Molfetta, la comunicazione torna ai tempi dell’Unione Sovietica


Dalla Festa di Liberazione con Elly Schlein all’incontro con Sigfrido Ranucci: piazze e palchi, ma niente dirette. La Pravda municipale è servita. Perché chi resta a casa deve restare fuori?
La diretta? Compagni, non esageriamo: prima bisogna essere presenti in piazza.

C’è un curioso paradosso nella comunicazione politica contemporanea. Viviamo nell’epoca delle dirette, delle piattaforme digitali, delle connessioni veloci e della possibilità di raggiungere migliaia di persone con un semplice smartphone. Eppure, a Molfetta, sembra che per partecipare alla vita pubblica sia ancora indispensabile essere fisicamente presenti, seduti in una sala o in piedi in una piazza. Come se il confine della partecipazione democratica coincidesse ancora con quello dello spazio fisico.

La questione è tornata d’attualità dopo la Festa di Liberazione che ieri ha animato piazza Paradiso, con la partecipazione di Elly Schlein, segretaria nazionale del Partito Democratico, Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, Nico Bavaro di Sinistra Italiana e Michele Gubitosa, vicepresidente nazionale del Movimento 5 Stelle. Un appuntamento politico di rilievo nazionale, che ha richiamato a Molfetta alcuni dei principali esponenti dell’area progressista e ha offerto l’occasione per discutere di alleanze, Costituzione, scuola e inclusione.

Eppure, mentre la piazza si riempiva e i protagonisti prendevano la parola, una parte dei cittadini restava inevitabilmente fuori. Non per disinteresse, non per indifferenza politica, ma semplicemente perché non poteva esserci. È proprio questo il punto sollevato da diversi lettori e ripreso da una critica che riteniamo assolutamente legittima.

Ci sono persone anziane, cittadini con disabilità, persone che affrontano problemi di salute, lavoratori impossibilitati a partecipare, familiari impegnati nell’assistenza di un proprio caro e cittadini che, per ragioni diverse, non possono raggiungere una piazza o trattenersi per ore a un comizio. Persone che magari avrebbero voluto ascoltare direttamente gli interventi, seguire il confronto, farsi un’opinione senza dipendere dai resoconti del giorno dopo o dai frammenti selezionati che circolano sui social. Perché mai la partecipazione democratica dovrebbe essere un privilegio riservato a chi può esserci fisicamente?

La trasmissione in streaming di un evento pubblico non avrebbe trasformato il comizio in uno spettacolo televisivo né avrebbe sostituito il valore della presenza. Avrebbe semplicemente allargato la platea, offrendo a chiunque ne avesse avuto interesse la possibilità di ascoltare e seguire l’iniziativa in tempo reale. Una scelta di apertura, prima ancora che una questione tecnologica.

E qui la faccenda si fa persino curiosa. Per trasmettere una manifestazione non servono necessariamente grandi produzioni, regie televisive o investimenti milionari. Bastano uno smartphone, un treppiede e una connessione. Una soluzione sperimentata da anni anche da piccole associazioni, comitati e realtà civiche, che hanno compreso quanto sia importante rendere accessibili gli appuntamenti pubblici anche a chi non può partecipare di persona. Non è una rivoluzione tecnologica. È semplicemente buon senso.

Dalla Pravda ai social: cambiano i mezzi, non sempre il metodo

Per comprendere meglio il senso della critica, vale la pena fare un piccolo passo indietro nella storia della comunicazione politica. Nell’Unione Sovietica, soprattutto durante l’epoca staliniana, l’informazione era sottoposta a un rigido controllo statale. La Pravda, organo ufficiale del Partito comunista, non era un giornale chiamato a mettere in discussione il potere, ma uno strumento attraverso il quale il potere raccontava sé stesso, orientava il dibattito pubblico e trasmetteva la propria visione della realtà.

Naturalmente, sarebbe storicamente improprio e persino esagerato assimilare la comunicazione di un’amministrazione comunale contemporanea ai meccanismi di censura di un regime totalitario. Ma il paragone, se utilizzato con la necessaria ironia, può aiutare a evidenziare un problema di metodo: quando la comunicazione pubblica si limita a raccontare ciò che il potere decide di mostrare, senza preoccuparsi di ampliare le occasioni di ascolto e di partecipazione, si finisce per riprodurre una logica informativa unidirezionale.

La politica parla, i cittadini ascoltano. O, almeno, quelli che riescono a esserci. È una logica che appare decisamente anacronistica nell’epoca della comunicazione digitale. E che diventa ancora più paradossale quando a interpretarla è una maggioranza che si richiama a una tradizione politica storicamente legata alla partecipazione popolare, alla mobilitazione sociale e alla centralità dei cittadini.

Non si tratta di mettere in discussione il valore di una festa politica, né di contestare la legittimità di un comizio o la presenza di esponenti nazionali. Al contrario, proprio perché un appuntamento di questo genere rappresenta un’occasione di confronto politico, sarebbe stato auspicabile renderlo accessibile a una platea più ampia di quella presente in piazza.

E non è neppure una questione che riguarda soltanto Rifondazione Comunista, il Partito Democratico o le altre forze politiche coinvolte. Il problema investe il modo in cui l’amministrazione comunale concepisce e gestisce la comunicazione istituzionale e, più in generale, il rapporto con la cittadinanza.

