Dalle prime testimonianze del 1148 alle proprietà fondiarie, dalla chiesa di San Nicola agli interrogativi archeologici sulla Sala dei Templari: documenti e tracce materiali raccontano una presenza medievale ancora da approfondire. L’immagine di apertura è una ricostruzione fotorealistica immaginaria della chiesa di San Nicola in epoca medievale, oggi non più esistente.

Henry Walton Jones Jr., più noto come Indiana Jones, incontra l’ultimo dei Templari, custode del Sacro Graal, nel film del 1989 diretto da Steven Spielberg. I Templari non custodivano alcun Graal, né potevano sopravvivere per settecento anni in attesa di Indiana Jones, interpretato da Harrison Ford. Quella cinematografica è una delle rappresentazioni più innocue del cosiddetto neo-templarismo: quella passione per l’Ordine del Tempio che, nonostante la sua esistenza sia durata meno di due secoli, continua ad alimentare leggende, credenze e ricostruzioni suggestive a oltre novecento anni dalla sua fondazione.
La nascita dell’Ordine viene generalmente collocata intorno al 1119, quando un gruppo di religiosi e cavalieri si riunì a Gerusalemme, sotto la protezione del re Baldovino II. Ai primi Templari venne assegnata una sede nell’area del complesso della moschea di al-Aqsa, sul Monte del Tempio, luogo che i crociati associavano al tempio di Salomone. Da quella collocazione derivò il nome con cui sarebbero passati alla storia.
Il fascino dei Templari, tra storia e leggenda
Il fascino misterioso e spirituale dei Cavalieri del Tempio continua a colpire l’immaginario collettivo. Poche vicende medievali hanno alimentato un patrimonio di leggende tanto vasto, legato anche alla tragica fine dell’Ordine, soppresso nel 1312. Come mai i Templari esercitano ancora oggi un’attrazione così forte, forse superiore a quella suscitata da altri ordini religiosi e cavallereschi? È difficile dare una risposta univoca. Certo è che, accanto alle leggende, esiste una storia documentata che riserva sorprese e aspetti meno conosciuti.
Le ricerche più approfondite consentono di guardare ai Templari oltre gli stereotipi: ai loro rapporti con la cultura del tempo, alla circolazione dei testi religiosi, alle pratiche devozionali e ai contatti con realtà diverse da quella occidentale. Sono temi che richiedono di distinguere attentamente le testimonianze documentarie dalle interpretazioni degli studiosi, ma che dimostrano quanto la vicenda storica dell’Ordine possa risultare interessante almeno quanto la sua leggenda. È da questa prospettiva che vogliamo affrontare la «nostra storia templare»: quella scritta dall’Ordine del Tempio a Molfetta attraverso le proprietà, gli atti notarili, le donazioni e le testimonianze che il tempo ci ha restituito.
Molfetta e i Templari: le prime testimonianze
Le notizie sulla presenza dei Cavalieri del Tempio a Molfetta sono più antiche di quanto si potrebbe immaginare. E, soprattutto, non riguardano soltanto la cosiddetta Sala dei Templari, oggi conosciuta come spazio espositivo nel centro cittadino. Nel Medioevo, Molfetta e Barletta rappresentavano importanti punti di riferimento lungo gli itinerari che conducevano ai porti d’imbarco per la Terra Santa. In questo contesto, la presenza templare poteva rispondere a esigenze diverse: organizzare i collegamenti con l’Oriente, raccogliere e gestire risorse, amministrare proprietà e terreni e sostenere le attività dell’Ordine.
La prima testimonianza documentaria finora individuata della presenza templare nel territorio molfettese risale al marzo 1148, appena cinque anni dopo quella del 1143 relativa a Trani, indicata negli studi come la più antica attestazione di un insediamento templare nell’Italia meridionale. Il documento riguarda una donazione del primicerio Ungro di Leone all’abbazia della Santissima Trinità di Cava. Nell’atto viene ricordata una terra cum olivis fratrum Templi, cioè una terra con ulivi appartenente ai fratelli del Tempio, situata in località Vaditello, nel territorio di Molfetta.
La notizia è significativa: già alla metà del XII secolo, i Templari disponevano di proprietà agricole nelle campagne molfettesi. La loro presenza, dunque, non è soltanto una tradizione legata a un edificio del centro storico, ma una realtà attestata da documenti che testimoniano interessi economici e patrimoniali ben precisi. Nel febbraio 1152, un altro atto di vendita, stipulato da un molfettese in favore del diacono Giovanni, menziona in località Turris una terra Templi, un terreno appartenente all’Ordine.
