Le streghe di Molfetta: storia vera di superstizione e Inquisizione


Quando le notti erano illuminate solo dal tremolio delle candele e bastava un sospetto per trasformare una donna in strega. Un viaggio nella Molfetta antica, tra masciàre, paure notturne e donne accusate di aver stretto patti col demonio. Storie di superstizione e processi per stregoneria, in una città chiusa tra mura, fede e terrore, dove l’ombra del dubbio poteva trasformarsi in condanna.
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I nostri racconti non sono convenzionali e, men che mai, “politicamente corretti”. Non ci interessa tracciare un confine netto tra storia e leggenda, anzi. Le storie del passato ci affascinano a prescindere: più sono incredibili, più ci intrigano e ci spingono a condividerle con i nostri lettori.

Oggi vi parleremo di streghe. Di quelle della nostra città. Ma sono esistite davvero? Sarebbe troppo facile — e forse troppo comodo — dare subito una risposta.

Nel mondo di oggi si tende a negare l’esistenza di streghe, stregoni e spiriti. Eppure, tra il XVI e il XVII secolo, la stregoneria era ritenuta un fenomeno reale da gran parte della popolazione europea e costituiva materia di procedimenti davanti ai tribunali ecclesiastici e civili. Anche a Molfetta sono documentati processi per accuse di stregoneria celebrati dall’autorità ecclesiastica.

Attorno all’Inquisizione e ai tribunali ecclesiastici ruotano innumerevoli storie, non tutte — anzi, quasi nessuna — ricordate in termini positivi. Attraverso questi tribunali venivano perseguiti eretici, bestemmiatori, superstiziosi e presunte streghe, con sentenze talvolta fondate su testimonianze fragili, confessioni controverse e accuse provenienti da un popolo convinto di assistere a magie, malefici e sortilegi.

Non mancarono, con ogni probabilità, coloro che per vendetta, interesse personale o rancori di vicinato denunciarono altre persone accusandole di praticare la stregoneria. Gli studiosi concordano nel ritenere che molte accuse nacquero da conflitti privati, rivalità familiari o semplici sospetti. Accusare qualcuno di stregoneria poteva diventare un modo efficace per screditarlo agli occhi della comunità.

Non sempre, però, le cose erano così semplici. In passato non esisteva una netta distinzione tra medicina popolare, religiosità, superstizione e pratiche magiche. Esistevano le cosiddette “Masciàre”, figure appartenenti alla tradizione popolare pugliese, donne ritenute esperte di erbe, rimedi naturali e rituali capaci, secondo la credenza comune, di togliere o lanciare fatture. Erano davvero streghe? È una domanda alla quale la storia non può rispondere. Sappiamo però che nella cultura popolare queste donne occupavano uno spazio ambiguo: guaritrici per alcuni, fattucchiere per altri.

La loro presenza fu a lungo tollerata dalla popolazione, pur rimanendo circondata da sospetto. Se ne parlava sottovoce, quasi fosse sconveniente ammettere di aver chiesto il loro aiuto. Molti, però, continuavano a rivolgersi a loro per ottenere rimedi contro malattie, malocchio o sventure familiari.

Le Masciàre appartenevano a un mondo in cui l’esperienza tramandata oralmente valeva spesso più della medicina ufficiale, ancora limitata nelle sue conoscenze. Conoscevano erbe officinali, preparavano infusi, unguenti e rimedi popolari, ai quali si affiancavano formule rituali e pratiche che oggi definiremmo superstiziose.

Una stampa del Seicento che ci aiuta ad immaginare l’arresto di Rosa de Pantaleo

È probabile che molte delle donne ricordate dalla tradizione come “streghe” fossero proprio figure di questo tipo.

Secondo alcune testimonianze raccolte dalla tradizione locale, il rito de “l’Avémmérì alla Médonne” sarebbe stato celebrato per invocare la protezione della Madonna Addolorata contro le streghe. Si tratta di una tradizione popolare la cui origine storica non è del tutto ricostruibile, ma che testimonia quanto fosse radicata nella mentalità collettiva la paura del soprannaturale.

Nella tradizione popolare raccolta da Orazio Panunzio nel volume Molfetta attraverso le costellazioni compaiono due figure ormai entrate nell’immaginario cittadino: Viola e Margherita. La prima viene descritta come una strega “buona”, originaria di un’isola greca; la seconda come una strega “cattiva”, proveniente dalla Calabria. Non sappiamo se siano realmente esistite o se rappresentino l’elaborazione popolare di persone vissute realmente. Ma il fatto stesso che i loro nomi siano giunti fino a noi racconta quanto fosse viva la credenza nelle Masciàre.

