Quando la fame insegnava a cucinare: i piccoli miracoli delle nonne molfettesi


Dal ricordo condiviso da Angelo Boccanegra riaffiora una stagione in cui la povertà non impediva di portare in tavola piatti ricchi di fantasia. Era la cucina dell’ingegno, dove nulla si sprecava e tutto poteva trasformarsi in un sapore da ricordare.
Ogni mestolo raccontava una storia. Ogni pentola custodiva un piccolo miracolo domestico: quello di trasformare il poco in abbastanza e il semplice in indimenticabile.

Ci sono racconti che meritano di essere custoditi perché parlano di un tempo in cui la ricchezza non si misurava con ciò che si possedeva, ma con la capacità di arrangiarsi. È questo il senso del ricordo che Angelo Boccanegra ha voluto condividere con noi. Un frammento di memoria che ci riporta nelle cucine della Molfetta di tanti decenni fa, quando ogni pasto era il risultato di sacrifici, fantasia e tanta dignità.

Oggi siamo abituati a trovare qualsiasi alimento sugli scaffali dei supermercati. Un tempo, invece, il menù quotidiano dipendeva da ciò che si riusciva a comprare o da quello che offrivano la terra e il mare. La carne rappresentava un lusso riservato alle grandi ricorrenze: Natale, Pasqua, la festa del patrono o qualche matrimonio. Anche il pesce, paradossalmente in una città marinara come Molfetta, non era affatto un alimento quotidiano per tutte le famiglie. Le donne di casa, allora, diventavano autentiche maestre dell’inventiva. Con pochi ingredienti riuscivano a preparare piatti che imitavano quelli “dei ricchi”, senza pretendere di sostituirli ma cercando almeno di richiamarne il profumo e il sapore.

Tra queste preparazioni c’era il celebre “u cèmbotte de le proveìdde”, il ciambotto dei poveri, una ricetta che abbiamo già raccontato sulle nostre pagine e che rappresenta forse l’esempio più emblematico della cucina dell’ingegno. Nel tegame di terracotta sfrigolavano olio, aglio, prezzemolo e peperoncino. Si aggiungevano i pomodori freschi e poi acqua, insieme ad alcuni piccoli ciottoli raccolti vicino al mare, allora pulito e vissuto in modo completamente diverso da oggi. Infine, una tazzina di acqua di mare arricchiva quella degli spaghetti, regalando al piatto una leggera sapidità capace di evocare il gusto del pesce.

Può sembrare incredibile, ma era proprio questo il piccolo miracolo delle nostre nonne: riuscire a creare un “piatto di mare” senza avere il pesce. Non era soltanto una ricetta. Era un modo di affrontare la vita. Nessuno parlava di economia circolare, di sostenibilità o di lotta allo spreco. Si recuperava tutto perché non esisteva alternativa. Il pane raffermo diventava una nuova pietanza, gli avanzi trovavano sempre una seconda vita e ogni ingrediente aveva un valore.

Forse è anche per questo che quei sapori sono rimasti impressi nella memoria di chi li ha vissuti. Non erano semplicemente buoni. Erano il simbolo di una famiglia che, pur tra mille difficoltà, riusciva ogni giorno a sedersi attorno allo stesso tavolo.

Ringraziamo Angelo Boccanegra per averci offerto ancora una volta l’occasione di riportare alla luce una pagina della memoria popolare molfettese. Perché, più delle ricette, sono le storie che le accompagnano a non dover andare perdute.

E voi, quale piatto della cucina povera delle vostre nonne ricordate ancora? Raccontatecelo: ogni ricordo può diventare un tassello prezioso della memoria della nostra città.

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