Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre iniziava la raccolta nelle campagne. Dopo aver liberato le mandorle dal loro involucro verde, si portavano a essiccare al sole, in campagna o in città, dove interi marciapiedi si trasformavano in grandi distese dorate. Racconto di Angelo Boccanegra

A Molfetta, un tempo, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre arrivava il momento della raccolta delle mandorle. Era uno dei lavori che segnavano il passaggio dall’estate all’autunno nelle nostre campagne. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre arrivava il tempo della raccolta delle mandorle. Le campagne molfettesi erano ricche di mandorli: ce n’erano tanti, mescolati agli ulivi, ma esistevano anche veri e propri mandorleti, insieme ad alberi da frutto che davano colore e profumo alle nostre campagne. Era uno spettacolo che oggi appartiene quasi completamente alla memoria.
Dopo la raccolta, le mandorle venivano stese al sole, in luoghi asciutti, ventilati e ben esposti. E così poteva capitare di vedere interi marciapiedi trasformati in grandi distese di mandorle, lasciate ad asciugare pazientemente sotto il sole di settembre.
Non era un gesto casuale, ma un’antica pratica contadina. Le mandorle dovevano perdere l’umidità prima di essere conservate, per proteggerle dalla muffa e dagli altri inconvenienti che avrebbero potuto compromettere il raccolto. La sera, poi, venivano ritirate per difenderle dall’umidità della notte. Una volta perfettamente asciutte, finivano nei sacchi e venivano conservate in luoghi freschi, bui e asciutti.
Ma per noi bambini quelle distese avevano un altro significato. Erano una tentazione. Ricordo me e gli amichetti che, passando accanto a quelle montagne di mandorle, non riuscivamo a resistere alla voglia di prenderne qualcuna. Poi cercavamo un posto tranquillo e, armati di una pietra, provavamo ad aprirle per assaggiare il frutto custodito dentro il guscio. Qualche volta andava bene. Qualche altra volta, invece, il proprietario si accorgeva della nostra incursione e allora non restava che una cosa da fare: scappare a gambe levate, tra risate e paura di essere raggiunti. Erano piccole marachelle, di quelle che oggi fanno sorridere e che allora sembravano grandi avventure.
E c’era poi una curiosità che affascinava particolarmente noi bambini: le mandorle “gemelle”. Due mandorle cresciute insieme, incastrate una accanto all’altra, quasi come se la natura avesse deciso di farne una sola. Si diceva che portassero fortuna. E quella fortuna veniva custodita gelosamente. In alcune case le mandorle gemelle venivano appese alla porta, quasi fossero piccoli talismani capaci di proteggere la famiglia.
Oggi di quelle distese di mandorle sui marciapiedi se ne vedono sempre meno. Quella pratica, come tante altre legate alla vita contadina, è diventata un ricordo. Eppure basta poco per farla riaffiorare. Basta immaginare il sole di settembre, il profumo della campagna, il rumore secco di una pietra contro un guscio e quei bambini che, dopo aver rubato una mandorla, correvano via ridendo.
Forse è proprio questo il bello dei ricordi d’infanzia: non hanno bisogno di grandi avvenimenti per tornare a farci compagnia. A volte basta una mandorla. E quella mandorla, con il suo guscio duro e il suo piccolo cuore nascosto dentro, può riportarci indietro di una vita.









