Dietro le ante di un vecchio mobile si custodivano non solo stoviglie e fotografie, ma la memoria di un’intera famiglia, riaffiorata dai ricordi di Angelo Boccanegra.

Ci sono ricordi che riaffiorano all’improvviso grazie a un oggetto rimasto immobile per decenni. Basta osservarlo, sfiorarlo o semplicemente pensarlo perché il tempo sembri fare un passo indietro. È da uno di questi ricordi, raccontato con la consueta sensibilità da Angelo Boccanegra, instancabile custode della memoria della Molfetta di un tempo, che nasce questo nuovo appuntamento della nostra rubrica “Amarcord”. Perché, come ama ricordare lui stesso, «un’emozione, quando diventa ricordo, non invecchia mai».
Quella era semplicemente “la credenza”. Un mobile come tanti, si potrebbe pensare. E invece, per chi è cresciuto nelle case di una volta, rappresentava molto di più. Era uno scrigno di ricordi, un luogo dove il tempo sembrava fermarsi e dove ogni oggetto custodiva un piccolo frammento della storia familiare. Di quella credenza Angelo conserva ricordi lontani, quelli della sua infanzia. Da bambino si avvicinava con la curiosità tipica di quell’età e apriva lentamente le ante, quasi aspettandosi ogni volta di scoprire qualcosa di nuovo. E, in effetti, era proprio così.
Lì dentro sembrava esserci un piccolo mondo. Si trovavano oggetti antichi, bottiglie, caraffe e brocche dalle forme insolite, vecchie fotografie ingiallite dal tempo, cartoline provenienti da luoghi lontani o legate a momenti importanti della vita della famiglia. C’erano cose di cui forse nessuno ricordava più l’utilità, ma che nessuno avrebbe mai pensato di buttare via, perché ognuna custodiva un ricordo.
Ogni credenza raccontava una storia diversa. Per molti anni quel mobile ha occupato un posto d’onore nelle case delle famiglie molfettesi. Non era soltanto un complemento d’arredo, ma faceva parte della vita quotidiana. L’arredamento, allora, era semplice, essenziale e costruito per durare. Non esistevano grandi showroom o negozi specializzati. Quando serviva un mobile, ci si rivolgeva al falegname, che lo realizzava su misura secondo le necessità della famiglia. Erano anni in cui il denaro era poco e ogni acquisto rappresentava un sacrificio. Proprio per questo ogni mobile veniva conservato con cura e accompagnava la famiglia per tutta la vita, passando spesso ai figli e poi ai nipoti.
Oggi molte di quelle credenze continuano a vivere nelle case moderne. Restaurate con pazienza, fanno bella mostra di sé nei soggiorni, diventando eleganti elementi d’arredo. Ma chi ha avuto la fortuna di crescerci accanto sa che il loro valore va ben oltre il legno, gli intagli o la bellezza estetica. Ripensando a quella credenza della sua infanzia, Angelo prova ancora oggi una profonda emozione. Perché tra quei ripiani non erano custoditi soltanto piatti, bottiglie o fotografie. Lì dentro era conservata la storia della sua famiglia. Una storia fatta di quotidianità, di tradizioni tramandate in silenzio, di piccoli gesti ripetuti ogni giorno, di oggetti riposti con cura e poi dimenticati.
Eppure proprio quelle cose, apparentemente insignificanti, continuano ancora oggi a raccontare un’epoca in cui bastava aprire le ante di una vecchia credenza per ritrovare, intatto, il sapore della propria infanzia.







