Oggi sono pochissimi a modellare la pietra con pazienza e maestria, ma un tempo ogni angolo della città raccontava il lavoro degli scalpellini. Scopriamo insieme il loro mondo, tra arte e fatica, in un racconto di Angelo Boccanegra.


Faccio oggi un ulteriore tuffo nel passato per ricordare un antico mestiere un tempo molto diffuso nel nostro territorio: quello dello scalpellino.
“U scalpëllìne”, come veniva chiamato in vernacolo, non era solo un artigiano: era spesso anche uno scultore. Oltre a tagliare e sagomare la pietra, lavorava finemente con lo scalpello per creare opere importanti. Alcuni, nelle loro botteghe, avevano persino imparato la grande arte della scultura, anche se le loro opere rimanevano quasi sempre anonime.
Gli scalpellini non realizzavano soltanto elementi per l’edilizia: davanzali, cornici, soglie, porte, gradini, balaustre… tutto doveva essere in pietra, più o meno pregiata a seconda delle possibilità del committente. La bellezza di un palazzo dipendeva quindi dall’abilità di chi lavorava le pietre. Molti di questi uomini, rimasti spesso sconosciuti, hanno lasciato comunque opere eccellenti nella nostra città.
A Molfetta c’erano scalpellini specializzati anche in lavori artistici: piazze, cordonate per i viali, camini, colonne, pilastri, fontane, archi con listelli scalpellati a mano e spigoli perfettamente dritti, emblemi di famiglia e muri a “facciavista” in cui ogni pietra esaltava l’arte della sagomatura. Utilizzavano blocchi di pietra estratti dalle cave, anche quelli più grandi e duri, detti “l’chiengàunë”, trasformandoli in vere e proprie opere d’arte. Gli strumenti principali erano la squadra per gli spigoli, scalpelli affilati in acciaio di qualità, mazze e mazzuoli, scelti a seconda della specificità del lavoro.
Molti scalpellini lavoravano anche alle opere civili: strade pavimentate in basolato, alcune delle quali, come Corso Umberto I e Corso Margherita di Savoia, sono ancora oggi splendide dopo più di un secolo. Era un mestiere durissimo, che richiedeva forza fisica e resistenza. Gli strumenti erano pesanti e le giornate lunghe; spesso il mestiere si tramandava di padre in figlio, come accadeva con molte professioni del passato.
Le condizioni erano difficili: la polvere di silicio provocava malattie polmonari, le schegge ferivano le mani e l’asma bronchiale era comune. Cavatori e scalpellini condividevano gli stessi rischi, lavorando gomito a gomito con la pietra, dalla cava alla bottega.

Il lavoro era duro e poco redditizio, come ricordano i proverbi dell’epoca: “fadghìmmë e fadghìmmë e schimmë sembrë péta-pétë” (“lavoriamo e lavoriamo e stiamo sempre senza soldi”) o “senza fà nù vendë d’checozze” (“senza riuscire a sfamarci”). A casa, spesso non si andava oltre il “cémbottë” (“ciambotto”), una semplice zuppa di pesce.
Con il tempo, il mestiere dello scalpellino è quasi scomparso, sostituito da macchine che realizzano opere in minor tempo. Ma nulla può eguagliare la bellezza delle opere del passato, frutto della maestria di veri artisti dello scalpello e del mazzuolo. Oggi non si vedono più scalpellini che, fischiettando o imprecando in dialetto molfettese, trasformano blocchi di pietra in opere d’arte… tutta un’altra storia.
Oggi a Molfetta resta solo qualche raro artigiano che porta avanti questa tradizione, ma le pietre della città continuano a raccontare la storia di chi le ha lavorate con mani esperte e cuore appassionato. Passeggiando per le strade, guardando archi, fontane, cornici e muri a facciavista, possiamo ancora percepire l’impegno, la fatica e la creatività dei vecchi scalpellini.
Il loro mestiere, fatto di pazienza, precisione e passione, è un patrimonio invisibile che sopravvive negli angoli della città. Ricordarli non significa solo celebrare un’arte perduta, ma anche mantenere viva la memoria di chi, con scalpello e mazzuolo, ha trasformato la pietra in bellezza duratura.
E così, tra le pietre antiche di Molfetta, riecheggia ancora il lavoro degli scalpellini: un legame tra passato e presente che invita a guardare con occhi diversi ciò che spesso diamo per scontato, scoprendo in ogni dettaglio la storia di una città e di chi l’ha costruita, pezzo dopo pezzo, con le proprie mani.































