Trentadue anni dopo, la morte di cinque marittimi molfettesi e del loro cane di bordo resta avvolta da interrogativi senza risposta. Tre inchieste, ipotesi mai definitivamente chiarite e una verità che le famiglie continuano ad attendere. Una ferita aperta nella memoria di Molfetta.

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 1994, poco dopo la mezzanotte, un’esplosione squarciò il buio dell’Adriatico. Al largo delle coste del Montenegro, il motopeschereccio Francesco Padre venne distrutto. A bordo c’erano cinque uomini di mare: Giovanni Pansini, Saverio Gadaleta, Luigi De Giglio, Francesco Zaza e Mario De Nicolo. Con loro anche Leone, il cane che condivideva la vita di bordo e le giornate di lavoro dell’equipaggio.
Nessuno di loro fece più ritorno a casa.
Una tragedia che, a distanza di trentadue anni, continua a interrogare non soltanto le famiglie delle vittime, ma un’intera comunità. Perché quella del Francesco Padre non è soltanto una pagina dolorosa della storia della marineria molfettese. È una vicenda che si è progressivamente trasformata in uno dei grandi misteri irrisolti della storia italiana, tanto da essere ribattezzata, non a caso, «l’Ustica del mare».
Quel peschereccio non è mai tornato in porto. Il mare restituì soltanto il corpo di Mario De Nicolo, mentre degli altri quattro marittimi e di Leone non si ebbero più notizie. Per i familiari, al dolore della perdita si aggiunse così un’altra, terribile sofferenza: non poter dare una sepoltura ai propri cari, non avere una tomba sulla quale fermarsi a piangere, non poter chiudere una storia rimasta sospesa tra il ricordo e l’attesa.
A Molfetta, città che per generazioni ha affidato al mare il lavoro, le speranze e il destino di tanti uomini, quella notte lasciò un segno profondo. Il porto, le banchine, le imbarcazioni che continuavano a partire e a rientrare divennero, da allora, anche luoghi della memoria. Perché ogni barca che prende il largo porta con sé la stessa speranza di sempre: tornare a casa.
Ma che cosa accadde realmente al Francesco Padre?
È questa la domanda che, nonostante il trascorrere degli anni e le diverse indagini giudiziarie, non ha mai trovato una risposta definitiva. Le inchieste susseguitesi nel tempo non sono riuscite a ricostruire con certezza la dinamica dell’esplosione né a individuare eventuali responsabilità. Gli ultimi accertamenti della magistratura inquirente esclusero l’ipotesi che il motopeschereccio trasportasse illegalmente armi, lasciando aperti diversi scenari.
Tra le ipotesi prese in considerazione vi fu quella di un tragico errore delle forze NATO, impegnate in quegli anni nelle operazioni militari legate alla guerra nell’ex Jugoslavia. Non vennero tuttavia meno altre possibilità: un eventuale tentativo di intimidazione a scopo estorsivo da parte della criminalità della zona oppure la deflagrazione accidentale di un ordigno bellico rimasto impigliato nelle reti del peschereccio.
Non si trattava soltanto di supposizioni prive di riscontri. Il recupero di alcuni residui del relitto consentì di individuare sulla fiancata dell’imbarcazione un foro compatibile con il passaggio di un proiettile del tipo PIT (perforante-incendiario-tracciante), riconducibile a una tipologia di munizionamento di chiara matrice militare. Un elemento tutt’altro che secondario, che avrebbe meritato ulteriori approfondimenti.
A questo si aggiunsero alcuni documenti NATO successivamente desecretati, dai quali risulterebbe esclusa la presenza di unità navali montenegrine nell’area interessata quella notte. Eppure, nonostante gli elementi emersi, il quadro investigativo non riuscì a comporsi in una ricostruzione definitiva.
Un passaggio particolarmente controverso riguarda la mancata collaborazione internazionale. Le rogatorie formulate nell’ambito delle indagini non ottennero le risposte necessarie da parte degli organismi e dei Paesi coinvolti, tra cui Stati Uniti, Serbia e Montenegro. Le forze NATO non fornirono gli elementi richiesti, impedendo di fatto di acquisire informazioni indispensabili per chiarire quanto accaduto.
Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato che va ben oltre la tragedia di un peschereccio scomparso in mare. Perché quando un’indagine incontra ripetutamente ostacoli, quando le richieste di collaborazione internazionale rimangono senza risposte adeguate e quando, dopo decenni, non si riesce ancora a stabilire che cosa abbia provocato la morte di cinque uomini, il silenzio diventa esso stesso un elemento della storia.
Ci sono silenzi che non cancellano le domande. Al contrario, le rendono ancora più insistenti.
Non è un caso che il Francesco Padre venga accostato ad altre grandi vicende irrisolte del nostro Paese, da Ustica alla strage di Bologna. Storie diverse per dinamiche e contesti, ma accomunate da una dolorosa costante: la ricerca di una verità che le famiglie delle vittime hanno continuato a pretendere, spesso contro l’indifferenza e le difficoltà delle istituzioni. Nel caso del Francesco Padre, a rendere ancora più dolorosa questa vicenda è anche l’assenza dei corpi. Quattro uomini e il loro compagno di bordo sono rimasti sul fondo del mare, insieme a una parte della storia che nessuno è riuscito a ricostruire completamente.
E mentre le indagini si sono susseguite senza arrivare a una conclusione, le famiglie hanno continuato a convivere con una perdita che non ha mai trovato una vera possibilità di elaborazione. Non c’è una tomba sulla quale deporre un fiore, non c’è un luogo nel quale raccogliersi per salutare definitivamente chi non è più tornato.
Trentadue anni sono tanti. Sono trascorsi attraverso generazioni, cambiamenti politici, governi, amministrazioni e nuove stagioni della storia italiana. Ma il tempo non ha cancellato quella notte e non ha attenuato il diritto dei familiari a conoscere la verità.
La tragedia del Francesco Padre appartiene alla memoria di Molfetta, ma non soltanto a quella. Riguarda la dignità del lavoro marittimo, il diritto alla verità, il dovere delle istituzioni di non abbandonare le famiglie delle vittime e, soprattutto, la necessità che vicende di questa portata non vengano consegnate all’oblio.
Cinque uomini di mare e un cane di bordo. Sei vite spezzate. Una città che non ha dimenticato. Il mare ha custodito il relitto, ma non può custodire per sempre anche le domande. Perché dopo trentadue anni, quella verità ancora incompiuta continua a chiedere di emergere dagli abissi. E quei silenzi, purtroppo, continuano a parlare.









