Donna Prassede e l’illusione del bene: quando il “buon governo” diventa dominio


Nel ritratto ironico di Alessandro Manzoni si nasconde una riflessione senza tempo sul potere di chi pretende di sapere sempre cosa sia il bene comune, di chi, convinto di fare il bene, finisce per imporlo agli altri.
Lucia e la madre Agnese al cospetto di Donna Prassede, dall’edizione quarantana de I promessi sposi

«Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo: e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care».

Si tratta del celebre passo del capitolo XXV dei I Promessi Sposi, in cui Alessandro Manzoni presenta la nobildonna Donna Prassede. Dedita, almeno nelle intenzioni, al bene comune, ella incarna tuttavia un paradosso: il bene, per lei, è sempre ciò che decide lei stessa. Nel suo zelo moralistico, esemplare nella sua bigotteria, il desiderio di fare del bene si accompagna a una sottile ma evidente smania di dominio.

Donna Prassede sembra voler detenere il monopolio delle buone azioni, esercitando una sorta di pseudo-carità, spesso maldestra e raziocinante. Non crede facilmente all’innocenza e nutre un’idea piuttosto meschina della giustizia divina. Come accade a tutti gli archetipi letterari, la sua figura può essere letta sia come personaggio realistico sia come metafora, capace di fondersi con altri tipi umani.

È evidente, infatti, che il personaggio si presti alla metafora. Ogni lettore può avventurarsi liberamente nel terreno, non sempre agevole ma certamente intrigante, delle analogie. La figura di Donna Prassede, mirabilmente tratteggiata dal Manzoni, sembra quasi stimolarle in modo irresistibile.

Ma chi è, concretamente, Donna Prassede nel romanzo? È la nobildonna milanese moglie di Don Ferrante che accoglie Lucia nella propria casa dopo la liberazione della giovane dal castello dell’Innominato, avvenuta in seguito alla conversione del bandito dopo l’incontro con il cardinal Borromeo. La donna entra in scena nel capitolo XXV, quando il narratore informa che lei e il marito soggiornano in un piccolo paese vicino a quello in cui Lucia e la madre Agnese sono ospiti nella casa del sarto, proprio nei giorni immediatamente successivi alla liberazione della ragazza.

Il casato della nobildonna non viene mai esplicitato — secondo il consueto espediente della reticenza dell’“anonimo” narratore — ma l’autore la descrive come una persona estremamente bigotta. Convinta di dover fare del bene al prossimo, lo fa tuttavia più per puntiglio personale che per autentica inclinazione caritatevole. Per questo motivo finisce spesso per intromettersi in questioni che non la riguardano, utilizzando mezzi inopportuni o imponendo decisioni a persone che non le hanno richiesto alcun aiuto. Il risultato è una figura che, non di rado, assume tratti quasi grotteschi.

Il caso di Lucia ha suscitato molta curiosità nei dintorni, e Donna Prassede manifesta il desiderio di conoscere la giovane. Un giorno manda dunque una carrozza alla casa del sarto per condurla alla propria dimora di villeggiatura. Lucia inizialmente vorrebbe schermirsi, ma il sarto convince lei e Agnese ad accettare l’invito. Le due donne fanno così la conoscenza della nobildonna, che propone a Lucia di trasferirsi nella sua casa di Milano: lì potrà aiutare la servitù nelle faccende domestiche e, soprattutto, sarà al sicuro dalle mire di Don Rodrigo. In tal modo la nobildonna ritiene di assecondare anche i desideri del cardinale, impegnato a trovare un rifugio per la ragazza.

Lucia e Agnese accettano, seppure a malincuore, e così la giovane si separa dalla madre per trasferirsi a Milano (cap. XXVI), dove resterà fino allo scoppio della peste del 1630. Sarà proprio Renzo, andato a cercarla nella casa della nobildonna, a scoprire che Lucia si è ammalata ed è stata condotta al lazzaretto.

F. Gonin, Donna Prassede e Lucia.

La permanenza di Lucia nella casa aristocratica, tuttavia, non è delle più serene. Sin dal loro primo incontro, Donna Prassede si è convinta che la ragazza abbia imboccato una cattiva strada, poiché promessa al “famigerato” Renzo Tramaglino, giovane ormai ricercato dalla legge. Non perde dunque occasione per cercare di farle dimenticare quel partito tanto sconveniente. Il risultato, osserva Manzoni con sottile ironia, è paradossale: le sue continue ammonizioni finiscono per ravvivare in Lucia il ricordo e la nostalgia del suo promesso sposo, nonostante il voto pronunciato in precedenza.

Fortunatamente per Lucia, nota ancora l’autore con ironia, la nobildonna deve dedicare il suo zelo benefico anche ad altre persone, e così talvolta cessa di tormentarla.

Donna Prassede ha cinque figlie: tre monache e due sposate. Questo le sembra un motivo più che sufficiente per ritenersi autorizzata a intervenire nelle faccende di tre monasteri e di due famiglie. Qui però incontra spesso la ferma opposizione delle rispettive badesse, dei generi e dei loro parenti. La sua autorità resta invece pressoché incontrastata nella propria casa, soprattutto nei confronti della servitù, composta — secondo il suo giudizio — da “cervelli” bisognosi di essere raddrizzati e guidati.

Persino tra le mura domestiche, tuttavia, Donna Prassede deve fare i conti con il marito Don Ferrante. L’erudito gentiluomo talvolta la compiace, ad esempio scrivendo a suo nome lettere indirizzate a personaggi importanti, ma per il resto preferisce non comandare né ubbidire. Per questo motivo viene spesso accusato dalla moglie di essere uno “schivafatiche” e un “letterato”: definizione nella quale la donna mescola un certo fastidio con un velato orgoglio per la fama del marito.

Nel Fermo e Lucia il personaggio appare inizialmente con il nome di Donna Margherita, per poi diventare Donna Prassede nelle stesure successive, mentre Margherita — detta Ghita — diventerà la governante della casa milanese.

La morte della nobildonna, durante la peste, è riferita alla fine del capitolo XXXVII. Il narratore liquida la notizia con un’osservazione amaramente ironica: «quando si dice ch’era morta, è detto tutto». È un congedo rapido e quasi brusco, che sembra voler chiudere senza rimpianti la parabola di un personaggio impegnato a fare il bene più per capriccio personale che per autentica carità cristiana.

Donna Prassede e Lucia nella casa milanese. In un interno aristocratico della Milano seicentesca, la nobildonna ammonisce con premuroso zelo la giovane Lucia: una scena che richiama il celebre episodio narrato da Alessandro Manzoni nei I Promessi Sposi. Dalla finestra si intravede il Duomo di Milano, silenzioso testimone del contrasto tra l’autorità morale della nobildonna e la mite pazienza della giovane. 🎨📖
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