Un singolare personaggio, impresso profondamente nella tradizione popolare molfettese, di cui pochi conoscono la vera storia. Un uomo che merita di essere ricordato. Con il contributo di Angelo Boccanegra.

Iniziamo questo racconto dal celebre scatto che ritrae don Ambrogio Grittani (1907-1951), giovane parroco dell’epoca molto vicino ai mendicanti e agli accattoni, morto prematuramente in odore di santità, insieme a due famosi mendicanti molfettesi del tempo: “Scotelapùrce” (colui che si spidocchia) e “Sprediòene” (Spiridione).
Molti conoscono già la storia di don Grittani, il “sacerdote degli accattoni”, di cui il Papa ha riconosciuto le virtù eroiche. Egli operò a Molfetta nella prima metà del secolo scorso, facendosi carico delle situazioni di povertà e di degrado morale e sociale, conseguenze di un’epoca segnata da due guerre mondiali. La sua attività di “prete degli ultimi” è nota e la sua opera è ancora viva nei nostri giorni, soprattutto grazie alla grande struttura a lui dedicata, situata nei pressi del Seminario, da lui tanto desiderata nel corso della sua vita.
Pochi, tuttavia, conoscono la storia del singolare personaggio ritratto nella foto insieme al “prete degli ultimi”: Spiridione. Impressa profondamente nella tradizione popolare molfettese, la sua figura è ancora oggi avvolta da un alone di mistero. Il nome “Spiridione” (soprattutto quando pronunciato in vernacolo) fa rivivere nella memoria di quanti lo conobbero, o ne sentirono parlare dai propri nonni, l’immagine di un uomo dalla capigliatura disordinata e dalla lunga barba, miseramente vestito, che camminava a testa bassa per le vie della Molfetta di quei tempi.
Ma chi era realmente costui? Da dove veniva? E perché, con il trascorrere del tempo, è diventato un personaggio così popolare? Domande, semplici domande, alle quali cercheremo di dare risposta grazie al contributo di Angelo Boccanegra, dei nostri lettori e agli approfondimenti resisi necessari, poiché la storia del personaggio si intreccia con gli eventi storici successivi al primo conflitto mondiale.
Non vi sarebbero ormai più dubbi sul fatto che fosse discendente di una nobile famiglia greca. Nato con forme alquanto sgraziate, per questo motivo fu confinato dalla famiglia sin dall’infanzia in un convento sul Monte Athos, la Sacra Montagna, dove da secoli vivono monaci considerati i guardiani dell’ortodossia cristiana, in netto contrasto con i dogmi della Chiesa cattolica. In uno di questi monasteri, isolati dal mondo (alle pendici del Monte Athos se ne trovano venti), Spiridione studiò filosofia e lingue orientali. Egli, però, non aveva scelto di vivere una vita così estrema, nemmeno per quei tempi.
Si ritiene che fosse di indole ribelle, forse lo era davvero, anche se mancano prove certe. In alcuni racconti, infatti, viene descritto come una persona mite e molto educata. Ma chi, oggi come allora, accetterebbe di buon grado il confinamento in un luogo tanto isolato come il Monte Athos, dove ancora oggi l’accesso alle donne è vietato? Le motivazioni per fuggire da una simile realtà non sarebbero mancate a chiunque fosse stato costretto a viverci. E probabilmente non mancarono neppure al protagonista di questa storia, che decise, dopo qualche tempo, di fuggire dal convento e di nascondersi a Smirne.
Perché Spiridione scelse proprio quella città? Smirne, negli anni della sua fuga, era una città della costa egea turca amministrata dalla Grecia dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nella Prima guerra mondiale. La fine del conflitto, nell’Egeo, fu segnata dalla firma dell’armistizio di Mudros (30 ottobre 1918), che pose fine alle ostilità tra l’Impero Ottomano e gli Alleati, stabilendo il controllo greco sulla regione di Smirne. Seguì il Trattato di Sèvres (20 agosto 1920), che fu una delle cause principali del successivo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia nel 1923, coinvolgendo circa un milione e mezzo di persone e provocando profondi cambiamenti nell’area dell’Egeo.

