Fino agli anni Sessanta anche a Molfetta si nasceva in casa. Nell’imminenza del travaglio si chiamava subito la “memmére” i cui compiti di assistenza non si esaurivano solo al parto. Da un racconto di Angelo Boccanegra

In un tempo oramai abbastanza lontano dai giorni nostri, prima della diffusione di ospedali e cliniche private, le donne partorivano presso la propria abitazione. Il parto avveniva in modo concitato. Nell’imminenza del travaglio si allontanavano dall’abitazione uomini e bambini. Le donne adulte della casa o del vicinato entravano in azione riscaldando grandi pentoloni d’acqua e preparando le varie pezze di stoffa necessarie per il nascituro e la mamma. Tutte donne, insomma, perché il parto era ritenuto “cosa di donne”. Al marito spettava l’unica incombenza di andare a chiamare con urgenza la levatrice o la donna esperta di nascite che si era formata solo dopo una lunga pratica di parti.
Queste donne, che facevano nascere tutti i bambini, erano chiamate a Molfetta “memmére’”, un termine che tradotto letteralmente dal vernacolo significa “mammane”. Il nome deriva da mamma, perché come una seconda mamma, la “mammana” contribuiva a dare alla luce una creatura. Oggi la “mammana” potrebbe essere semplicisticamente definita una ostetrica ante litteram. In realtà i suoi compiti di assistenza non si esaurivano solo al parto. Infatti, essa dava anche indicazioni alle madri sul riposo e sul mangiare. Allora si consigliava alla puerpera di mangiare per tre giorni dopo l’evento solo brodo di pollo, per evitare le febbri molto frequenti dopo il parto e per avere latte buono. Inoltre, esse sostenevano moralmente le donne durante la gravidanza. . È noto, infatti, che in quello stato, le donne diventano fragili creature che devono essere coccolate, seguite e assecondate, nelle loro richieste anche strane, in un ambiente domestico intimo, raccolto e quasi sacro.
Durante il parto la “memmére” interveniva utilizzando rimedi naturali, come l’applicazione di panni caldi, per alleviare il dolore. Quando arrivavano i dolori uterini consigliava di bere la camomilla con delle foglie d’alloro; ora si usano gli antispastici. Con le sue mani piccole riusciva con manipolazione a posizionare il bambino prima del parto, ungeva con l’olio d’oliva il collo dell’utero e con l’unghia del mignolo, che portava lunga e affilata, rompeva la membrana e permetteva al bambino di nascere; fatta preparare l’acqua bollita, la “mammana” puliva la mamma e il figlio e disinfettava con acqua e acido ossalico sublimato. Nei primi giorni faceva i bagnetti al piccolo, gli medicava il cordone ombelicale e rifaceva la fasciatura.

In quegli anni, per la denutrizione, molti bambini crescevano con la colonna vertebrale o le gambe storte. Per le conoscenze mediche di allora, per evitare queste deformità, appena nati, i bambini venivano avvolti con una striscia lunga di tela che impediva al neonato ogni movimento. Per questi compiti, svolti fuori dell’ordinario, è normale che la gente portasse alla “memmére” massimo rispetto, riconoscenza e un certo timore, perché nella fantasia popolare la rendevano un personaggio persino magico, come una sorta di maga che allontanava dal neonato il malocchio. Sappiamo già che a quei tempi la superstizione era largamente diffusa.
Il termine “mammana”, però, non ha avuto un’accezione sempre positiva. Originario dell’Italia centro-meridionale, il termine è stato utilizzato in passato non solo come sinonimo di levatrice, di ausiliaria delle partorienti in casa, ma anche come tenutaria di “casini”, le case di tolleranza dell’epoca, almeno fino all’approvazione della Legge Merlin nel 1958, o come sinonimo della donna che eseguiva, sempre in casa, gli aborti clandestini, almeno fino all’approvazione nel 1978 della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza”, meglio nota come Legge 194.
La “memmére”, dalle nostre parti, in tempi passati, in larga misura era una figura positiva: era la donna esperta in tecniche di parto. In tempi passati tutti i mestieri si imparavano osservando da chi già esercitasse un mestiere; nel caso della levatrice generalmente il mestiere veniva tramandato di madre in figlia. Generalmente il parto avveniva nella camera matrimoniale e si procedeva al battesimo la prima domenica successiva, perché si temeva per la sopravvivenza del bambino. Infatti, molti erano i rischi legati al parto: aborti, malattie e anche morte del nascituro. La mortalità da parto in quel tempo era molto alta. La “memmérë” in qualche modo entrava a far parte della famiglia in quanto ricopriva un ruolo importante anche successivamente il parto tramite controlli e visite in casa alla mamma e al suo bimbo; era una figura molto rispettata, e alle volte prestava gratis il suo “lavoro”, garantendosi così stima, affetto e ammirazione.
Le più conosciute a Molfetta erano “Trësôrë” e “Meriéttë Z’Quintë”, mitiche per la loro disponibilità in ogni momento della giornata, perché correvano ad ogni ora del giorno o della notte per i vicoli della città vecchia per arrivare nel minor tempo possibile dalla partoriente. “Trësôrë” era “la chiù béddë memmérë dë r’sëgneurë” (dal vernacolo: la più bella levatrice delle “signore”, cioè delle donne benestanti). Andava in giro in una elegante carrozza il cui cocchiere divenne poi suo marito. Era veramente una bella donna, dagli occhi azzurri e dai capelli d’oro.
Naturalmente i primi vagiti che echeggiavano del neonato, venivano salutati con grande festa e partecipazione da tutto il vicinato che era in trepida attesa, soprattutto se si trattava di un evento straordinario come la nascita di gemelli come quella del sottoscritto.









Mi dispiace che in questo articolo non abbiate descritto la figura della Memmer Zquint. Allora vi racconto io chi era: Marietta “Zquint” non era una semplice levatrice ma aveva due titoli di studio che a quell’epoca era tantissimo. Aveva studiato a Foggia per fare l’insegnante e successivamente riprese gli studi a Bari per diventare ostetrica. Una donna con delle idee molto innovative se consideriamo che erano gli anni ’30 del 900. Una donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi a suo marito; una donna che nonostante avesse già tre figli, si è trasferita con una tata a Bari per poter studiare; una donna che svolgeva molto bene il suo lavoro, per la pazienza, la dedizione e l’umiltà. Si perché lei era anche questo: umile. Era la Memmer dei poveri, la chiamavano pur sapendo di non poterla pagare e lei accorreva “a piedi” senza fare alcuna distinzione sociale, perché una brava ostetrica deve saper fare anche questo. In cambio chiedeva solo una tazza di caffè o un bicchier d’acqua. Ecco chi era la Memmer Zquint.
Grazie per il contributo. Le dedicheremo un post.