Racconti di una volta: “u Mòneceidde”. Storie degli “incontri ravvicinati”


Leggende del passato: narrazioni dettagliate, comprese testimonianze dirette relative al “nanerottolo molfettese”, figura descritta come dispettosa, ironica, talvolta vendicativa ma anche capace di generosità. Persiste ancora oggi una parte della popolazione che ne sostiene l’esistenza. Tratto da un racconto di Angelo Boccanegra
Monaciello di Molfetta. Come l’abbiamo voluto immaginare.

In passato tanti erano i molfettesi che conoscevano e raccontavano storie a dir poco un po’ strane. Tanti erano gli anziani che giuravano di aver vissuto sul serio, nel corso della loro vita, esperienze paranormali, di aver avuto “incontri ravvicinati”, diremmo oggi, con strane entità. Tante erano le storie raccontate che ancora oggi potrebbero interessare i più temerari e stupire i più curiosi.

La città, quella di un tempo, considerando anche il suo agro, quello di allora però, pressoché incontaminato, con le sue splendide torri e masserie fortificate, non ancora aggredito dal cemento di ville, villette e orribili catapecchie, dalla monnezza buttata dagli stronzi (le parole forti in certi casi sono necessarie),  per i nostri avi non era solo la terra dove operavano le mesciàre (megere o fattucchiere), infestata dalle melòbre (spettri maligni) o terrorizzata durante le notti di Luna piena, dai lepómene (licantropi in salsa molfettese). Molfetta era anche la terra di un folletto, u mòneceidde, una specie di elfo che scendeva dal fumaiolo e non poggiava mai i piedi per terra (secondo alcune leggende), dispettoso e burlone con le persone che gli stavano antipatiche, ma molto generoso con quelle che invece gli stavano simpatiche.

Tutti in passato erano convinti dell’esistenza di questa specie di gnomo, nessuno si permetteva di mettere in dubbio la sua reale esistenza e il suo nome, “mënêcìëddë” (dal vernacolo, letteralmente: manachello o munaciello) spesso invocato, altre volte vituperato, era molto popolare. Lo si invocava soprattutto per avere più fortuna, per ricevere denaro all’improvviso, quando “la sòrte” (la fortuna, in pratica), volgeva al peggio e quindi si tramutava in “malasòrte” (la sfortuna, in pratica). Privato del copricapo, infatti, pur di riottenerlo, indicava tesori nascosti o numeri vincenti al lotto o lo barattava con sacchetti di monete d’oro. Spesso, però, lo si malediva perché secondo le credenze popolari del tempo, aveva messo in atto qualche atroce scherzetto nei confronti del malcapitato di turno.

Tanti in passato raccontavano storie molto particolari di esperienze dirette vissute con questo gnomo a volte burlone ma magnanimo, altre volte dispettoso e vendicativo. Veniva descritto, da chi raccontava di averlo visto sul serio nel corso della propria esistenza, come un omuncolo basso, dagli occhietti neri intensi, barbuto e con una chioma folta e arruffata.

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Molti sostenevano di aver intravisto questo leggendario folletto aggirarsi di notte tra i vicoli stretti e bui “d’inde a la Terr” (la città vecchia di Molfetta) con in testa un grande cappello a falda larga a mo’ di imbuto rovesciato, rosso, secondo alcuni racconti, nero secondo altri. Questo buffo e permaloso nanerottolo, secondo altri racconti, teneva a tal punto al suo grande cappello da essere disposto ad elargire tante monete d’oro per riaverlo, se qualcuno fosse riuscito a sottrarglielo.

Ancora oggi ci si chiede se questi racconti abbiano un qualche fondamento. Ancora oggi c’è qualcuno che non mette in dubbio la sua reale esistenza ed è pronto a giurare di averlo visto per davvero. A noi piace credere che esista ancora e continui ad aggirarsi di notte per i vicoli stretti della città vecchia, pronto a lasciare monete e soldi nascosti dentro le abitazioni, o a fare piccoli scherzi e dispetti, occultando e rompendo oggetti, oppure soffiando nelle orecchie di chi dorme.