L’area di Smirne, insieme a gran parte della Tracia e dell’Anatolia occidentale, era amministrata dalla Grecia proprio negli anni in cui Spiridione decise di stabilirvisi dopo la fuga dal monastero. La scelta, quindi, non fu affatto casuale. Smirne, occupata dall’esercito greco già nel 1919, rappresentava la meta ideale: una città distante dal Monte Athos e, presumibilmente, dal luogo d’origine di Spiridione e dalla sua famiglia. Egli desiderava probabilmente cambiare vita, scegliendo un’esistenza propria, non più condizionata dai diktat familiari che gli avevano imposto un destino di isolamento.
Con la fine del Sultanato, tuttavia, iniziò a organizzarsi il movimento nazionalista turco guidato da Mustafa Kemal, poi noto come Atatürk. Dopo la ricostituzione dell’esercito, prese avvio una controffensiva che culminò con la sconfitta e la precipitosa ritirata dell’esercito greco nell’estate del 1922. La popolazione cristiana subì violente rappresaglie e Smirne venne data alle fiamme il 13 settembre 1922, quattro giorni dopo l’ingresso dell’esercito turco, distruggendo gran parte della città vecchia.
Fu proprio a Smirne che Spiridione conobbe una giovane donna molfettese, da poco emigrata, alla quale si legò profondamente, accettando persino di seguirla a Molfetta. È plausibile che la decisione di lasciare la città fosse condizionata dagli eventi ormai imminenti. La giovane donna era in stato interessante quando i due partirono per l’Italia a bordo di un veliero. Durante la traversata, una violenta tempesta fece naufragare la nave. Spiridione fu l’unico superstite e giunse a Molfetta solo, devastato dal dolore per la perdita della sua famiglia. Ritenendosi responsabile della loro morte, decise di imporsi una vita di privazioni e stenti per espiare una colpa che sentiva sua. Questa è, almeno, la versione della storia consolidatasi nel tempo.
Quando parlava con qualcuno, diceva di chiamarsi Spyros Kafantaris, di essere nato in Grecia e di essere stato portato a Molfetta da bambino. Forse anche questo era un modo per nascondere la sua vera storia e l’atroce dolore vissuto. Viveva, secondo alcune testimonianze, in una rimessa dietro la vecchia muraglia del porto; secondo altre, in un tugurio sotto il piano stradale della città vecchia. Di bassa statura, zoppo, con testa oblungata, folta capigliatura ricciuta e barba incolta, frequentava il Seminario Regionale, dove riceveva il pasto quotidiano. Mite ed educato, mendicava per le strade di Molfetta e davanti alle chiese, vestito con abiti logori e troppo grandi.
Spesso veniva deriso dai ragazzi, ma lui rimaneva indifferente, chiuso nel suo dolore. Talvolta li rimproverava con garbo: «Andate a ritirarvi, vagabondi!». Quando scendeva da Corso Umberto con una valigia sulla spalla, i ragazzi gli gridavano: «Spredeiòene, cé óere è?», rispondendo: «…l’ùne é mézze!», alludendo alla diversa lunghezza delle sue gambe.
Dopo la sua morte si diffusero racconti sulla ricchezza che avrebbe nascosto per tutta la vita. Si parlò di materassi pieni di banconote, brocche colme di monete d’argento, biglietti da 500 e 1000 lire. Non sappiamo quanto vi sia di vero in queste storie, probabilmente arricchite nel tempo dalla tradizione orale. Tra fatti e leggenda il confine è spesso incerto. Una cosa, però, è sicura: tutti a Molfetta lo conoscevano. E molti gli volevano bene, a cominciare da don Ambrogio Grittani, che comprese di trovarsi davanti a un uomo che aveva scelto consapevolmente una vita di povertà per espiare un dolore che lo accompagnò per tutta l’esistenza.