Le proprietà templari continuarono ad accrescersi, anche attraverso donazioni e lasciti. Nel giugno 1176, un documento ricorda Giovanni Calo incaricato di dare esecuzione al testamento di Ramfredo, che, dopo essere stato convocato da Durante per conto dei Templari, gli consegnò una petia terra olivarum, una porzione di terreno coltivato a ulivi, nelle pertinenze di Badistello. La somiglianza tra i toponimi Vaditello e Badistello ha indotto a ipotizzare che si trattasse dello stesso luogo, o comunque di aree vicine. Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi toponomastica che non può essere considerata una certezza senza ulteriori riscontri.
Un altro particolare merita attenzione. L’atto del 1176 risulta registrato in curia domini nostri Roberti Palatini comitis Loretelli. Questo elemento è stato interpretato come un possibile indizio del fatto che, a quella data, i Templari non disponessero ancora di una propria domus a Molfetta e che le proprietà locali fossero amministrate da una casa dell’Ordine situata altrove. È una distinzione importante: possedere terreni in un territorio non significa necessariamente avere già costituito, nello stesso luogo, una sede stabile e autonoma.
La chiesa di San Nicola e la casa del Tempio
Un documento dell’agosto 1204 apre uno dei passaggi più interessanti della storia templare molfettese. Maria, figlia di Giusto, per adempiere a un voto del padre, offrì a Giovanni Salvagio, indicato nell’atto come Rubensis domus sacre Templi preceptoris, le pertinenze che la famiglia possedeva sulla chiesa di San Nicola. La formula latina ha dato origine a interpretazioni differenti. Il termine Rubensis, infatti, può essere riferito a Ruvo e lascia aperta una questione: Giovanni Salvagio era un precettore proveniente da Ruvo oppure era il responsabile della casa templare di quella città?
Secondo una prima interpretazione, la donazione si inserirebbe nel processo di insediamento stabile dei Templari a Molfetta, dove la chiesa di San Nicola sarebbe divenuta il centro di una loro presenza organizzata, con edifici e proprietà destinati alle esigenze religiose, amministrative ed economiche dell’Ordine. Secondo un’altra lettura, invece, Giovanni Salvagio sarebbe stato il precettore della casa templare di Ruvo, incaricato anche di amministrare i possedimenti dell’Ordine nel territorio molfettese. In questa prospettiva, la donazione del 1204 non dimostrerebbe ancora, da sola, l’esistenza di una domus templare autonoma a Molfetta. È proprio questa differenza tra le due interpretazioni a rendere interessante la documentazione: non basta individuare un nome o una formula latina per ricostruire con certezza l’organizzazione territoriale dell’Ordine. Occorre mettere in relazione gli atti, verificarne il contenuto e seguirne l’evoluzione nel tempo.
Un ulteriore documento, datato marzo 1205, offre un elemento significativo. I coniugi Girabello e Maiorella, di Molfetta, vendettero per sette once a frate Giovanni Salvagio, che agiva per parte sacre domus Templi, una casa confinante con il cimitero della chiesa di San Nicola. La menzione della domus Templi e il riferimento al cimitero della chiesa costituiscono indizi importanti di una presenza templare organizzata nell’area. La documentazione successiva permette di affermare con maggiore sicurezza che una casa del Tempio a Molfetta esisteva nel febbraio 1216. In quell’anno Gemmata, figlia di Leone Sammaro e vedova di Giustiniano, donò a Matteo, indicato come confratri domus Templi sacre militie preceptoris sancti Nicolai in Melficta, tutte le terre che possedeva nelle pertinenze di Guarassano. La formula latina richiama espressamente la casa del Tempio e il precettore di San Nicola a Molfetta. È una testimonianza particolarmente rilevante, perché collega direttamente la sede templare alla città e alla chiesa dedicata al santo.
Gli uliveti e la ricchezza dei possedimenti templari
Le proprietà dell’Ordine non si limitavano agli edifici cittadini. Gli atti successivi documentano una rete di terreni agricoli, in particolare oliveti, distribuiti in diverse località del territorio. Nel 1214 vengono ricordati gli olivas Templi a Badistello; nel gennaio 1220 ricompaiono gli olivas domus Templi nella stessa zona. Un altro documento, datato 29 novembre 1232, menziona gli olivas Templi nelle pertinenze di Barbatti, presso Molfetta. Ulteriori riferimenti agli oliveti templari compaiono nel Codice Diplomatico Barese e riguardano località come il Pulo e Summo. È inoltre attestata la proprietà di un clusum, termine che in questo contesto indica un terreno chiuso o recintato.
Nel loro insieme, queste testimonianze restituiscono l’immagine di un patrimonio agricolo articolato, la cui gestione richiedeva rapporti con proprietari, amministratori e autorità locali. L’olio d’oliva costituiva una risorsa economica importante e poteva contribuire al sostentamento delle case dell’Ordine e alle sue attività.
