Dietro le porte chiuse si custodivano segreti, si pronunciavano formule incomprensibili e si tramandavano conoscenze che nessuno avrebbe confessato in pubblico. Da un racconto di Angelo Boccanegra, un viaggio nell’universo oscuro della magia popolare, dove paura, fede e antiche credenze si intrecciavano fino a rendere incerto il confine tra realtà e immaginazione. Ma se quei saperi passavano da una generazione all’altra, siamo davvero sicuri che qualcuno, a Molfetta, non ne custodisca ancora una traccia?

Quando, un tempo, a Molfetta ci si recava dalla masciara? E, soprattutto, perché si cercava proprio il suo aiuto, spesso nel più assoluto riserbo?
La mesciare, come veniva chiamata in vernacolo, era considerata una fattucchiera, una donna alla quale si attribuiva la capacità di lanciare o sciogliere le fatture, praticare rituali e intervenire su quei mali che, secondo le credenze popolari, non sempre trovavano spiegazione nella vita quotidiana.
A Molfetta, come in molte altre località pugliesi, queste figure erano conosciute e ricercate. Fino a circa mezzo secolo fa, e in alcuni ambienti anche oltre, si credeva che determinate donne possedessero poteri particolari, capaci di influire sulla salute, sulla fortuna, sugli affetti e persino sul destino delle persone. Potevano essere considerate benevole o malvagie, a seconda delle pratiche attribuite loro e delle intenzioni di chi ne chiedeva l’intervento. La loro figura suscitava diffidenza, paura e curiosità, anche per il contrasto con la morale religiosa cristiana, che condannava le pratiche magiche e superstiziose.
Eppure, tra ciò che si dichiarava pubblicamente e ciò che si faceva in privato poteva esserci una distanza considerevole. Non era raro che ci si rivolgesse a una masciara senza raccontarlo a nessuno, tanto meno al sacerdote della parrocchia, una figura allora particolarmente rispettata e temuta nella vita delle comunità.
Il bisogno di trovare una spiegazione alle disgrazie, alle malattie e alle difficoltà sentimentali poteva essere più forte della paura del giudizio altrui. E così, mentre in pubblico si poteva negare qualsiasi fiducia nella magia, in privato si cercava qualcuno capace di intervenire.
Le fatture, il malocchio e la paura dell’invisibile
Nel linguaggio della magia popolare, la fattura era un maleficio o, più in generale, un intervento rituale al quale si attribuiva la capacità di influenzare la vita di una persona. Poteva essere concepita come qualcosa da “lanciare” contro qualcuno oppure come un sortilegio da sciogliere per liberare chi ne sarebbe stato vittima. Non sempre, tuttavia, si riteneva necessaria la presenza di una masciara. Secondo la superstizione, anche persone comuni potevano essere portatrici di una forza negativa, capace di provocare sfortuna o malesseri attraverso uno sguardo, una parola o un sentimento d’invidia. Erano i cosiddetti jettatori, figure temute proprio perché il presunto potere di nuocere poteva nascondersi in chiunque.
Tra i servizi più richiesti alle masciare vi erano lo scioglimento delle fatture e del malocchio, le cosiddette contro-fatture, i rituali per spezzare l’invidia e le pratiche destinate ad allontanare paure e malesseri. Alcune donne erano conosciute anche come tagliatrici di vermi, alle quali ci si rivolgeva per particolari disturbi che la tradizione popolare interpretava attraverso immagini e spiegazioni oggi difficili da ricostruire con precisione.
Si chiedeva aiuto per un mal di pancia, un torcicollo, una paura improvvisa o una serie di disgrazie che sembravano non avere fine. Non si trattava necessariamente di scegliere tra medicina e magia secondo la nostra concezione moderna: in un mondo nel quale le conoscenze mediche erano più limitate, le credenze popolari offrivano ulteriori spiegazioni e rimedi, soprattutto quando il male appariva inspiegabile. Il malocchio, in particolare, era una delle paure più diffuse. L’espressione indicava letteralmente l’“occhio cattivo”, ossia la convinzione che una persona potesse arrecare danno a un’altra attraverso uno sguardo carico d’invidia o di intenzioni negative.
