Dai ricordi condivisi da Angelo Boccanegra prendiamo spunto per riscoprire una delle più belle tradizioni della Molfetta di un tempo, fatta di sapori autentici, buona cucina e gesti tramandati di generazione in generazione.

Ci sono tradizioni che non appartengono soltanto alla gastronomia, ma raccontano un intero modo di vivere. Basta un’immagine, un profumo o un semplice gesto per riportare alla memoria un mondo fatto di cortili, famiglie riunite e antiche abitudini che oggi rischiano di andare perdute.
Tra i ricordi che Angelo Boccanegra continua a condividere con passione, custodendo la memoria della nostra città, ci sono quelli dedicati alle pòmodore d’appènne, i pomodori appesi, simbolo della cultura contadina e della buona cucina molfettese.
Erano i pomodori destinati a sfidare il tempo. La varietà più preziosa era la Regina, tipico pomodoro da serbo coltivato nei terreni salmastri vicini al mare. Piccolo, tondeggiante e con una buccia più spessa del normale, doveva proprio a queste caratteristiche la sua straordinaria capacità di conservarsi per mesi, mantenendo intatto il suo sapore.
Ma dietro quei grappoli rossi non c’era soltanto una tecnica di conservazione. C’era un vero e proprio rito familiare. Come racconta Angelo Boccanegra nei suoi ricordi, era importante procurarsi i grappoli migliori. Bastavano un gancio, un robusto filo di cotone e soprattutto una grande manualità, quella che le nostre nonne possedevano come un’arte tramandata nel tempo. I rametti venivano legati con pazienza, uno dopo l’altro, lasciando il giusto spazio affinché l’aria potesse circolare e i pomodori si conservassero perfettamente durante tutto l’inverno.
Nascevano così le caratteristiche ramasole, che venivano appese alle volte delle case, negli atri o lungo i muri. Era uno spettacolo di colori che accompagnava la quotidianità delle famiglie molfettesi e che ancora oggi rappresenta una delle immagini più iconiche della nostra tradizione.
Un tempo quasi ogni casa ne custodiva numerose. Avere molte ramasole non significava soltanto assicurarsi la dispensa per l’inverno, ma rappresentava anche un piccolo segno di benessere familiare. Si raccontava persino che le ragazze in età da marito appartenenti alle famiglie che ne possedevano in abbondanza fossero particolarmente ricercate, perché quella ricchezza raccontava laboriosità, organizzazione e capacità di provvedere alla casa.
Ma il momento della preparazione era soprattutto un’occasione di incontro. Le donne si riunivano nei cortili o mezze alla passattedde, intrecciando i pomodori mentre si raccontavano storie, ricordi e vicende del quartiere. Intanto i bambini riempivano quegli stessi spazi con le loro corse e le interminabili partite a calcio giocate con i tappi di birra riciclati, trasformati in improvvisati campioni.
Era una vita semplice, scandita dai ritmi delle stagioni, nella quale ogni gesto aveva un significato e ogni tradizione custodiva il valore della condivisione.
Anche per questo i ricordi che Angelo Boccanegra continua a regalarci attraverso i suoi racconti non rappresentano soltanto un viaggio nella nostalgia. Sono un prezioso patrimonio di memoria collettiva che ci permette di riscoprire le tradizioni della Molfetta di una volta, la sua cucina genuina e quel senso di comunità che rendeva speciali anche le cose più semplici.
Perché, in fondo, quei pomodori appesi non conservavano soltanto il sapore dell’estate: conservavano un pezzo della nostra storia.







