Molfetta racconta: ricordo della “Bersagliera” della città vecchia


Ricordo di “Merterodde d’inde a la Terre”, la precorritrice della cucina d’asporto a Molfetta. Continua il viaggio nella memoria popolare attraverso i ricordi di Angelo Boccanegra, instancabile custode delle tradizioni molfettesi. Dai personaggi che hanno animato i vicoli della città vecchia ai mestieri e alle usanze di un tempo, riaffiorano storie capaci di raccontare l’anima più autentica della Molfetta di ieri.
Un tempo, nel centro storico di Molfetta, c’era una signora che preparava tanti buoni piatti da asporto: dalle braciole, alla trippa, alla pasta e fagioli ecc. Ha preparato tante buone pietanze per i tantissimi molfettesi del passato.

Tanto tempo fa, le persone erano prive di molte cose materiali, ma non mancavano certo di dignità e principi. Ameno fino ai primi anni Cinquanta, non tutti avevano i mezzi economici necessari per affrontare la quotidianità, possedere una cucina a gas o soddisfare le esigenze delle famiglie, che all’epoca erano piuttosto numerose.

In quell’epoca ormai lontana, nel cuore del centro storico di Molfetta – comunemente chiamato da tutti “la Terra” – e più precisamente in via San Pietro, viveva al piano terra una donna conosciuta con il soprannome di “la Bersalleire” (ossia, “la Bersagliera”).

“La Bersagliera” si occupava della preparazione di una vasta gamma di pietanze ed era estremamente organizzata, gestendo la cucina con efficienza quasi militare. Probabilmente per queste sue qualità era nota a tutti come “la Bersagliera”. Si trattava di piatti semplici, ma ricchi di sapore. Con una somma compresa tra 50 e 100 lire era possibile assicurarsi un pasto soddisfacente, accompagnato da pane casereccio di ottima qualità.

Il suo vero nome era Marta (“Merterodde” nel dialetto locale, l’unica lingua parlata dal popolo a quei tempi) e si distingueva per la professionalità con cui preparava ogni giorno gustosi piatti da asporto. Questa abile cuoca si occupava quotidianamente della preparazione di una vasta gamma di piatti.

Entro l’ora di pranzo, tutte le specialità erano pronte per la clientela: dalle rinomate “brasciole” al sugo, servite esclusivamente la domenica, alla trippa, fino a “re chinne”, ovvero budella cucinate in una salsa arricchita con spezie e aromi, oltre a tanti altri piatti della nostra cucina tradizionale come per esempio il soffritto (“u seffreitte” in vernacolo molfettese), preparato con tutte le interiora, piatto all’epoca dei poveri, ma oggi apprezzato invece da chi è alla riscoperta degli antichi sapori di una volta.

Chi non poteva pagare subito in contanti “se schendeave” (“si scontava”, cioè veniva segnato sul conto): il suo nome e l’importo dovuto per il cibo venivano scritti su una piccola agenda nera con righe rosse, e il debito veniva poi saldato poco alla volta nel corso del mese. In passato, questo metodo di pagamento dilazionato era ampiamente utilizzato, soprattutto per l’acquisto di generi alimentari. La necessità di soddisfare i bisogni alimentari quotidiani, spesso precedeva la disponibilità economica immediata per il saldo delle spese. Il quaderno su cui venivano annotate le somme da saldare era denominato in dialetto “u lebrette” (il libretto).

Un tempo la vita “d’inda a la Terre” era caratterizzata dalla povertà, vissuta però con grande dignità. Ho scelto oggi di ricordare questa figura leggendaria di Molfetta vecchia che, in passato, ha preparato tante deliziose pietanze per molti abitanti di Molfetta. La sua cucina accessibile davvero a tutti, era molto apprezzata. A volte, percorrendo via San Pietro, ho quasi l’impressione di sentire ancora quei magnifici odori di quegli antichi sapori di una volta.

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