Accadde oggi: nel 44 a.C. l’assassinio di Giulio Cesare


Caio Giulio Cesare venne assassinato a seguito di una congiura promossa da Bruto e Cassio alle Idi di marzo del 44 a.C., durante la festività pagana dedicata al dio della guerra Marte.
Statua di Giulio Cesare a Rimini donata alla città da Benito Mussolini nel 1933. È collocata in Piazza Tre Martiri, un’area che un tempo era l’antico foro romano di Ariminum. Questa piazza è significativa poiché si ritiene che Cesare abbia arringato le sue legioni qui dopo aver attraversato il Rubicone nel 49 a.C., pronunciando la famosa frase “Alea iacta est” (Il dado è tratto). Ph. Marino Piers. Giovine.

Nel calendario romano le Idi di marzo cadevano il 15 marzo. Il termine Idi indicava il 15º giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e il 13º giorno degli altri mesi.

Protagonista dell’ultima tormentata fase delle istituzioni repubblicane a Roma, Cesare fu ucciso proprio alle Idi di marzo del 44 a.C., dopo essere stato nominato dittatore a vita. Dopo la sua morte si aprirà la fase che porterà alla nascita della Roma imperiale con Ottaviano Augusto.

Quel giorno il dictator si lasciò convincere da Decimo Bruto a presentarsi in Senato, nonostante i presagi avversi e i tentativi di uno schiavo, del maestro Artemidoro di Cnido e dell’aruspice Spurinna di metterlo in guardia. Secondo la tradizione, prima dell’assassinio vi furono diversi segni inquietanti: nella notte si udirono strani rumori e durante un sacrificio Cesare non riuscì a trovare il cuore della vittima sacrificale, presagio considerato di cattivo auspicio. Si racconta inoltre che la notte precedente all’omicidio la moglie Calpurnia avesse sognato di stringere tra le braccia il marito morto, mentre Cesare avrebbe sognato di trovarsi nel cielo con Giove, avvolto dalle nuvole.

Verso le undici Cesare uscì di casa senza scorta e percorse la Via Sacra tra due ali di folla acclamante. Giunto nella Curia, mentre il congiurato Trebonio tratteneva con una scusa Marco Antonio, il dictator venne circondato dai congiurati, i cosiddetti cesaricidi. Tullio Cimbro si gettò ai suoi piedi come per implorarlo e gli tirò la toga: era il segnale convenuto. Publio Casca lo colpì per primo con un pugnale, ferendolo. «Scelleratissimo Casca, che fai?», avrebbe reagito Cesare, colpendolo a sua volta. Subito dopo gli altri congiurati gli si avventarono contro. Quando vide brillare la lama del “suo” Marco Bruto, Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo, suo avversario nella guerra civile del 49 a.C., e morì colpito da 23 pugnalate.

Alla congiura presero parte più di sessanta persone: nemici a cui Cesare aveva concesso clemenza, amici ai quali aveva accordato onori e gloria, e persino alcuni di coloro che aveva nominato eredi nel testamento. A capo della congiura vi erano gli ex pompeiani Gaio Cassio, praetor peregrinus, e Marco Bruto, praetor urbanus. Vi aderirono anche alcuni cesariani, tra cui Decimo Bruto, console designato per l’anno successivo, e Trebonio, uno dei migliori generali di Cesare destinato al consolato nel 42 a.C. Il principale promotore dell’azione fu Cassio, mentre Marco Bruto vi aderì poco prima dell’assassinio, conferendo alla congiura una parvenza di nobiltà politica.

I congiurati si consideravano custodi e difensori della tradizione e dell’ordinamento repubblicano e, per formazione e cultura, erano contrari a ogni forma di potere personale, almeno in teoria. Temendo che Cesare volesse farsi proclamare re di Roma, decisero quindi di eliminare colui che consideravano ormai un dittatore. In realtà, per molti di loro le motivazioni furono meno nobili: rancore, invidia e delusioni per mancati riconoscimenti e ricompense.

Cesare probabilmente non pronunciò la famosa frase “Tu quoque, Brute, fili mi”. Lo scrittore latino Svetonio riferisce che, morendo, Cesare avrebbe detto in greco “Kai su, teknon?” (“Anche tu, figlio?”), lingua diffusa tra l’élite romana. Tuttavia lo stesso Svetonio mette in dubbio questa versione, sostenendo che Cesare emise soltanto un gemito senza riuscire a pronunciare parole. Nonostante ciò, la frase in greco ebbe grande fortuna nella tradizione successiva.

Dopo l’assassinio i senatori fuggirono in preda al panico, mentre i congiurati si dispersero per informare il popolo. Il corpo di Cesare rimase nell’atrio dell’edificio per diverse ore, prima che tre schiavi lo caricassero su una lettiga per riportarlo a casa.

Il popolo di Roma pianse a lungo il grande condottiero, ucciso da ventitré pugnalate. Di lui fu scritto: «Così egli operò e creò come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui; e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore» (Th. Mommsen, Storia di Roma antica, libro V, cap. XI).

Gaio Giulio Cesare fu una figura decisiva nella storia romana: con la sua dittatura si avviò il processo che portò al superamento delle istituzioni repubblicane e all’avvicinamento alla monarchia imperiale. Fu inoltre un grande condottiero che guidò i suoi eserciti in numerose campagne militari, tra cui quelle in Gallia, Britannia, Germania, Grecia, Egitto e Ponto.

Cesare venne assassinato nell’area dell’attuale Largo di Torre Argentina, nel luogo dove sorgeva la Curia di Pompeo, mentre presiedeva una riunione del Senato. Oggi una lastra ricorda il punto in cui, secondo la tradizione, sedeva Cesare al momento dell’assassinio. Il monumento fu voluto da Ottaviano Augusto per commemorare il padre adottivo e tramandare ai posteri la condanna del suo omicidio. Secondo alcune fonti antiche, la Curia venne successivamente chiusa e trasformata in un luogo memoriale dedicato alla figura di Cesare.

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