«Abito ancora nello stesso condominio dove, fino a poco tempo fa, vivevo con i miei genitori. Ma la gente che mi circonda non è più la stessa». Una riflessione che ci ha colpito e che racconta, forse meglio di tante parole, il cambiamento dei rapporti tra vicini.

Ci sono commenti che non sono semplicemente commenti.
Sono piccoli racconti che arrivano dopo un racconto e che, quasi senza accorgersene, ne prolungano la memoria.
È il caso di quello lasciato da un nostro lettore in calce al racconto di Angelo Boccanegra, “Amarcord: com’era bello il vicinato di una volta. I miei ricordi”, pubblicato su Molfetta Discute Magazine. Un intervento che vogliamo innanzitutto ringraziare per aver condiviso con noi e con gli altri lettori un ricordo così personale.
Il suo racconto parte da un dato che, da solo, dice già molto: vive ancora nello stesso condominio nel quale, un tempo, abitava con i suoi genitori. Le pareti sono le stesse, le scale probabilmente anche. Ma le persone, osserva con una certa amarezza, non sono più quelle di una volta. E qui viene fuori il vero senso della sua testimonianza.
Un tempo, racconta, c’erano famiglie con le quali si era creato un rapporto di amicizia. Ci si faceva compagnia, si parlava, ci si frequentava e, qualche volta, si partiva persino insieme per una scampagnata. Non servivano grandi occasioni. Bastava la quotidianità. Un caffè, due parole sulle scale, una porta lasciata aperta, una visita improvvisata. Piccoli gesti che oggi possono sembrare insignificanti e che invece costruivano lentamente qualcosa che abbiamo quasi dimenticato: il senso di comunità.
Il nostro lettore, però, non cade nella tentazione di dipingere quel passato come un paradiso. Anche allora, ci ricorda, c’erano le cosiddette “mele marce”: persone più propense al pettegolezzo, alle discussioni e ai litigi. Ma, come scrive lui stesso, “le tenevamo a distanza”. Ed è proprio questa osservazione che ci sembra particolarmente significativa. Perché il vicinato di una volta non era perfetto. C’erano simpatie e antipatie, discussioni, incomprensioni e persino persone con cui era meglio non avere troppo a che fare.
Ma forse esisteva una cosa che oggi sembra essersi progressivamente smarrita: la capacità di convivere anche con chi non ci piaceva. Oggi, invece, racconta il lettore, il panorama è completamente diverso. Ci si rivolge la parola spesso soltanto per un rimprovero o per una lamentela. Non sempre, sottolinea, giustificata. E poi ci sono le urla, il rumore, la mancanza di rispetto per chi vive accanto. Fino a quella frase che forse racchiude tutto il senso del suo intervento: “Il rispetto, questo sconosciuto”. E come dargli torto?
Non si tratta soltanto di rimpiangere il passato. Si tratta di osservare come siano cambiati i rapporti umani dentro quegli stessi luoghi nei quali, un tempo, la vita quotidiana costringeva le persone a conoscersi. Oggi possiamo vivere per anni porta a porta senza sapere quasi nulla di chi abita dall’altra parte del pianerottolo. Ci si incontra sulle scale e spesso si abbassa lo sguardo. Un saluto può sembrare quasi un gesto fuori moda. Una parola gentile diventa un’eccezione. E se qualcuno ha bisogno di una mano, non sempre ci si accorge nemmeno della sua difficoltà.

Una volta, forse, il vicino non era semplicemente quello che abitava accanto. Era una persona che faceva parte, nel bene e nel male, della nostra quotidianità. E questo cambiava tutto. Perché conoscere le persone significa anche sapere quando stanno bene e quando qualcosa non va. Significa accorgersi se una porta rimane chiusa per troppo tempo, se un anziano non scende più le scale, se qualcuno ha bisogno di una mano con una busta della spesa o semplicemente di qualcuno con cui scambiare due parole. Non era buonismo. Era vicinato. E forse è proprio questa la cosa che abbiamo perso.
Abbiamo guadagnato privacy, indipendenza, comodità e una maggiore distanza dalle interferenze degli altri. Ma, insieme a tutto questo, abbiamo finito per costruire palazzi pieni di appartamenti e talvolta vuoti di relazioni. Per questo il commento del nostro lettore ci è piaciuto particolarmente. Perché non è soltanto un ricordo personale. È uno specchio nel quale, forse, molti di noi possono riconoscersi.
E allora lo ringraziamo ancora una volta per averlo condiviso. Il racconto di Angelo Boccanegra sul vicinato di una volta voleva riportare alla memoria un mondo che non c’è più. Il commento del lettore ci ricorda una cosa ancora più importante: quel mondo, forse, non dobbiamo necessariamente rimpiangerlo soltanto. Qualcosa di ciò che aveva di buono potremmo anche provare a recuperarlo. A cominciare da una cosa semplicissima, che non costa nulla e non richiede nostalgia. La prossima volta che incontriamo il nostro vicino sulle scale, proviamo a salutarlo.

Le immagini che accompagnano questo articolo sono state create con l’intelligenza artificiale e sono liberamente ispirate dal racconto di Angelo Boccanegra e dalle parole del nostro lettore, che con il suo commento ha contribuito a riportare alla memoria il volto più autentico e umano del buon vicinato di una volta.







