. Al calar del sole la città piombava infatti in un’oscurità quasi totale. Forse fu proprio quel buio profondo ad alimentare racconti, paure e fantasie popolari, spesso arricchiti da episodi inquietanti e da aneddoti tramandati di generazione in generazione.
La tradizione orale ha tramandato, di generazione in generazione, questa come tante altre storie dal sapore giallo-horror, raccontate soprattutto la sera nelle case più povere, in una città che, dopo il tramonto, piombava in un buio pressoché totale, quasi spettrale. Ma, come abbiamo già ricordato all’inizio di questo racconto, le storie di strane esperienze vissute non sono completamente scomparse con l’arrivo della modernità. Molti antichi stabili sono stati ristrutturati, vecchie abitazioni sono state trasformate in splendide dimore, restituendo nuova vita a luoghi che sembravano destinati all’abbandono. Le case cambiano nel tempo, spesso migliorano, si adeguano alle esigenze moderne, si riempiono di comfort e tecnologie che un tempo erano impensabili. Eppure, secondo alcuni racconti, gli spettri restano. Non se ne vanno mai. Forse perché, al di là delle spiegazioni razionali o delle credenze popolari, ogni luogo conserva una memoria: quella delle persone che vi hanno vissuto, delle storie che vi sono accadute, delle emozioni che quelle mura hanno custodito nel corso dei secoli.
E così, tra antichi palazzi, vicoli silenziosi e pietre consumate dal tempo, continuano a vivere anche le leggende della nostra città. Tra tutte, quella della malombra, o meglio della “melòmbre”, resta sicuramente una delle più affascinanti e inquietanti. Un racconto nato dalla paura del buio, dal bisogno di dare un volto all’inspiegabile, ma anche dalla fantasia e dalla capacità della nostra gente di trasformare episodi, timori e suggestioni in storie capaci di attraversare il tempo. Perché anche queste leggende, nel bene e nel male, fanno parte della nostra memoria collettiva. Sono frammenti di una Molfetta che non esiste più, ma che continua a vivere nei racconti degli anziani, nelle parole tramandate dai nonni ai nipoti e nelle storie che ancora oggi qualcuno, magari davanti a una porta antica o attraversando un vicolo della città vecchia al calar della sera, continua a raccontare. E allora, se vi capita di passeggiare di notte tra le stradine del centro storico, quando il vento accarezza le vecchie pietre e il silenzio sembra prendere il sopravvento, ricordatevi della leggenda della melòmbre. Chissà. Forse sarà soltanto un’ombra. Oppure no.
Buona notte… si fa per dire…
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Ricordo benissimo quando li raccontavano a noi ragazzini i vecchietti d Melfétte. Vorrei comprarlo se possibile per farlo leggere ai miei figli e nipoti ….