Secondo il racconto popolare, le due donne praticavano incantesimi, lanciavano maledizioni e soffrivano del cosiddetto “mal della luna”, una forma di licantropia che, nell’immaginario collettivo, le trasformava nelle notti più oscure in creature feroci. Si diceva che vagassero per i crocicchi della città terrorizzando gli abitanti e alimentando paure già profondamente radicate. Ma quanto c’era di vero?

In un tempo in cui le conoscenze scientifiche erano limitate e molte malattie non avevano spiegazione, bastava poco perché un sospetto diventasse una certezza. Un raccolto perduto, una morte improvvisa, una febbre misteriosa o la scomparsa di un neonato potevano essere interpretati come l’effetto di un maleficio. Le Masciàre vivevano così su un confine sottile: cercate di giorno per guarire un malanno, temute di notte come possibili emissarie del demonio. Ed è qui che la leggenda lascia spazio alla storia.

Se Viola e Margherita appartengono alla memoria popolare, Rosa de Pantaleo appartiene invece alla storia documentata. Antonio Salvemini, nel suo saggio dedicato alla storia civile di Molfetta dalle origini al XIX secolo, ricostruisce il processo che la vide protagonista. Il 22 dicembre 1675, nella Cattedrale di Molfetta, il vescovo Carlo Loffredo pronunciò la sentenza: carcere perpetuo e pubblica fustigazione.

Rosa era accusata di aver rinnegato la fede cristiana e di aver praticato la stregoneria attraverso riti che, secondo l’accusa, prevedevano anche la preparazione di un unguento con ossa di bambini non battezzati. Accuse che riflettono fedelmente l’immaginario demonologico dell’epoca. Vedova dal 1640, Rosa visse una vita segnata dalla povertà. Si prostituì per sopravvivere, si risposò, ebbe tre figli e rimase nuovamente sola. Le fonti raccontano che ricorse anche alla pratica del piombo fuso, un rituale divinatorio molto diffuso nella cultura popolare del tempo, ritenuto da molti un mezzo per individuare la causa di malattie o malocchi.

Nel 1671 iniziò il processo. Durante gli interrogatori Rosa confessò i reati contestati. Oggi numerosi studiosi ritengono plausibile che confessioni di questo genere fossero influenzate dall’uso della tortura o dalla forte pressione psicologica esercitata durante gli interrogatori, pratiche purtroppo comuni nella giustizia dell’epoca. La sentenza definitiva arrivò il 22 dicembre 1675. Rosa fu rinchiusa nel carcere dell’Episcopio. Tentò più volte la fuga e riportò gravi ferite. Morì nella sua cella il 27 aprile 1676. Oggi il suo caso viene generalmente interpretato dagli storici come quello di una donna travolta dalle paure religiose e sociali del Seicento, più che come la prova dell’esistenza della stregoneria.

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Il processo di Rosa de Pantaleo rappresenta uno degli episodi meglio documentati della storia giudiziaria di Molfetta e si colloca nella fase finale della persecuzione della stregoneria nel Mezzogiorno d’Italia, quando in gran parte d’Europa il fenomeno stava lentamente avviandosi al declino.

Col passare dei secoli le ombre si sono diradate. La medicina ha progressivamente separato il proprio cammino da quello della magia e le Masciàre sono rimaste soprattutto nella memoria popolare, più come figure del folklore che come presenze realmente temute. Eppure qualcosa di quel mondo sopravvive ancora.

Sopravvive nei racconti tramandati dai nonni, nelle espressioni dialettali, nei piccoli gesti scaramantici che continuiamo a compiere quasi senza accorgercene. Sopravvive nella fascinazione per il mistero e nella curiosità verso ciò che ancora oggi sfugge a una spiegazione semplice. Le streghe di Molfetta, vere o presunte che fossero, ci raccontano soprattutto una società nella quale il diverso faceva paura e nella quale una donna depositaria di conoscenze popolari poteva facilmente diventare oggetto di sospetto.

Forse Viola e Margherita non sono mai esistite come la leggenda le descrive. Forse molte Masciàre furono semplicemente guaritrici popolari, levatrici o donne esperte di erbe medicinali. Ma sono certamente esistite la paura, il sospetto, la superstizione e il bisogno di trovare un colpevole quando il mondo sembrava incomprensibile. E quelle, più delle streghe, hanno lasciato un segno profondo nella storia di Molfetta.

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