Ricordi di quando le nonne sferruzzavano all’aperto


Fra le loro mani prendevano forma calze, mantelle, maglioni e tutto ciò che serviva per proteggersi dal freddo. Racconto di Angelo Boccanegra
Alcune nonne, però, lavoravano a maglia dai loro balconi. Ogni tanto, però, lo sguardo volgeva verso la strada per controllare i nipotini che giocavano.

Da ragazzi, era nostra consuetudine giocare per le vie di Molfetta vecchia, a qualsiasi ora del giorno, ma soprattutto dalle prime ore pomeridiane fino sera. Fino a tre-quattro decenni or sono era normale vedere tanti ragazzi giocare per strada.

Ai miei tempi, erano pochissimi i ragazzi che avevano una bicicletta, i pattini a rotelle o un vero pallone di cuoio. Tanti erano i ragazzi che pur non avendo nulla, avevano solo tanta voglia di giocare divertendosi inventando semplici giochi fatti di niente, ma dove era necessario dimostrare abilità, forza e scaltrezza. Si giocava molto a “nascondino”, “guardie e ladri”, “palline” (le biglie), “pari e dispari”, “cinque pietre” ecc.

La città, al tempo della mia infanzia, era molto tranquilla, meno brulicante e, soprattutto, meno pericolosa, praticamente il traffico non esisteva e le macchine in circolazione in certe ore del giorno si potevano davvero contare.

Tra i vicoli della città vecchia poi, eravamo ancora più tranquilli, ci sentivamo ancora più protetti, quasi fossimo in un fortino. Non era affatto pericoloso, a quei tempi, giocare per strada, ci si conosceva un po’ tutti nel quartiere e poi c’erano le nostre mamme e nonne che vigilavano sedute a sferruzzare davanti alle case a pianterreno. Tutte le mamme e nonne, vigilavano su tutti noi, quasi fossimo tutti figli e nipoti di tutte loro, non senza sbraitare quando era necessario frenare la nostra vivacità, oppure quando disturbavamo un po’ troppo la quiete che regnava sovrana tra quei vicoli.

Le donne si riunivano spesso in piccoli gruppi e quella che abitava al primo o al secondo piano di quei vecchi palazzi, spesso scendeva giù per sferruzzare all’aperto e, ovviamente, chiacchierare in compagnia, portandosi dietro la propria sediolina di paglia, i ferri di ricamo e il gomitolo di lana, per fare le famose “calzette” di lana per l’inverno, o le “babbucce” per tenere i piedi caldi la notte, o le mantelle, molto usate in passato dalle nostre mamme e nonne, oppure, ancora, qualche maglione (che solo in pochi potevano permettersi di acquistare confezionati).

In passato, era normale vedere le nonne lavorare a maglia dinanzi alle loro abitazioni.

C’erano donne, le più anziane, che abilmente amavano ricamare centrini all’uncinetto da posare sulle tavole di casa, sulle “colonnette” (i comodini alti di una volta delle camere da letto), o sui piani interni delle credenze che lasciavano vedere all’interno i servizi di piatti e da the più belli.

Le donne più anziane erano provviste di grossi occhiali che arrivavano alla punta del naso: quando cascavano seguivano le nostre risate. Quanto filo le nostre nonne hanno fatto passare attraverso la “ciappétta“, che era un piccolo fermaglio che portavano attaccato al petto e dal quale non si separavano quasi mai.

Quei posti, quelle semplici gesta, quella tranquillità del passato, non esistono più, sono cambiate le persone, sono cambiati i tempi e soprattutto la voglia di stare assieme.

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