Una malattia improvvisa, un periodo di sfortuna, una relazione che si guastava o un’attività che sembrava andare inspiegabilmente male potevano diventare, agli occhi di chi credeva in queste pratiche, i segnali di un maleficio. Per individuare e rimuovere il malocchio si ricorreva a rituali diversi, variabili da luogo a luogo e da una praticante all’altra. Uno dei procedimenti più conosciuti nella tradizione popolare prevedeva un piatto d’acqua sul quale venivano lasciate cadere alcune gocce d’olio. La loro forma e il modo in cui si disponevano sulla superficie venivano interpretati come indizi della presenza del malocchio.
Naturalmente, queste interpretazioni appartenevano al sistema di credenze del tempo e non costituiscono una prova dell’esistenza di poteri soprannaturali. Ma per comprendere davvero quel mondo bisogna provare a guardarlo con gli occhi di chi vi si affidava, quando il confine tra paura, fede, tradizione e bisogno di conforto poteva diventare molto sottile.
Le fatture d’amore e quelle che facevano più paura
Oggi, quando sentiamo parlare di fatture, pensiamo soprattutto a quelle dei commercialisti. Un tempo, invece, la parola evocava ben altre preoccupazioni. La fattura magica era considerata un rituale capace di sottrarre o accrescere simbolicamente la fortuna, la salute o l’energia vitale di una persona. Le pratiche descritte nella tradizione popolare potevano prevedere l’impiego di capelli, unghie, fotografie o altri oggetti appartenuti a chi si voleva raggiungere con il sortilegio. Attraverso questi elementi si riteneva possibile stabilire un legame simbolico con la persona interessata. In alcune narrazioni si parlava di una sorta di battesimo magico, durante il quale l’oggetto o la rappresentazione simbolica del destinatario veniva sottoposto a formule e gesti rituali.
Le fatture potevano avere finalità diverse. Quelle considerate malefiche erano destinate, secondo la credenza, a provocare sofferenze, ostacoli o disgrazie. Altre, invece, venivano richieste nella speranza di migliorare la propria condizione economica, ottenere fortuna o favorire una guarigione. In quest’ultimo caso, il rituale poteva essere commissionato anche da un familiare, magari all’insaputa della persona alla quale si desiderava procurare un presunto beneficio.
La masciara, dunque, non era vista soltanto come colei che toglieva il male: nell’immaginario popolare poteva anche essere quella che lo provocava, oppure che interveniva per ottenere un risultato desiderato. La sua reputazione dipendeva dalle storie che circolavano, dai racconti di chi sosteneva di aver ricevuto aiuto e dalla paura di chi temeva di esserne stato danneggiato.
Tra i sortilegi più temuti figurava la cosiddetta fattura di morte. Secondo alcune credenze, si utilizzava un oggetto o un feticcio che rappresentava simbolicamente la vittima, accompagnato da elementi personali e formule rituali. Si riteneva che il procedimento potesse provocare conseguenze estreme, fino alla morte. In certe tradizioni, il momento scelto per il rito era collegato alle fasi lunari, in particolare alla luna calante o nuova.
Meno estrema, ma ugualmente temuta, era la fattura destinata a provocare una malattia o una sofferenza persistente, soprattutto quando non si riusciva a comprenderne la causa.
Poi c’era la fattura d’amore, forse una delle più suggestive e inquietanti. Chi desiderava conquistare una persona, ricambiare un sentimento non corrisposto o impedire che un legame si spezzasse poteva rivolgersi a chi prometteva di intervenire attraverso rituali, simboli e oggetti particolari. In alcune tradizioni, le pratiche amorose erano associate alla luna crescente o piena, considerate simbolicamente favorevoli alla crescita e al compimento dei desideri.
Si raccontava che gli effetti potessero manifestarsi rapidamente, persino nell’arco della stessa giornata. Ma ciò che veniva interpretato come il risultato di un incantesimo poteva essere frutto di coincidenze, suggestione o di eventi ai quali si attribuiva, a posteriori, un significato magico.
Come si scioglieva una fattura?
Se il maleficio era stato lanciato, secondo queste credenze, non bastava necessariamente distruggere l’oggetto che lo rappresentava. Occorreva l’intervento di un’altra praticante, capace di neutralizzarne gli effetti attraverso rituali di purificazione, benedizioni o formule considerate appropriate.
Tra le pratiche ricordate nella tradizione popolare vi era il cosiddetto rito dei nodi, legato all’idea di sciogliere simbolicamente i vincoli negativi che avrebbero condizionato la salute, il lavoro o la vita sentimentale. Prima di procedere, la masciara poteva tentare di stabilire se il malocchio fosse presente e quanto fosse grave. Tornava così il piatto d’acqua con le gocce d’olio: le loro forme, le eventuali dispersioni e il modo in cui si raccoglievano venivano letti come segnali da interpretare. Il rito poteva proseguire con la recita di preghiere, invocazioni e formule particolari, accompagnate dal segno della croce e da gesti che mescolavano elementi religiosi e tradizioni magiche. Proprio questa combinazione contribuiva a rendere tali pratiche familiari a persone che, pur professando la fede cristiana, continuavano a ricorrervi in determinate circostanze.
