Amarcord: cresciuti a pane e pomodoro, senza vizi né pretese


Come eravamo. Noi, quelli che per merenda si accontentavano di cose semplici e genuine. Racconto di Angelo Boccanegra.
Pane, pomodoro, olio extravergine d’oliva, sale e origano.

Molti di noi hanno avuto la fortuna di crescere a pane e pomodoro. E dico fortuna perché oggi, purtroppo, i nostri ragazzi si nutrono spesso di cibi poco sani, lontani anni luce da quella semplicità genuina che ha accompagnato la nostra infanzia.

Proviamo una profonda nostalgia per quei sapori autentici, per quei profumi naturali che sapevano di campi assolati e di terra generosa. La merenda di una volta era un piatto povero, sì, ma straordinariamente ricco di gusto, di profumo e di genuinità.

D’estate, soprattutto, alla controra, quando il caldo era quasi insopportabile e l’aria tremava sotto il sole, la nonna o la mamma preparavano per noi ragazzini di strada una pietanza semplice, essenziale, ma dal sapore ineguagliabile. Bastavano pochi ingredienti: pane raffermo del giorno prima — perché allora non si sprecava davvero nulla — leggermente inumidito con un po’ d’acqua; pomodorini maturi, olio extravergine d’oliva molfettese, un pizzico di sale e una spolverata di origano. E che mangiata! Che bontà!

Era una merenda sana e nutriente: d’estate i pomodori raggiungono la piena maturazione e sprigionano tutto il loro sapore. E quelli di una volta — sarà forse solo una mia romantica convinzione — erano ancora più buoni di quelli di oggi. Pochi ingredienti, un’armonia perfetta di odori e sapori.

Spesso i pomodori arrivavano direttamente dalla campagna del nonno; lo stesso valeva per l’origano e per l’olio. Non bisogna dimenticare che un tempo l’autoproduzione era una consuetudine diffusa: quasi ogni famiglia coltivava o produceva qualcosa per il proprio sostentamento. C’era un legame profondo con la terra, con le stagioni, con i ritmi lenti della natura.

Cos’altro aggiungere a questo ennesimo frammento di quel “viver bene e sano” di una volta? A questo ricordo fatto di atmosfere, emozioni e sapori di un tempo che oggi, purtroppo, sopravvive soltanto nella memoria, come un dolce e lontano eco del passato.

Forse non era soltanto il sapore del pane e pomodoro a renderlo così speciale. Era il contesto. Era il vociare dei bambini che giocavano per strada fino a quando il sole calava lentamente, erano le ginocchia sbucciate, le risate senza pensieri, le mamme che chiamavano dai balconi. Era la semplicità di un tempo in cui si aveva poco, ma quel poco bastava.

Non c’erano merendine confezionate, né etichette da leggere, né ingredienti dai nomi impronunciabili. C’erano mani sapienti, gesti tramandati, prodotti della terra e stagioni rispettate. C’era l’attesa, che rendeva tutto più buono. E c’era la condivisione: quel piatto passava di mano in mano, e nessuno si lamentava, nessuno storceva il naso.

Oggi abbiamo più scelta, più comodità, più abbondanza. Eppure, paradossalmente, sembra che manchi qualcosa. Forse manca proprio quel senso di autenticità, quel legame semplice e diretto con ciò che mangiavamo e con chi lo preparava per noi con amore silenzioso.

Il pane e pomodoro non era solo una merenda. Era una lezione di vita: insegnava a non sprecare, ad apprezzare l’essenziale, a riconoscere la ricchezza nascosta nelle cose umili. Era il simbolo di un’infanzia genuina, vissuta senza eccessi, senza vizi, senza pretese. E allora sì, possiamo anche concederci un sorriso malinconico. Perché quei sapori non torneranno più nello stesso modo, ma restano dentro di noi.

Restano nei ricordi che affiorano all’improvviso, nel profumo dell’origano d’estate, nel rosso intenso di un pomodoro appena colto. Restano come una carezza del tempo passato. E forse, ogni tanto, basterebbe davvero poco — un pezzo di pane, un filo d’olio buono, un pomodoro maturo — per ritrovare, almeno per un attimo, quel mondo semplice e vero che ci ha insegnato a crescere.

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