Ricordi di quell’indispensabile accessorio notturno d’una volta


Ancora in auge negli anni Sessanta nelle case di tanti molfettesi, retaggio di un passato non ancora dimenticato, i vasi da notte sono stati utilizzati già nell’antica Grecia a partire dal VI secolo a.C. Quanti di voi li ricordano a casa dei nonni, all’interno delle “colonnette”? Racconto di Angelo Boccanegra.
“U’ pisciàtaur” dentro la “colonnetta” (il comodino). Fungeva da comodino e veniva utilizzato in mancanza di servizi igienici, in genere per le evacuazioni liquide notturne.

Memorie del passato: il vaso da notte.

Noto ai più della mia generazione come “u pisciataure” (letteralmente “pisciaturo”), completava “l’arredo” dei bagni d’una volta insieme a “o pràise” (letteralmente “priso”). Questo accessorio era usato per “fare il gabinetto piccolo”, come dicevano una volta i bambini alle loro mamme quando dovevano fare pipì.

Il vaso da notte, o pitale o orinale, era un contenitore a forma di ciotola, a volte dotato di manico e coperchio: uno strumento indispensabile per i nostri nonni per espletare urgenti bisogni fisiologici. Per questo motivo era un oggetto di tutto rispetto, disponibile in modelli per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Il vaso da notte più diffuso era di semplice fattura, realizzato in terracotta porcellanata, completamente bianco o, al massimo, decorato con una sottile righina azzurra. Quelli più “preziosi” erano invece un inno all’eleganza e alla raffinatezza, ornati con ghirlande, fiori o motivi tipici del Déco italiano. Alcuni venivano venduti in set coordinati, comprensivi di brocca e bacinella.

Di giorno veniva collocato in un angusto sgabuzzino o in uno stipo a muro insieme a “o pràise”, un rudimentale WC di terracotta smaltata, che si restringeva nella parte bassa, utilizzato per i bisogni corporali “più importanti” della famiglia, quando Molfetta era ancora sprovvista di rete fognaria. “U pisciataure”, invece, la sera veniva “trasferito” in camera da letto e generalmente riposto sotto il letto.

Alcuni lo sistemavano all’interno di un mobiletto, oggi ricercatissimo dagli antiquari: la colonnetta. Antesignana del comodino, era un armadietto stretto e alto, dotato di sportello, nel quale il vaso da notte non veniva tanto riposto quanto nascosto. Nella parte superiore era presente un cassetto e il piano d’appoggio era solitamente in marmo. La mattina seguente il pitale veniva svuotato e rimesso nel “bagno”.

Anche il termine “pisciaturo”, oltre a indicare l’orinatoio domestico, veniva usato in senso figurato, in maniera caustica e talvolta offensiva, per riferirsi a una persona inaffidabile o incapace. La frase tipica era: “sì come a nù pisciàtaure” (superfluo tradurre a questo punto).

I vasi da notte erano già utilizzati nell’antica Grecia a partire dal VI secolo a.C.; non sappiamo se i Romani ne abbiano importato l’uso o se lo abbiano adottato autonomamente, come del resto accadeva in molti popoli antichi. I Romani li chiamavano metella, scaphium o lasanum. Non tutte le abitazioni erano dotate di servizi igienici, soprattutto quelle in affitto nei grandi caseggiati.

“U’ pràis”, il water di una volta.

Nelle domus esistevano bagni con acqua corrente collegati alla fogna; nelle insulae, invece, solo il primo piano godeva di questo privilegio, generalmente negato ai piani superiori, dove la bassa pressione non permetteva all’acqua di risalire. Il contenuto dei vasi veniva svuotato in contenitori-orinatoi collocati nei sottoscala degli edifici. Ogni giorno uno schiavo provvedeva al ritiro e alla sostituzione con recipienti puliti. Il servizio era gratuito, poiché l’urina veniva filtrata e utilizzata per la concia delle pelli. Orinare nei dolia collocati in città in punti strategici era prerogativa maschile; anche qui uno schiavo si occupava dello svuotamento.

Successivamente, con i cosiddetti vespasiani, l’urina veniva raccolta in grandi contenitori sotterranei e venduta alle fulloniche. Fu proprio Vespasiano a introdurre una tassa sulla raccolta delle urine. Celebre rimase la sua risposta al figlio Tito, scandalizzato dall’imposizione fiscale su un prodotto tanto sgradevole: “Pecunia non olet” — l’urina puzza, ma il denaro no. Columella ci ricorda inoltre che l’urina era preziosa per alcune terapie veterinarie, per migliorare la coltivazione del melograno e per sbiancare le toghe durante i cicli di lavaggio.

Dal secondo dopoguerra, con la progressiva introduzione del vaso sanitario e dei servizi igienici moderni, l’uso di questo accessorio dalla storia antichissima è notevolmente diminuito, ma non è del tutto scomparso. Ancora oggi, infatti, viene utilizzato nei luoghi privi di acqua corrente o come ausilio per persone malate.

Oggetti ormai dimenticati che, in molte case, fanno bella mostra di sé come pezzi d’antiquariato.

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