Sorta anticamente come difesa di un casale, fu anche dimora prediletta dell’arciprete Giuseppe Maria Giovene, sacerdote e dotto scienziato che qui compose le sue opere più importanti

Continuiamo il nostro tour virtuale tra le torri disseminate nel territorio rurale di Molfetta: un avvincente viaggio tra storia e paesaggio, alla riscoperta dei segreti e degli aneddoti di questi splendidi relitti del nostro passato. Purtroppo molte torri sono crollate; di altre restano soltanto ruderi e, tra quelle ancora esistenti, la maggior parte versa in stato di completo abbandono. Poche sono le torri che si presentano oggi in buone condizioni.
Oggi facciamo tappa a Torre Falcone, una delle cinque torri difensive che abbelliscono e arricchiscono di storia il territorio molfettese in direzione di Terlizzi. Le altre quattro sono: Torre Sgamirra, Torre Cappavecchia, Torre del Gallo e Torre Villotta.
Situata nella contrada Santa Lucia, dista circa 4 km dalla città. La costruzione, maestosa e imponente per mole e aspetto, presenta una pianta rettangolare e risale con ogni probabilità al XIV secolo.
La torre, una delle meglio conservate dell’intero territorio molfettese, si distingue per l’elegante cornicione sorretto da mensolette. Alta circa 16 metri, è suddivisa in due piani ai quali si accede tramite scale in pietra. Sul lato di levante si apre l’ingresso, sormontato da una caditoia a forma tronco-piramidale, sostenuta da due robuste mensole lapidee. Sul prospetto principale si nota un ampio finestrone, mentre sul lato di ponente si ammira una graziosa bifora.
All’interno si conservano un focolare con due robuste mensole sporgenti che sostengono la cappa, una mensola d’appoggio per le suppellettili da cucina e, ai lati, due poggioli a muro.
Questa torre fa parte di una serie di costruzioni disseminate nel territorio, la cui funzione originaria non è del tutto certa. Potrebbe essere sorta come presidio difensivo di un casale poi abbandonato dagli abitanti, che preferirono inurbarsi. In alternativa, potrebbe aver rappresentato una casa-torre di campagna appartenente alla nobiltà locale che, in seguito a lotte interne, scelse di lasciare la città.
Il toponimo deriva dal casato di una delle famiglie nobili che ne fu proprietaria. Diversi nobili si avvicendarono nel possesso della torre: nel 1519, con annessa cappella, apparteneva ad Antonellus de Bove; dal 1535 al 1561 fu di Joannes Macteus de Bove. La denominazione “Torre Falcone” si affermò in seguito all’acquisizione dell’immobile da parte di Nicola Maria del Falconibus, avvenuta tra il 1561 e il 1572.
Nell’“Apprezzo di Molfetta” del 1519-1522 è annotata la presenza di un’antica cappella, menzionata anche in un atto del 1798 e in una successiva relazione. In seguito la proprietà passò anche alla nobile famiglia Giovene.

La torre fu dimora prediletta dell’arciprete Giuseppe Maria Giovene (1753-1837), sacerdote e dotto scienziato, tra i più rappresentativi esponenti della cultura molfettese tra la seconda metà del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento.
Qui il Giovene amava villeggiare e proprio tra queste mura compose le sue opere più importanti, studi e trattati che gli valsero una certa fama. In uno dei suoi scritti così descrive la torre:
«La mia casa di campagna è a due miglia dalla città nel bel mezzo di una grandissima selva di ulivi, alla quale eminentemente sovrasta; in essa alloggiato mi trovo signore dell’intero cerchio dell’orizzonte, senza frapporsi ostacolo che ne dimezzi la veduta; ed un grandissimo finestrone, il quale, superiore assai alle più alte cime degli alberi, domina tutta la pianura, coperta di ogni maniera di alberi, pianura che con dolce pendio scende verso il mare, il quale resta di prospetto come un qualche specchio e forma la mia grande delizia».
Nel 1798 il Giovene chiese al re il beneplacito per la «rinnovazione di un’antica cappella, dal tempo resa pressoché diruta, o per la traslazione di essa in sito migliore e più comodo nella masseria e casino di campagna ove dicesi Torre Falcone».
Nel 1809, dallo “Stato delle Anime” della parrocchia di San Gennaro, risulta che Torre Falcone era abitata da una famiglia di cinque persone, testimonianza di una presenza stabile e viva anche nei primi anni dell’Ottocento.
Oggi la torre resta una silenziosa sentinella della campagna molfettese, custode di memorie, storie e suggestioni che meritano di essere conosciute e valorizzate.
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento la torre ha attraversato fasi alterne, seguendo il destino comune a molte architetture rurali del territorio: periodi di utilizzo e cura si sono alternati a momenti di progressivo abbandono. Eppure, nonostante il tempo e l’incuria, la struttura ha conservato intatta la sua fierezza, continuando a svettare tra gli ulivi come un punto di riferimento visivo e identitario.
La sua posizione dominante, immersa nella campagna e circondata dal silenzio, restituisce ancora oggi quella sensazione di ampiezza e libertà descritta dal Giovene: lo sguardo spazia senza ostacoli dalla distesa argentea degli uliveti fino al mare, in un dialogo costante tra terra e orizzonte. Non è difficile immaginare il sacerdote-scienziato affacciato al grande finestrone, intento a osservare, riflettere, studiare.
Torre Falcone non è soltanto un edificio antico, ma un luogo simbolo della storia rurale molfettese: testimonianza delle dinamiche sociali ed economiche del passato, delle trasformazioni del paesaggio, delle vicende delle famiglie nobiliari e della vita spirituale e culturale della città.
Recuperare e valorizzare queste architetture significa restituire dignità a una parte fondamentale della nostra memoria collettiva. Ogni torre racconta una storia; ogni pietra custodisce tracce di vite, di lavoro, di studio, di fede.
Concludiamo così questa tappa del nostro viaggio, con l’auspicio che la riscoperta di Torre Falcone possa contribuire a rinnovare l’attenzione verso il patrimonio storico-artistico disseminato nella campagna di Molfetta: un patrimonio prezioso, fragile, ma ancora capace di emozionare e di parlare al presente.