Anche il patrimonio immobiliare cittadino sembra essersi progressivamente ampliato. Accanto alla chiesa di San Nicola, al cimitero e alla casa acquistata nel 1205, vengono ricordate altre strutture abitative lungo il prolungamento dell’attuale via Sant’Orsola. È stata inoltre avanzata l’ipotesi della presenza di una torre presso uno degli edifici, ma questo particolare richiede cautela, non essendo sufficiente la sola ricostruzione topografica a dimostrarne l’effettiva esistenza.
Il 1308: l’ultima grande testimonianza economica
Dopo le notizie relative ai possedimenti del XIII secolo, la documentazione qui ricostruita torna a parlare dei Templari a Molfetta nel 1308, quando l’Ordine era ormai vicino alla soppressione. Il 18 maggio di quell’anno, la regia curia, con una lettera da Napoli, si rivolse al giudice Pietro de Ninna di Aversa, procuratore del Tempio di Barletta. La vicenda riguardava Lippo Scafarelli e altri mercanti fiorentini residenti a Barletta, che avevano prestato mille fiorini d’oro ai Templari della casa locale.
L’operazione era stata approvata da Ottone de Valderiaco, maestro dell’Ordine in Puglia, e da Jacques de Molay, maestro generale dei Templari. A garanzia del credito, i mercanti avevano ricevuto il diritto di riscuotere l’olio prodotto dai possedimenti molfettesi della casa templare di Barletta, per un valore stimato di circa 1.500 fiorini.
La situazione cambiò quando i beni templari del Regno furono sottoposti a sequestro. Per consentire ai creditori di recuperare quanto spettava loro, il re e il papa avrebbero concesso di attendere fino al febbraio 1309 la vendita dell’olio; qualora la vendita fosse stata ulteriormente ritardata, i mercanti avrebbero potuto provvedervi direttamente.
Questa testimonianza offre un’indicazione preziosa sulla rilevanza economica dei possedimenti molfettesi. Ancora all’inizio del XIV secolo, le rendite degli oliveti locali erano abbastanza consistenti da essere utilizzate come garanzia per un’operazione finanziaria di rilievo. È un aspetto che merita di essere sottolineato: la storia dei Templari a Molfetta non riguarda soltanto cavalieri, croci e luoghi di culto, ma anche terreni, produzioni agricole, rapporti commerciali e gestione del patrimonio.
Dalla soppressione dell’Ordine agli Ospitalieri
Nel 1312, papa Clemente V decretò la soppressione dell’Ordine del Tempio. La chiesa di San Nicola, con l’annesso ospedale, viene ricondotta dalla documentazione storica alla presenza templare fino a quella fase. Nel 1324 i beni passarono al conte Amelio del Balzo, secondo la ricostruzione riportata negli studi sulla vicenda molfettese. In seguito, la chiesa e la casa di San Nicola furono associate all’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, noto come Ordine degli Ospitalieri.
Una testimonianza del 28 maggio 1373 riferisce che Giacomo, arcivescovo di Trani, procedette all’inventario dei beni degli Ospitalieri nella propria diocesi. Nell’atto, la casa di San Nicola a Molfetta, già appartenuta ai Templari, risultava dipendere dal priorato di Barletta dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme. La chiesa compare successivamente nell’inventario dei beni della Commenda di Santa Maria di Sovereto. Dopo essere caduta in rovina, fu acquistata dal Comune di Molfetta nel 1820 e venne demolita negli anni successivi perché considerata a rischio di crollo.
La continuità delle testimonianze permette così di seguire, almeno in parte, la trasformazione del patrimonio templare dopo la fine dell’Ordine: dalle proprietà del Tempio al passaggio ad altri soggetti, fino alla perdita degli edifici originari.
La Sala dei Templari: quanto resta davvero del complesso medievale?
Per lungo tempo si è ritenuto che l’attuale Sala dei Templari fosse l’unica struttura superstite del complesso che comprendeva la chiesa di San Nicola, il cimitero e gli edifici collegati alla presenza dei Cavalieri del Tempio. La questione, tuttavia, richiede una distinzione fondamentale tra la memoria storica del luogo e l’età delle strutture oggi visibili. Gli ambienti della Sala dei Templari, nella loro configurazione attuale, sono stati datati al XV-XVI secolo e costituiscono corpi edilizi annessi alla chiesa, ma distinti da essa. Non possono quindi essere identificati automaticamente con gli edifici templari del XII e XIII secolo. Ciò non significa che l’area sia priva di testimonianze più antiche. Durante gli scavi archeologici e i lavori condotti tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, sono emersi resti di strutture precedenti agli ambienti oggi visibili.
