L’incredibile e tragica vicenda del coraggioso levriero diventato martire. Ancora oggi il suo luogo di sepoltura è meta di pellegrinaggio e preghiera.

Quella che stiamo per raccontare è una storia davvero incredibile, soprattutto se si considera che, di norma, i santi sono uomini e donne che si sono distinti nella storia per vite e opere legate alla cristianità. Il protagonista di questa straordinaria vicenda è invece Guinefort, un dolce e aristocratico levriero bianco vissuto in Francia nel XIII secolo, nel castello del signore di Villars, nel villaggio di Neuville, nella regione della Dombes, a nord di Lione.
Dopo la sua morte, questo cane divenne oggetto di una devozione popolare senza precedenti: presso la sua tomba si verificarono eventi ritenuti miracolosi, tanto che il luogo divenne meta di culto e pellegrinaggi. La singolarità della storia risiede proprio in questo: Guinefort non era una figura simbolica o leggendaria, ma un cane in carne e ossa che raccolse attorno a sé una moltitudine di devoti. Il suo culto si diffuse così ampiamente che, a un certo punto, la Chiesa fu costretta a intervenire per vietarlo, giudicandolo irriverente e di natura pagana. Ciononostante, per lungo tempo il levriero fu venerato con fervore dalla popolazione della regione della Dombes.
Guinefort era il levriero prediletto del signore di Villars, che lo teneva all’interno del castello. Era un cane bellissimo e velocissimo, e godeva di privilegi negati a tutti gli altri animali, grazie al profondo affetto che il padrone nutriva per lui. Si racconta che un giorno il nobile cavaliere e la sua sposa si allontanarono dal castello per una battuta di caccia, lasciando il loro figlio neonato alle cure della balia e del fedelissimo Guinefort, incaricato di proteggere la dimora e i suoi abitanti.
Al ritorno, il cavaliere trovò la stanza del figlio completamente messa a soqquadro: la culla era rovesciata, il levriero aveva le fauci sporche di sangue e del bambino non c’era traccia. Convinto che il cane avesse sbranato il piccolo, accecato dalla rabbia e senza riflettere, lo trafisse a morte con la spada. Poco dopo, però, udì il pianto del neonato e lo trovò illeso, nascosto sotto una cesta, accanto al corpo di una grossa vipera uccisa. Solo allora comprese l’orribile errore: Guinefort aveva combattuto contro il serpente per salvare la vita del bambino.
Sconvolto e sopraffatto dal rimorso, il cavaliere decise di seppellire il cane con tutti gli onori. Fece costruire una grande tomba circondata da alti alberi, che divenne ben presto un luogo di culto per i contadini della zona. La sepoltura del coraggioso levriero si trasformò in una frequentatissima meta di pellegrinaggio: la gente iniziò a rivolgersi a Guinefort come a un vero santo, chiedendo protezione e grazie per le proprie famiglie, soprattutto per i bambini.

Il culto crebbe rapidamente e molti portarono presso la tomba i figli malati o feriti, implorando la guarigione. Col tempo, sulla sepoltura del cane martire si accumularono numerosi ex voto in segno di ringraziamento per i miracoli che, secondo la tradizione popolare, il santo cane continuava a compiere. Grazie a un incessante passaparola, durato secoli, la figura di Guinefort venne progressivamente assimilata a quella di un santo umano.
A onor del vero, esistono due San Guinefort: uno, un martire umano venerato a Pavia, e l’altro, il levriero vissuto in Francia. Che un cane diventasse oggetto di venerazione era un fatto senza precedenti e ciò che colpì maggiormente religiosi e studiosi dell’epoca fu la rapidità con cui il culto si diffuse. Per l’Inquisizione tutto questo era inaccettabile: la Chiesa tentò in ogni modo di cancellare la memoria di San Guinefort, considerandone il culto una vera e propria eresia.
Che un cane diventasse oggetto di venerazione non era mai successo fino a quel momento e a colpire i religiosi e gli studiosi del tempo fu soprattutto l’incredibile rapidità con cui il culto di quel cane prese piede.
Nonostante le condanne e le persecuzioni, il culto resistette a lungo. Le autorità ecclesiastiche arrivarono persino a riesumare e bruciare i resti del levriero, nel tentativo di impedire ai fedeli di recarsi presso la tomba. Tuttavia, la storia non scomparve mai del tutto. Negli anni Ottanta del Novecento, lo storico francese Jean-Claude Schmitt, studiando alcuni testi medievali, si imbatté casualmente in questa vicenda. Affascinato, approfondì le ricerche e pubblicò il libro Il santo levriero. Guinefort guaritore di bambini.
Il culto sopravvisse per secoli, nonostante i divieti, compresa la proibizione imposta dall’inquisitore domenicano Étienne de Bourbon, e continuò fino al 1930, quando la Chiesa cattolica lo abolì definitivamente. Nello stesso periodo venne soppressa anche la festa di San Guinefort, tradizionalmente raffigurato come una figura metà uomo e metà cane.
Eppure, nonostante la censura e la repressione ecclesiastica, la devozione per il santo levriero non è mai scomparsa del tutto, tanto da suscitare ancora oggi discussioni e imbarazzi teologici. In tempi più recenti si è tentato di ricondurre questo culto a quello del San Guinefort “ufficiale”, celebrato il 22 agosto, nel periodo della canicola. Ma il popolo non ha mai smesso di rendere omaggio al levriero martire.
Ancora oggi il luogo della sua sepoltura, nei pressi di Lione, è conosciuto come il Bosco di San Guinefort ed è meta di pellegrinaggio e preghiera. La storia di Guinefort resta poco conosciuta al di fuori della Francia, ma nella terra in cui ebbe origine, nel XIII secolo, è ancora una delle leggende più amate e affascinanti di sempre.

La vicenda di Guinefort attraversa i secoli come una leggenda scomoda, capace di mettere in discussione i confini tra fede popolare e dottrina ufficiale. Al di là delle condanne e dei divieti, ciò che colpisce è la forza simbolica di questa storia: un animale innocente che sacrifica la propria vita per salvarne un’altra, incarnando valori come la lealtà, il coraggio e l’amore disinteressato. Proprio queste qualità, più di qualsiasi riconoscimento formale, hanno reso Guinefort degno di venerazione agli occhi del popolo.
Forse è anche per questo che il suo ricordo non è mai stato cancellato del tutto. La storia del levriero martire continua a essere tramandata come esempio di giustizia negata e di santità spontanea, nata dal basso e non imposta dall’alto. Un racconto che parla di umanità, pur avendo come protagonista un cane, e che ricorda come la devozione popolare sappia talvolta riconoscere il sacro dove le istituzioni faticano a vederlo.
Guinefort rimane così una figura unica nella storia: l’unico cane venerato come santo, simbolo eterno di fedeltà assoluta e sacrificio. Una leggenda che, ancora oggi, invita a riflettere sul significato più profondo della santità e su quanto il confine tra uomo e animale possa essere, a volte, molto più sottile di quanto si pensi.