In passato, non potevano mai mancare i racconti sul “mënêcìëddë”, soprattutto la sera quando ci si riuniva tutti assieme, in famiglia. Erano quelli tempi in cui non esisteva ancora il televisore. I racconti dei nonni erano sempre i più interessanti e coinvolgenti, soprattutto quando sostenevano di aver vissuto per davvero una delle storie raccontate. Vere o immaginate che fossero, queste storie in passato erano davvero intriganti e nessuno si sarebbe accorto della differenza che passa tra un racconto inventato, ma pur sempre molto coinvolgente, e una reale esperienza diretta già vissuta.

Mia nonna raccontava spesso che un giorno, quello che lei riteneva fosse un conoscente, passando la sera vicino a casa sua, ebbe l’esigenza improvvisa di dover espletare in tempi brevi un bisogno fisiologico improcrastinabile. In pratica, chiese a mia nonna di poter andare al bagno, avvertendo un forte mal di pancia. “Il riparo”, come si chiamava il bagno di quei tempi (che non era affatto quello a cui oggi siamo abituati, essendo ricavato in un antico stipo a muro “u stàipe”, dove a malapena ci si poteva girare o voltare), gli fu subito concesso. In quel tempo, la disponibilità era di casa, ovunque. Ebbene, l’uomo, dopo aver espletato i suoi bisogni con compita discrezione e, stranamente, in maniera velocissima, ringraziò mia nonna per la gentilezza togliendosi il cappello in forma di saluto, come si faceva una volta. Solo in quel momento mia nonna si accorse che quel signore non era in effetti quello che lei riteneva essere: un suo lontano conoscente. Era un anonimo signore basso e grassetto.

Rientrata in casa, mia nonna, dopo il saluto di quell’uomo misterioso, dall’aspetto quasi mutevole, trovò sul tavolo vicino al bagno un cestino di vimini con delle banconote al suo interno. Non erano affatto poche, anzi, tutt’altro che una piccola mancia. Pensò subito che l’uomo a cui aveva concesso la disponibilità del proprio bagno, si fosse sdebitato in maniera fin troppo generosa. Sorpresa per l’accaduto, uscì di nuovo dalla sua casa a piano terreno e raccontò tutto alla vicina. Una volta era normale, quando accadeva qualcosa di particolare, nel bene o nel male, recarsi subito dalla vicina di casa per raccontare l’esperienza vissuta. Quando rincasò, però, constatò con sorpresa che il cesto era ridotto in brandelli e le lire erano scomparse. Lei pensò subito che quell’uomo basso che era entrato in casa sua con l’apparente motivo di espletare il proprio impellente bisogno, fosse in realtà “u mòneceidde” che l’aveva punita perché aveva divulgato la notizia. Normale (si fa per dire): quando lo gnomo elargiva denari, la cosa non poteva essere divulgata. E in effetti erano poche le storie basate sul rinvenimento di piccoli “tesoretti” grazie a questo gnomo, ma erano tante, invece le storie di chi aveva “mancato l’obiettivo” (sfilargli il cappello), oppure di chi aveva subito gli scherzi, spesso pesanti, di questo gnomo burlone.

In questa storia c’è una morale: quando la fortuna bussa alla nostra porta è utile ospitarla in casa con discrezione, senza dover necessariamente divulgare subito la cosa. Si raccontava infatti che lo spiritello fosse piuttosto suscettibile. E mia nonna ne ebbe la conferma. Possiamo oggi dire che quando la fortuna “bussa alla nostra porta” meglio tacere e continuare a essere sempre noi stessi. Se proprio qualcosa dobbiamo fare è quella di aiutare qualcuno in difficoltà, ma sempre con estrema discrezione e senza strombazzare la cosa. La migliore beneficenza è quella che si coniuga con l’estrema discrezione. Tanti sono i racconti sul “mënêcìëddë“, ma quello che mi è rimasto più impresso nella memoria, anche per il suo significato, è quello che vi ho appena descritto, raccontato spesso da mia nonna.

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