Non è semplice stabilire, a distanza di tanti anni, dove finissero l’abilità persuasiva e l’eventuale furbizia di alcune praticanti e dove cominciassero l’ingenuità, la paura e il bisogno di credere in una soluzione. È certo, però, che nella memoria popolare queste figure occupavano uno spazio significativo. A Molfetta, soprattutto nei racconti legati al centro storico, si ricordavano donne la cui fama avrebbe oltrepassato i confini cittadini. I loro gesti, le parole pronunciate a bassa voce, i movimenti improvvisi, i mugolii e le formule incomprensibili alimentavano il mistero intorno alla loro attività.
Alcune erano considerate esperte nel togliere il malocchio, altre nello sciogliere fatture, altre ancora nell’intervenire su questioni d’amore, invidie, difficoltà economiche o problemi di lavoro. Ogni richiesta aveva la propria storia, e ogni storia contribuiva ad alimentare la reputazione della donna alla quale ci si era rivolti.
In alcuni racconti si parla anche di piccoli oggetti consegnati al termine del rituale: sacchetti da custodire gelosamente, spille da indossare o sistemare in casa, forbici particolari e altri amuleti ai quali veniva attribuita una funzione protettiva. La loro efficacia apparteneva alla credenza di chi li utilizzava, ma il loro significato era concreto per chi li portava con sé: rappresentavano la speranza di allontanare il male e ritrovare un po’ di serenità.
Il sapere delle masciare è davvero scomparso?
Fin qui abbiamo attraversato un mondo che appartiene soprattutto alla memoria del passato. Un mondo nel quale la paura dell’invisibile si intrecciava con la vita quotidiana, i rapporti familiari, gli amori difficili e le disgrazie che sembravano accanirsi sempre sulle stesse persone.
Oggi molte di quelle credenze possono apparire lontane, eppure la fiducia nella magia, nei rituali di protezione e nelle pratiche destinate a contrastare il malocchio non è scomparsa ovunque. Anche nel presente esistono persone che credono nella magia bianca e nera e altre che si rivolgono a pratiche di questo genere quando cercano risposte a problemi personali. Ma la domanda che riguarda Molfetta è un’altra: le masciare appartengono davvero soltanto al passato?
Non abbiamo elementi per affermare che le antiche praticanti siano ancora presenti in città, né per sostenere che i loro rituali siano sopravvissuti nelle forme raccontate un tempo. Sarebbe scorretto trasformare una suggestione in una certezza. C’è, però, un particolare che rende questa storia ancora più intrigante. Secondo la tradizione, certi saperi non si apprendevano sui libri e non si raccontavano a chiunque. Venivano trasmessi oralmente, attraverso rapporti di fiducia, confidenze e insegnamenti riservati. In alcune narrazioni popolari, diventare masciara significava ricevere un sapere da una donna più anziana, spesso all’interno della propria cerchia familiare.
Se conoscenze di questo genere venivano davvero tramandate di generazione in generazione, chi può stabilire con assoluta certezza quando si sia interrotta quella catena? E se qualcosa fosse rimasto, trasformato, nascosto sotto altri nomi, lontano dagli occhi di chi non ha mai creduto a queste storie?
Forse le masciare che abitavano i racconti dei nostri nonni non esistono più. Forse, invece, ne rimane soltanto un’eco, custodita in qualche ricordo familiare, in una vecchia confidenza o in un rituale di cui pochi conoscono l’origine. A Molfetta, come altrove, il tempo ha cancellato molte tracce, ma non sempre ha cancellato le storie. E allora, quando qualcuno racconta di un malocchio tolto in segreto, di una preghiera sussurrata davanti a un piatto d’acqua o di una donna che conosceva rimedi che nessun altro sapeva spiegare, possiamo liquidare tutto come una semplice superstizione?
La ragione ci invita a distinguere i fatti dalle credenze. La memoria, invece, ci ricorda che certe storie continuano a vivere proprio perché qualcuno le ha raccontate a qualcun altro.
E se l’ultima masciara di Molfetta non fosse stata davvero l’ultima?.

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