I giochi semplici di una volta, quanti ricordi


Un viaggio nel “bel mondo antico”, quando bastava uscire di casa per ritrovarsi in strade e cortili pieni di bambini, aria sana e pochissimi pericoli. Un tempo in cui si giocava con quello che si trovava e il divertimento nasceva spontaneo, dal piacere di stare insieme, di mettersi alla prova e di fare gruppo. Un racconto di Angelo Boccanegra.
Dal passato un gioco intramontabile, quando le strade erano libere, quando i bambini potevano davvero giocare per strada senza problemi, senza rischiare di essere travolti da pazzi che sfrecciano a tutta velocità.

I tempi passati erano diversi non solo per gli adulti, ma soprattutto per i bambini. Nel primo pomeriggio, alla controra, ci si ritrovava nelle stradine del paese o nei cortili di casa: erano quelle le palestre di una volta, spazi aperti dove si consumavano giochi e sfide infinite all’aria aperta.

Si giocava con ciò che capitava: un albero, un cespuglio, una palla, una pietra. In realtà bastava poco, soprattutto bastava esserci in tanti. Anche con bambini che si conoscevano appena, il gioco diventava occasione di socializzazione, di scambio, di amicizie vere.

Eravamo sempre in movimento, animati da un’energia inesauribile e dalla voglia di fare nuove esperienze. C’era il piacere di appartenere a un gruppo, di superare insieme le difficoltà, di ricevere una pacca sulla spalla o un sorriso. Gesti semplici, ma fondamentali. Che tempi!

Indimenticabile il gioco della cavallina, detto in vernacolo “zi trave lunghe”. Un gioco divertentissimo: un ragazzo si piegava in avanti, gambe dritte e mani sulle ginocchia, mentre gli altri saltavano uno alla volta appoggiandosi sulla sua schiena e allargando le gambe. Si continuava finché chi stava sotto riusciva a reggere il peso. C’era un tempo limite da rispettare e, naturalmente, la vittoria arrivava solo se si resisteva fino all’ultimo. L’ilarità cresceva quando a saltare era qualche bambino più robusto. Il gioco finiva spesso con le urla dei genitori che annunciavano l’ora di rientrare.

Altro che tablet, smartphone e console: quello sì che era divertimento allo stato puro. Bastava poco. Tappi di bottiglia, una fune per costruire un’altalena, una semplice partita a nascondino. Il divertimento era assicurato dalla compagnia.

C’era poi la corsa con il cerchio: una vecchia gomma o un cerchione di bicicletta veniva fatto rotolare aiutandosi con una bacchetta per mantenerlo in equilibrio. E ancora ruba bandiera, strega comanda colore, giochi accompagnati da risate, urla e corse sfrenate.

Non mancavano i giochi di abilità, come quello praticato con un pezzo di legno appoggiato a terra, colpito con una mazza e poi rilanciato il più lontano possibile con un secondo colpo. Oppure il gioco delle cinque pietre, uno dei più diffusi: le pietre andavano raccolte in sequenza crescente, lanciando in aria la quinta e recuperando le altre con la stessa mano. Un esercizio di coordinazione che non tutti riuscivano a completare, tra discussioni, proteste e risate: anche questo faceva parte del gioco.

Riservato quasi esclusivamente alle bambine era il gioco della gomma: un elastico o un vecchio tacco di gomma faceva da segnaposto mentre si saltava all’interno di una griglia disegnata a terra con un gessetto “sottratto” a scuola.

Una cosa è certa: ci si divertiva con poco e si trascorreva molto più tempo in compagnia e all’aria aperta. La strada era il nostro spazio vitale. Non si stava mai fermi, c’era il gusto della sfida, dell’abilità, dell’astuzia. Alla fine si restava amici, anche dopo una sconfitta, felici e già pronti a rilanciare: «Ci vediamo la prossima volta» era il nostro guanto di sfida.

Giochi innocenti, figli di una generazione forse più genuina. Oggi quel contatto umano, quel calore che formava persone attente e sensibili, sembra quasi scomparso. Erano giochi semplici, forse ingenui, ma profondamente educativi: insegnavano a stare insieme, a condividere, a crescere. Tutto il contrario delle realtà virtuali e asettiche che oggi tengono occupati molti ragazzi.

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