Questa antica torre d’avvistamento fu coinvolta anche nelle vicende della guerra tra Angioini e Aragonesi per il dominio sulla Puglia, dopo l’assassinio di Andrea d’Ungheria, marito della regina Giovanna I d’Angiò. Ma è soprattutto una misteriosa leggenda a rendere Torre Cascione protagonista di un racconto che attraversa i secoli: quella di un tesoro nascosto, forse sepolto ai piedi di un antico carrubo.

Storie nella storia, vicende nelle quali la realtà si intreccia con la leggenda e il passato sembra custodire ancora segreti da svelare.
Oggi ci addentriamo nell’agro di Molfetta, alla scoperta di Torre Cascione, situata nell’omonima contrada. Una costruzione antica, nata per difendere il territorio e avvertire la città dei pericoli in arrivo, attorno alla quale si sono tramandate nei secoli storie e suggestioni. Fra tutte, una continua ad alimentare la curiosità: quella di un tesoro che sarebbe stato nascosto nei suoi dintorni e dal quale, secondo una delle interpretazioni, deriverebbe persino il nome della torre.
Per raggiungerla si percorre lo stesso itinerario che conduce a Torre Cicaloria, distante appena un centinaio di metri sulla sinistra. Da Molfetta si imbocca la via di Bitonto e, successivamente, si svolta a destra in via del Mino. La torre dista circa sei chilometri dalla città e sorge a 130 metri sul livello del mare. Accanto alla sua struttura si staglia un alto pino ombrellifero, presenza familiare nel paesaggio rurale che circonda questa antica testimonianza del nostro passato.
La sua costruzione viene fatta risalire, secondo la tradizione, all’XI secolo. Alta circa dieci metri, presenta una pianta quadrangolare e si sviluppa su due piani. Le murature sono realizzate con conci di pietra appena sbozzati, secondo una tecnica costruttiva essenziale e antica. Nessun intonaco riveste le pareti, mentre alla sommità mancano i cornicioni: l’aspetto complessivo è severo, quasi spoglio, come si addiceva a una struttura destinata prima di tutto alla difesa e alla sorveglianza.
Sul lato di levante si notano due robusti gattoni in pietra, elementi che dovevano sostenere una saettiera, disposta perpendicolarmente rispetto all’antica porta d’ingresso. La presenza di questi sostegni, rimasti privi della struttura che sorreggevano, lascia intuire che la torre sia stata mozzata nella parte superiore in epoca remota. Ciò che oggi vediamo, dunque, potrebbe essere soltanto una parte dell’edificio originario, una testimonianza incompleta di una costruzione che un tempo doveva presentarsi ben diversa.
Anche l’organizzazione degli spazi interni racconta la sua antica funzione. L’accesso ai piani superiori avveniva attraverso botole e scale retrattili, soluzioni che consentivano di rendere più difficoltoso l’ingresso a eventuali assalitori. Ogni lato dispone di un proprio affaccio, mentre al piano terra si trova una grande cappa piramidale, circondata da sedili in pietra. Un ambiente particolare, nel quale il fuoco non serviva soltanto a riscaldare: attraverso le fiamme e i segnali di fumo era possibile comunicare con le altre torri d’avvistamento e con la città, segnalando l’avvicinarsi di un pericolo.
Il locale, annerito dal fumo e dal tempo, conserva l’aspetto di uno spazio vissuto e trasformato nel corso dei secoli, disseminato di attrezzi rurali e legna da ardere. L’antico ingresso, oggi murato, si trovava a circa tre metri dal suolo, un accorgimento dettato da esigenze difensive. L’attuale porta d’accesso è stata invece ricavata sul lato meridionale.
Torre Cascione non era una costruzione isolata, ma parte di un sistema di sorveglianza più ampio, concepito per proteggere Molfetta e i suoi borghi dalle incursioni nemiche e piratesche. Insieme a Torre Cicaloria e Torre Sgamirra costituiva l’avanguardia fortificata della Curtis Mino, l’antico Casale Mino, nella parte meridionale del territorio molfettese.
I nostri antenati avevano sviluppato un articolato sistema di difesa, e l’agro era disseminato di torri dalle quali osservare il territorio e trasmettere segnali alle strutture vicine. In caso di pericolo, i fuochi accesi sulle sommità consentivano di comunicare rapidamente l’allarme, trasformando le torri in una rete di sorveglianza che collegava la campagna alla città.
Un’immagine che richiama, su scala ben più ampia, le descrizioni letterarie delle città fortificate e dei loro sistemi difensivi. Nel canto IX dell’Inferno, Dante racconta l’avvicinamento alla città di Dite, evocando un paesaggio nel quale torri e mura contribuiscono a creare un’atmosfera di minaccia e mistero. Il richiamo letterario non dimostra l’esistenza di un sistema identico in tutto il territorio italiano, ma aiuta a comprendere quanto le fortificazioni e le strutture di controllo fossero parte dell’immaginario medievale.
