Un documentario degli anni Cinquanta di eccezionale valore storico sugli artigiani delle barche di legno. Un racconto intenso sui cantieri, sui celebri “maestri d’ascia” e su una città dalle radici profondamente legate al mare, arricchito da foto e video d’epoca. Da un racconto di Angelo Boccanegra.

Molfetta è famosa per il suo porto, per i pescherecci che illuminano il mare di notte e per il buon pesce che vi si trova. Già dal Medioevo, la città era nota per la comodità dei suoi approdi, per l’importanza dei commerci marittimi e per la maestria dei suoi costruttori di navi, i “maestri d’ascia” (in vernacolo “méste d’aschë”), che nei cantieri navali realizzavano imbarcazioni in legno di ogni forma e dimensione. Un mestiere antico, al pari di quello dei contadini e dei pescatori.
I cantieri navali rappresentano un pezzo fondamentale della città e della sua storia. Si affacciano sullo specchio di mare antistante il porto e ne costituiscono da sempre il segno distintivo. Nei documenti d’archivio si registra la presenza a Molfetta di “mastri lavoranti vascelli” già nel XIV secolo. L’attività cantieristica moderna iniziò invece nel XVII secolo, con il primo documento datato 1604 relativo a costruzioni navali. La cantieristica navale, alternando periodi di fortuna e ricchezza, si rafforzò nei secoli successivi e, dal Settecento, divenne una componente importante dell’economia molfettese.
I maestri d’ascia o calafati aumentarono di numero nella seconda metà dell’Ottocento, il secolo d’oro della cantieristica a Molfetta, configurandosi come una categoria di abili artigiani e intraprendenti imprenditori, riconosciuti in tutta la regione. I cantieri navali continuarono a espandersi, conservando la maestria che aveva reso famosa la città. Nel 1834 risultavano costruiti a Molfetta 123 bastimenti.
Nel Novecento, l’impresa cantieristica, adeguandosi all’introduzione della navigazione a motore, si consolidò e si modernizzò: i velieri scomparvero progressivamente, mentre si affermarono i motopesca. Le maestranze locali si specializzarono nella costruzione di imbarcazioni in legno per la pesca, fino a quando, sul finire degli anni Cinquanta, venne realizzato il pregevole documentario “Paese di Barche”, un documento di eccezionale valore storico che abbiamo voluto proporre ai nostri lettori.

La costruzione dello scalo d’alaggio presso la Spiaggia della Maddalena, progettato da Corrado de Judicibus nel 1880, diede un forte impulso all’attività dei cantieri, che contavano all’epoca circa 300 maestri d’ascia, carpentieri e addetti vari. Qui si trovano ancora oggi i cantieri navali. Superato il cancello, ci si immerge in un luogo che custodisce la storia della città e la memoria dell’antica arte di costruire barche dai tronchi d’albero; fino a pochi anni fa, l’aria era ancora pregna dell’odore del legno e della fatica dei lavoratori del mare. Nei mesi estivi, la calura e l’afa venivano sopportate grazie alla brezza marina.
Oggi, l’arte di trasformare tronchi d’albero in un natante sta progressivamente scomparendo, ma il mestiere vive ancora nella memoria dei molfettesi. Il “méste d’aschë” è un lavoro in via di estinzione. La bravura di questi artigiani era unica: sapevano combinare le diverse qualità del legno nella costruzione dell’imbarcazione con eccelsa maestria. La professione prende il nome dall’ascia a manico lungo, strumento fondamentale nella costruzione delle navi. Il lavoro iniziava con una sagoma, poi il legno veniva modellato gradualmente, smussando e adattando ogni pezzo fino alla perfezione. Il momento più emozionante era il varo della barca, un rito semplice ma di grande impatto: la bottiglia di vetro che colpisce la prua, il suono della sirena e gli applausi dei presenti.
Oggi i cantieri navali si occupano principalmente di imbarcazioni in ferro, restauro di barche in legno e arredi su misura per natanti. La tradizione del maestro d’ascia, esperto e specializzato falegname, si unisce a quella di fabbri e designer che lavorano con progetti di ingegneri navali. Le nuove tecnologie facilitano il lavoro, ma non possono sostituire il lungo tirocinio sul campo.
Costruire barche in legno, secondo i maestri d’ascia, non è lo stesso che lavorare con ferro o vetroresina. La barca nasce come un corpo umano, con scheletro di legno, costole e rivestimento di fasciame. Studiare la linea di galleggiamento, comporre l’ordinata, chiudere bene il fasciame: tutto fa parte di un progetto prima pensato e poi eseguito, considerando l’idea della barca nel suo insieme. Un lavoro affascinante ma duro, svolto all’aperto, in ogni stagione.

Credenze e superstizioni si intrecciano con gesti di fede cristiana. Durante la costruzione delle imbarcazioni si inseriscono spesso nella prua immagini della Madonna dei Martiri e di S. Corrado, invocando la protezione celeste. Il detto molfettese “A vele gonfie naviga la nave che ha Cristo a poppa e la Madonna a prora” è noto anche fuori dal contesto marinaro. Quando, un giorno speriamo molto lontano, della maestria dei maestri d’ascia resterà solo una barca abbandonata, sarà un giorno molto triste. Speriamo che non arrivi mai.
Oggi, Molfetta guarda al futuro senza dimenticare il proprio passato. I cantieri navali continuano a vivere, seppur trasformati, e la memoria dei maestri d’ascia resta viva nella narrazione di chi ha conosciuto la fatica e la bellezza di costruire una barca in legno. Il documentario “Paese di Barche” ci ricorda quanto la città sia stata, e continui a essere, un vero paese di mare, dove l’ingegno e la dedizione degli artigiani hanno lasciato un’impronta indelebile.
La storia di Molfetta non è solo quella delle barche che solcano il mare, ma anche quella degli uomini e delle donne che le hanno create, con mani esperte, passione e amore per il proprio lavoro. Che queste tradizioni possano continuare a vivere, almeno nella memoria e nel cuore dei molfettesi, come segno di un legame eterno tra la città e il mare.









