Dalle ricognizioni canoniche alle analisi mediche più recenti: la stigmata, una patologia ossea e quel profumo delicato che, secondo molti fedeli, continua ancora oggi ad avvertirsi.

Ogni giorno una lunga processione di fedeli si raccoglie davanti alla tomba di Santa Rita da Cascia, tra le sante più invocate nei momenti più difficili, tanto da essere conosciuta come la “santa dei casi impossibili”.
La sua figura, vissuta tra il XIV e il XV secolo in un’Umbria segnata da conflitti e tensioni familiari, continua ad esercitare un fascino profondo, alimentato non solo dalla devozione popolare ma anche dallo stato di conservazione del suo corpo.
Dal 18 maggio 1947 il corpo di Santa Rita riposa nella Basilica di Santa Rita da Cascia, custodito in un’urna d’argento e cristallo realizzata nel 1930. Indossa l’abito agostiniano cucito dalle monache del monastero, secondo il desiderio della beata Maria Teresa Fasce, figura centrale nella diffusione del culto ritiano nel Novecento. Prima dell’attuale sistemazione, la salma era rimasta esposta in modo più semplice, meta continua di pellegrinaggi.
Secondo le fonti agiografiche, al momento della morte, avvenuta nel 1457, la stigmata che la santa portava sulla fronte – segno della sua mistica partecipazione alla Passione di Cristo – si sarebbe rimarginata, lasciando una macchia rossastra dalla quale si sarebbe sprigionata una fragranza delicata. Il corpo non fu mai sepolto: inizialmente deposto in una cassa di cipresso, rimase esposto alla venerazione dei fedeli. Quando la cassa andò distrutta in un incendio, la salma sarebbe rimasta illesa, evento che contribuì ad accrescere la fama di santità.
Nel 1627 una ricognizione ufficiale confermò l’eccezionale stato di conservazione e la presenza di un colorito ritenuto sorprendentemente naturale. I documenti dell’epoca riferiscono anche testimonianze secondo cui il corpo avrebbe mutato posizione nel tempo, trovandosi adagiato su un fianco. Alcuni dichiararono di averlo visto sollevarsi leggermente o aprire gli occhi, elementi riportati in cronache conservate presso l’archivio diocesano di Spoleto e citati anche nel volume Il miracolo dei corpi incorrotti di Giuseppe Fallica.
Nel corso del Novecento il corpo è stato oggetto di ulteriori indagini medico-scientifiche, in particolare nel 1972 e nel 1997. Gli esami hanno rilevato sulla fronte una lesione compatibile con un’osteomielite, un’infiammazione dell’osso, ritenuta da alcuni studiosi coerente con la presenza della stigmata descritta dalle fonti. Il volto, le mani e i piedi appaiono mummificati, mentre sotto l’abito si conserva lo scheletro, processo di trasformazione che risalirebbe già alla prima metà del Settecento. Il piede destro presenta segni riconducibili a una patologia sofferta negli ultimi anni di vita – forse una forma dolorosa di sciatalgia – come suggerirebbe la posizione di un dito rimasto piegato. La statura della santa era di circa un metro e cinquantasette.

Nonostante i secoli trascorsi, la salma non appare completamente incartapecorita; l’aspetto, pur segnato dalla mummificazione, colpisce molti visitatori per la relativa integrità. Un elemento che continua ad alimentare la devozione popolare è il profumo che, secondo numerose testimonianze, si percepirebbe ancora oggi avvicinandosi all’urna: un aroma dolce e persistente, tradizionalmente interpretato come segno di santità.
Tra storia, fede e indagini scientifiche, il corpo di Santa Rita resta così al centro di un dialogo aperto tra devozione e ricerca, custodito nella quiete della basilica umbra e nella memoria di milioni di pellegrini che ogni anno giungono a Cascia.
Nel corso dei secoli, la vicenda del corpo di Santa Rita da Cascia si è intrecciata profondamente con la storia della città e con l’evoluzione del suo culto, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa con la canonizzazione del 1900. Attorno alla sua figura si è sviluppata una devozione popolare che travalica i confini dell’Umbria e dell’Italia, alimentata da racconti, grazie ricevute e testimonianze che continuano a moltiplicarsi.
Le ricognizioni canoniche e le indagini mediche, pur offrendo elementi oggettivi sullo stato di conservazione della salma, non hanno mai esaurito il significato che i fedeli attribuiscono a quel corpo. La scienza ha potuto descrivere fenomeni come la mummificazione parziale, la presenza di una lesione ossea compatibile con un processo infiammatorio e le trasformazioni avvenute nel tempo; la fede, invece, legge quegli stessi dati alla luce di una vita considerata straordinaria per umiltà, sofferenza e carità.
In questo equilibrio tra analisi e devozione si colloca anche il fenomeno del cosiddetto “odore di santità”, che la tradizione cristiana associa ad alcune figure ritenute particolarmente vicine a Dio. Nel caso di Santa Rita, il profumo descritto già al momento della morte è parte integrante della narrazione agiografica e continua a essere evocato dai pellegrini che sostano in preghiera davanti all’urna.
Oggi, nella Basilica di Santa Rita da Cascia, il corpo della santa rimane segno visibile di una memoria che attraversa i secoli. Che lo si guardi con lo sguardo dello storico, del medico o del credente, resta il fatto che quella salma, mai sepolta e più volte esaminata, continua a suscitare interrogativi e a richiamare folle di visitatori. È forse proprio in questa tensione tra dato scientifico e mistero che si spiega la forza duratura del culto di Rita: una donna del Quattrocento che, a distanza di oltre cinque secoli, continua a parlare al cuore di chi cerca speranza nei casi più difficili.