La storia di Torre Cascione, tuttavia, non si limita alla sua architettura e alla funzione di avvistamento. Nel XIV secolo, il territorio molfettese fu coinvolto nelle drammatiche vicende legate alla lotta per il controllo del Regno di Napoli e della Puglia, in un periodo segnato dalle rivalità tra Angioini e Aragonesi. Al centro di una delle crisi dinastiche più sanguinose vi fu la morte di Andrea d’Ungheria, marito della regina Giovanna I d’Angiò, assassinato nel 1345 ad Aversa. La vicenda contribuì ad alimentare tensioni e conflitti politici che si sarebbero protratti negli anni successivi. Le lotte per il potere investirono anche le città pugliesi, coinvolte in un quadro di alleanze mutevoli, assedi e violenze.
Secondo la ricostruzione tramandata nella storia locale, a Barletta, Andria, Molfetta e Giovinazzo si verificarono gravi episodi di violenza. Il famigerato Pipino, alla guida di cinquecento uomini a lui fedeli, avrebbe assalito Molfetta riuscendo a conquistarla con un tranello. La popolazione, colta di sorpresa e impaurita, cercò rifugio nelle torri, mentre le forze contrapposte si contendevano il controllo del territorio: gli Aragonesi mantenevano una posizione forte sul mare, mentre gli Angioini avanzavano verso Bari dalla parte di terra.
Molti casali, soprattutto quelli situati a ponente, furono sopraffatti. Gli assalitori si diressero quindi verso gli insediamenti meridionali, dove si trovavano alcune delle strutture difensive più esposte. Tra le torri che, secondo la tradizione storica locale, subirono maggiormente le conseguenze di quelle vicende figurano Sgamirra, Cicaloria e Cascione, coinvolte nella violenza delle truppe angioine durante la ritirata verso Bari. Torre Cascione, situata in una zona avvallata, sarebbe stata particolarmente esposta all’ira degli assalitori.
Per secoli, inoltre, le campagne molfettesi rimasero vulnerabili alle incursioni provenienti dal mare. Alle scorrerie attribuite a gruppi saraceni si aggiunsero quelle di corsari e predoni di diversa provenienza, comprese le incursioni turche. Fu soltanto nel Cinquecento, con il consolidarsi del dominio spagnolo e un relativo miglioramento delle condizioni di sicurezza, che il territorio conobbe una fase di maggiore tranquillità, pur senza essere completamente liberato dai pericoli. Ma è quando la storia lascia spazio alla leggenda che Torre Cascione rivela il suo volto più enigmatico.
Si racconta che nel XIV secolo alcuni ebrei, perseguitati dagli Angioini, avessero nascosto nel terreno circostante la torre un prezioso tesoro, riponendolo in una grossa cassa e sotterrandolo forse ai piedi di un bellissimo albero di carrubo. Un nascondiglio scelto, secondo il racconto tramandato, per mettere al sicuro i propri averi in un tempo di persecuzioni e violenze, quando lasciare le proprie case poteva significare abbandonare tutto ciò che si possedeva.
La leggenda aggiunge un particolare suggestivo: nel XVII secolo sarebbe stato ritrovato un grande cassone, e proprio da quella scoperta deriverebbe il nome della torre. In dialetto, infatti, cascione richiama il termine cassone, una grossa cassa nella quale si custodivano oggetti preziosi e masserizie. Ma siamo davvero di fronte alla spiegazione dell’origine del nome, oppure a una storia nata e cresciuta nel tempo attorno a una costruzione già avvolta dal mistero?
Un’altra interpretazione riconduce infatti la denominazione alla famiglia Cascione di Bitonto, che avrebbe voluto la torre per proteggere i propri possedimenti. Una terza ipotesi fa riferimento alla forma stessa della costruzione, che avrebbe richiamato alla memoria le grandi cassapanche di un tempo, chiamate in vernacolo casciòne, nelle quali le famiglie conservavano corredi nuziali e altri beni domestici. Quest’ultima spiegazione, tuttavia, solleva una domanda: se la torre originariamente era più alta e quella che vediamo oggi è soltanto una struttura mozzata, quanto poteva davvero ricordare un grande cassone nella sua forma originaria?
Non abbiamo elementi sufficienti per sciogliere definitivamente il dubbio. E non sappiamo neppure se il tesoro sia mai esistito, se sia stato davvero nascosto nei pressi della torre o se il racconto sia nato dall’intreccio di tradizioni popolari e ipotesi sull’origine del nome. Rimane, però, il fascino di quella storia: una grossa cassa sepolta nella terra, un antico carrubo, una comunità costretta a cercare rifugio e a nascondere i propri beni per sottrarli alla violenza. Immagini che attraversano i secoli e che, ancora oggi, sembrano invitare chi passa accanto a Torre Cascione a guardare il terreno con occhi diversi.
Forse il tesoro non è mai esistito. Forse il cassone fu davvero ritrovato, ma il suo contenuto e la sua storia si sono perduti. Oppure, come spesso accade nelle leggende, un frammento di realtà si è trasformato nel tempo in un racconto più grande, arricchito dalla memoria e dall’immaginazione di chi lo ha tramandato.
La pietra, intanto, è ancora lì. Silenziosa, segnata dal tempo, testimone di antiche paure e di vicende che hanno attraversato il nostro territorio. E mentre la storia cerca riscontri e le ipotesi si confrontano, la leggenda continua a custodire il suo segreto. Perché, a volte, il mistero più affascinante non è sapere dove si trovi un tesoro, ma scoprire se quel tesoro sia mai esistito davvero.

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