Tra i ritrovamenti viene segnalata una porzione di muraglione, interpretata come possibile parte della cinta muraria urbana o come un bastione situato all’interno o nelle vicinanze del complesso templare. Sulla sommità sono stati inoltre rinvenuti materiali ceramici di epoca protostorica e resti di selce, testimonianze che indicano una frequentazione dell’area ben più antica del Medioevo. Sono state individuate anche tracce di muratura e di basolato che potrebbero essere riferibili a una delle prime strutture della casa templare, oltre a un ampio vano intonacato, forse destinato a deposito o utilizzato come cisterna per l’acqua.
Sono elementi suggestivi, ma è importante non trasformare le ipotesi in certezze: per attribuire con sicurezza una struttura ai Templari occorre disporre di riscontri archeologici e documentari sufficienti. Il fatto che un reperto sia stato rinvenuto nell’area dell’antico complesso non dimostra, da solo, che sia stato realizzato o utilizzato dall’Ordine.
L’accesso agli ambienti oggi noti come Sala dei Templari si trova in piazza Municipio, un’area nella quale si ritiene che si estendesse parte del complesso medievale. Gli spazi attuali sono organizzati in due corsie, scandite da una successione di arcate a tutto sesto e coperte da volte a botte o a botte ribassata. Durante i lavori di ristrutturazione sono state messe in luce architetture preesistenti di diversa tipologia. Oggi la Sala è utilizzata per mostre temporanee e iniziative espositive.
Dove sorgeva la chiesa di San Nicola?
Un altro interrogativo riguarda l’esatta collocazione della chiesa di San Nicola, scomparsa da circa due secoli. In una prima fase si era ipotizzato che la chiesa potesse trovarsi in corrispondenza dell’attuale Sala dei Templari, nei pressi di piazza Municipio. Ricerche successive hanno portato a individuare la sua possibile ubicazione nell’area degli ambienti oggi occupati dalla Pro Loco di Molfetta e da altri locali comunali.
Questa ricostruzione è stata considerata particolarmente attendibile, ma è opportuno distinguere la localizzazione proposta dagli studiosi dalla certezza di una corrispondenza esatta tra i resti rinvenuti e l’edificio medievale. Se la chiesa sorgeva effettivamente in quell’area, il cimitero annesso doveva trovarsi nelle immediate vicinanze dell’attuale Sala dei Templari. La presenza di un’area funeraria è richiamata da testimonianze storiche e dal ritrovamento di resti ossei. Anche in questo caso, la ricostruzione del complesso richiede di mettere insieme fonti scritte, dati archeologici e analisi topografiche. È proprio dall’incrocio di questi elementi che può emergere un quadro più preciso dell’organizzazione degli spazi medievali.
Una storia che non si esaurisce nelle leggende
La vicenda dei Templari a Molfetta si sviluppa lungo quasi due secoli e mezzo di testimonianze: dai terreni coltivati a ulivi ricordati nel 1148 alla casa templare documentata nel XIII secolo, dalle proprietà cittadine ai rapporti economici con la casa di Barletta, fino alla soppressione dell’Ordine e alla successiva trasformazione dei suoi beni. Non tutto è stato chiarito. Restano questioni aperte sull’organizzazione delle prime proprietà, sull’interpretazione di alcuni documenti, sull’esatta estensione del complesso medievale e sul rapporto tra le strutture archeologiche emerse e gli edifici utilizzati dai Templari. È proprio questo a rendere la ricerca storica interessante. Non si tratta di aggiungere nuove leggende a una vicenda già ricca di suggestioni, ma di interrogare le fonti, confrontare le interpretazioni e distinguere ciò che sappiamo da ciò che possiamo ancora soltanto ipotizzare.
La Sala dei Templari conserva la memoria di questa storia, ma non coincide necessariamente con tutto ciò che ne rimane materialmente. Dietro gli ambienti che oggi conosciamo si apre una vicenda più ampia, fatta di proprietà, luoghi di culto, attività economiche e trasformazioni urbane. Forse, dunque, c’è davvero altro da scoprire. Non necessariamente un segreto spettacolare, ma nuovi elementi capaci di restituirci una conoscenza più precisa della Molfetta medievale e del ruolo che i Cavalieri del Tempio ebbero nella sua storia.
Per approfondire: Templari ed Ospitalieri a Molfetta tra XII e XV secolo, Atti del XXVIII Convegno di Ricerche Templari, Anghiari (AR), 17-18 settembre 2010, a cura della Libera Associazione Ricercatori Templari Italiani (LARTI), Edizioni Penne & Papiri, Tuscania, 2011, pp. 55-104.










