Un viaggio nella Molfetta di un tempo, quando le antiche cantine erano il cuore della vita popolare, tra vino, cucina tradizionale e autentica convivialità. Un ricordo consegnato alla memoria da Angelo Boccanegra, rielaborato e riproposto nella sezione Amarcord di Molfetta Discute Magazine.

Nella parlata molfettese di un tempo, con il termine cantina (chendine in vernacolo) si indicava sia la stanza, per lo più sotterranea e freschissima, dove si conservava il vino, sia il luogo dove lo si vendeva e, talvolta, anche con generi alimentari.
Un tempo a Molfetta ve ne erano molte di queste “cantine”, dove si poteva acquistare, ma anche bere, del buon vino e gustare semplici piatti della cucina tradizionale. Non erano le moderne enoteche che conosciamo oggi, bensì luoghi popolari, a metà strada tra una rivendita di vino e un’osteria, dove oltre al vino si servivano anche pietanze già preparate. Il vino veniva portato ai tavoli in comuni bicchieri di vetro e, su richiesta dei clienti, accompagnato da taralli al pepe, olive, noci, castagne oppure da pane e provolone piccante, serviti dai “cantinieri”: tutti sapori semplici che invitavano a un altro bicchiere e a un’altra chiacchiera.
La “Chendine dë Pizzeloraete”, la più famosa tra le cantine molfettesi, era ubicata nella città vecchia, in via Piazza, in un locale a piano terra, nei pressi di una piccola piazzetta anch’essa, a quel tempo, rinomata per la vendita al minuto dei migliori vini allora in commercio.
Molte erano, in passato, nel centro storico, le cantine situate in vecchi locali rimessi a nuovo alla bell’e meglio. L’arredamento, a volte spartano ma caratteristico e quasi uguale ovunque, contribuiva a rendere l’ambiente unico: il tino in legno, i grossi imbuti appesi ai muri, i boccali di varie misure (il quartino era il più utilizzato e richiesto), i bassi e lunghi mobili in legno che contenevano bicchieri, piatti, posate e tovagliame. Non mancavano mai i “santini” della Madonna dei Martiri, di San Corrado, dei Santi Medici e di altri protettori, talvolta infilati uno dietro l’altro negli angoli delle cornici dei quadri affissi alle pareti.
Solitamente, attigua a questa sezione del locale, si trovava una cucina, talvolta di dimensioni assai ridotte, in cui il gestore preparava alcuni piatti da servire ai clienti. Questi cibi, preparati in precedenza e quindi disponibili all’occorrenza, erano costituiti da fave lesse, braciole di carne di cavallo al sugo, spezzatini, trippa, baccalà… tutti cibi che venivano spesso serviti agli “allegri amici di Bacco”.
Le “cantine” erano anche luoghi in cui i clienti si lasciavano andare, tra un bicchiere e l’altro, al chiacchiericcio: si scambiavano racconti, aneddoti e fatti più o meno privati, senza disdegnare il vero e proprio “taglia taglia”, come si dice ancora oggi. La “Chendine dë Pizzeloraete”, era la cantina nella quale, secondo una convinzione quasi unanime dell’epoca, si vendeva il miglior vino di Molfetta. Vero o falso, sta di fatto che molti molfettesi accorrevano lì per acquistare vino buono e gustare le braciole di carne di cavallo che lui, Pizzeloraete — vinaio esperto ma anche oste capace — preparava per i buongustai. Vero deus ex machina della sua cantina, era sempre indaffarato e pronto a riempire i bicchieri non appena li adocchiava vuoti; all’occorrenza anche burbero, se necessario per allontanare avventori indesiderati.
La sua cantina, però, come altre, era famosa anche perché meta preferita degli ubriaconi del tempo che, dal primo pomeriggio fino a tarda sera, si riunivano per giocare alla passatella (in vernacolo: “la carràbbe”). Molti si divertivano ad assistere a quelli che, a un certo punto, diventavano veri e propri spettacoli improvvisati, quando il “padrone” e il “sottopadrone” (in vernacolo: “u’ patràune” e “u’ sottopàtraunë”), con ragionamenti spesso poco seri e interminabili, si bevevano tutti i bicchieri messi in palio, lasciando inesorabilmente a secco il malcapitato perdente. I litigi erano all’ordine del giorno, anche perché, dopo un po’, questi frequentatori abituali erano ormai completamente ubriachi. Non mancavano, purtroppo, episodi di risse e ferimenti, spesso dovuti proprio allo stato di ebbrezza.
Ormai questa cantina “famosissima” è entrata nell’album dei ricordi di una Molfetta che non c’è più e che molti ancora ricordano con nostalgia e un pizzico di malinconia. Quei luoghi di abbondanti bevute di vino, di assaggi di piatti tipici della nostra terra, dove ci si intratteneva dal pomeriggio fino a sera, seduti ai tavoli che, nelle calde serate molfettesi, occupavano lo spazio antistante i locali, non esistono più.
Prima di scomparire del tutto, col passare del tempo, accanto alle vecchie insegne iniziarono a comparire quelle pubblicitarie della Coca-Cola, del “Chinotto” Bitter e dell’aranciata San Pellegrino, insieme alle locandine in lamiera dei primi gelati confezionati. Accanto alle botti di vino, sul retro del bancone, cominciarono a comparire anche bottiglie di liquori: l’immancabile VOV, il Rosso Antico, la Strega, la Vecchia Romagna e molti altri.
Immagini e luoghi di altri tempi, quando bastava davvero poco per essere felici.
Oggi questi locali non esistono più e le nostre abitudini sono completamente cambiate. Eppure, ancora oggi, qualcuno, per decantare la qualità del vino prodotto con l’uva della propria vigna, ama paragonarlo a quello mitico della “Chendinë dë Pizzeloraetë”.