Una piazza piena non basta a misurare la partecipazione

L’intervento di Elly Schlein ha offerto diversi spunti di interesse. La segretaria nazionale del PD ha espresso soddisfazione per il ritorno a Molfetta dopo la vittoria elettorale di Manuel Minervini, sottolineando il ruolo del Partito Democratico nella coalizione che lo ha sostenuto. Ha poi richiamato la necessità di costruire un’alleanza progressista attorno all’attuazione della Costituzione antifascista, citando le battaglie comuni e la partecipazione delle nuove generazioni e della società civile.

Dal palco si è parlato anche di scuola e inclusione, con una replica alle dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sugli striscioni comparsi davanti agli istituti scolastici. Schlein ha ribadito il principio di un’istruzione di qualità come diritto di tutti i bambini, senza distinzioni tra italiani e stranieri. Temi politici importanti, che avrebbero meritato di essere ascoltati anche da chi non ha avuto la possibilità di raggiungere piazza Paradiso. È proprio qui che si manifesta una contraddizione difficile da ignorare. Si parla di partecipazione popolare, di coinvolgimento delle nuove generazioni, di inclusione e di diritti. Ma quanto è coerente discutere di inclusione senza preoccuparsi anche dell’accessibilità concreta degli appuntamenti pubblici?

Una manifestazione politica non è un evento privato riservato agli iscritti di un partito o agli invitati. Quando viene organizzata e promossa come un appuntamento pubblico, è naturale che susciti l’interesse di una platea molto più ampia. E chi organizza dovrebbe interrogarsi anche sulle modalità con cui raggiungere chi non può essere presente.

Lo stesso ragionamento vale per gli appuntamenti culturali e istituzionali. Soltanto venerdì scorso, a Molfetta, si è svolto l’incontro con Sigfrido Ranucci organizzato da Alleanza Verdi e Sinistra. Anche in quel caso, la possibilità di seguire l’evento a distanza avrebbe rappresentato un’opportunità di partecipazione per chi non poteva essere presente. Non è una pretesa eccessiva. È una richiesta di apertura.

La comunicazione di un’amministrazione non può diventare un monologo

Da tempo osserviamo e segnaliamo un problema nel modo in cui questa amministrazione si rapporta alla comunicazione pubblica. Non è una questione di simpatie politiche, né un tentativo di mettere in discussione ogni iniziativa della nuova maggioranza. È una valutazione che nasce da una serie di episodi e da una sensazione sempre più evidente: quella di una comunicazione spesso autoreferenziale, poco incline a costruire un rapporto realmente aperto con la cittadinanza.

Si comunica per annunciare, per presentare, per celebrare. Si pubblicano iniziative, si raccontano appuntamenti, si diffondono immagini e dichiarazioni. Ma comunicare non significa soltanto informare dell’esistenza di un evento. Significa anche creare le condizioni perché le persone possano seguirlo, comprenderlo, discuterlo e, quando possibile, parteciparvi.

La differenza non è secondaria. Un’amministrazione può essere molto presente sui social e, allo stesso tempo, risultare poco accessibile sul piano della partecipazione. Può pubblicare quotidianamente contenuti e tuttavia non riuscire a costruire un autentico spazio di confronto. E non basta neppure rivendicare la vicinanza ai cittadini. La vicinanza non si misura soltanto con la presenza fisica del sindaco in una piazza o con il numero di iniziative organizzate. Si misura anche dalla capacità di raggiungere chi non c’è, di ascoltare chi non può intervenire direttamente e di riconoscere che la comunità è fatta di persone con possibilità, tempi e condizioni molto differenti.

È questo il senso più profondo della critica che condividiamo. Una critica che non chiede di trasformare ogni manifestazione in una produzione televisiva, ma di considerare la trasmissione in diretta come uno strumento ordinario, semplice e alla portata di chiunque organizzi un evento pubblico di un certo rilievo.

E allora, con un pizzico di ironia, ci si potrebbe domandare se a Palazzo di Città non sia rimasta qualche vecchia abitudine comunicativa. Una specie di Pravda in versione municipale, nella quale il racconto degli eventi procede dall’alto verso il basso, con il pubblico chiamato ad assistere, ma non necessariamente messo nelle condizioni di partecipare.

Naturalmente, nessuna censura, nessuna equiparazione con i regimi del passato. Soltanto una vecchia concezione della comunicazione che, nell’era digitale, rischia di apparire sempre più chiusa e superata. E sarebbe davvero singolare che proprio una maggioranza a trazione Rifondazione Comunista, che richiama spesso i valori della partecipazione e della democrazia, finisse per trascurare uno strumento che consente di allargare concretamente la partecipazione stessa. 

Il diritto di esserci, anche quando non si può

C’è un aspetto che merita di essere sottolineato più di tutti. La possibilità di seguire una manifestazione in streaming non è soltanto una comodità. Per un anziano, una persona con difficoltà motorie, chi è costretto a casa o assiste un familiare, può essere l’unico modo per partecipare, almeno in parte, alla vita pubblica. La tecnologia non sostituisce la partecipazione democratica: può renderla più accessibile. E quando gli strumenti per farlo sono semplici, la loro assenza diventa soprattutto una questione di scelta.

La questione, dunque, non è il contenuto degli eventi né il consenso alle idee espresse. È il metodo. Perché se si parla di una città inclusiva, l’inclusione dovrebbe riguardare anche l’accesso al dibattito pubblico. La democrazia non si esaurisce in una piazza. E restare a casa non deve significare restare fuori.

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