“Gli eccidi di Molfetta: sette morti e innumerevoli feriti” – così titolò, senza mezzi termini, il Corriere delle Puglie, descrivendo la tragica giornata del 1° maggio 1898 che trasformò Molfetta in un campo di battaglia.

I moti popolari del 1898 furono una vasta ondata di sollevazioni e proteste che attraversò l’Italia dal gennaio al luglio di quell’anno, esplodendo in numerose città della penisola. A scatenarli furono le gravissime condizioni economiche e sociali: l’aumento vertiginoso del prezzo del pane, la disoccupazione, la pressione fiscale e il peso del dazio sui generi di prima necessità. La crisi economica, aggravata dalla guerra doganale con la Francia (1887-1898) e dalle conseguenze finanziarie della sconfitta di Adua (1896), alimentò un malcontento che covava da tempo.
Anche a Molfetta, importante centro portuale pugliese, la tensione deflagrò in modo drammatico. Le proteste e le sollevazioni popolari provocarono numerosi morti e feriti, oltre a incendi e devastazioni. Quella che passerà alla storia come “rivolta del pane” non fu un episodio isolato di violenza, ma l’espressione disperata di una popolazione stremata.
Era il pomeriggio di domenica 1° maggio 1898 quando un gruppo di giovanissimi molfettesi improvvisò un corteo per protestare contro le tasse e il dazio. Man mano che il corteo avanzava, le file si ingrossavano: giovani, uomini, donne si univano alla manifestazione. In breve i dimostranti divennero centinaia, animati da rabbia e frustrazione, diretti verso l’ufficio del dazio, simbolo di un sistema percepito come oppressivo.
Lungo il percorso, un maresciallo dei Carabinieri fu disarmato, malmenato e trascinato con la forza dai manifestanti. L’ufficio del dazio era presidiato da pochi agenti e da un picchetto di soldati, ma la loro presenza non bastò a contenere la folla. I dimostranti iniziarono ad appiccare il fuoco all’edificio. Gli agenti, perduto il controllo della situazione, estrassero le pistole e aprirono il fuoco. La folla, anziché disperdersi, reagì con ulteriore furia, lanciandosi contro i militari, che risposero sparando: ne seguì una vera e propria carneficina.
Particolarmente significativa è la cronaca pubblicata dal Corriere delle Puglie, quotidiano barese, che titolò senza mezzi termini: “Gli eccidii di Molfetta”. Il sottotitolo, drammatico, recitava: “Sette morti. Innumerevoli feriti. Un maresciallo incendiario per forza. Soldati feriti. Revolverate contro il delegato di Pubblica Sicurezza. Spedizione di artiglieria a Molfetta”. Da Bari giunsero rinforzi di fanteria per sedare la rivolta: la città assunse l’aspetto di uno scenario di guerra urbana.
I fatti di Molfetta si inserirono in un quadro nazionale esplosivo. Nello stesso periodo furono assaltati forni e magazzini a Livorno; a Minervino e in altri centri pugliesi si accesero focolai di protesta. Il governo affidò la gestione dell’ordine pubblico al generale Luigi Pelloux, che proprio da quell’esperienza maturò la linea autoritaria che avrebbe poi caratterizzato il suo governo. Ai primi di maggio l’esercito aprì il fuoco a Bagnacavallo (sei morti); nello stesso periodo caddero manifestanti a Piacenza e a Figline Valdarno. Il 5 maggio, durante un’assemblea pubblica davanti al municipio, i carabinieri uccisero quattro persone a Sesto Fiorentino.
La svolta più tragica si ebbe però a Milano. Qui, tra il 6 e il 9 maggio 1898, la protesta contro il rincaro del pane si trasformò in una rivolta di massa. L’8 maggio il governo dichiarò lo stato d’assedio, affidando pieni poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris. Le truppe non esitarono a usare l’artiglieria contro i quartieri popolari: cannonate furono sparate contro le barricate e perfino contro edifici civili. Il bilancio ufficiale parlò di circa un centinaio di morti, ma molte fonti dell’epoca e studi successivi stimarono cifre ben più alte, con centinaia di vittime e migliaia di arresti.
La repressione suscitò profonda indignazione nell’opinione pubblica democratica e socialista. Il generale Bava Beccaris fu decorato dal re Umberto I, decisione che accrebbe il risentimento popolare. Tra i principali esponenti socialisti colpiti dalla repressione vi furono Filippo Turati e Anna Kuliscioff, arrestati e processati. Il loro impegno contribuì a rafforzare il movimento socialista italiano, che da quegli eventi trasse nuova linfa politica.
Le tensioni esplose nel 1898 non si esaurirono con la fine delle rivolte. Il 29 luglio 1900, a Monza, l’anarchico Gaetano Bresci assassinò re Umberto I, dichiarando di voler vendicare le vittime della repressione milanese. L’eco dei moti del 1898 si proiettò così nel nuovo secolo, segnando profondamente la storia politica e sociale dell’Italia liberale.
Gli eccidi di Molfetta, dunque, non furono soltanto una tragica pagina di cronaca locale, ma parte di una più ampia frattura nazionale: la fame, la protesta e la risposta armata dello Stato rivelarono tutta la fragilità di un Paese giovane, attraversato da profonde disuguaglianze e da conflitti sociali destinati a lasciare un segno duraturo nella storia d’Italia.
A distanza di oltre un secolo, gli eventi del 1898 — e tra essi gli eccidi di Molfetta — restano una ferita aperta nella memoria storica del Paese. Essi raccontano non soltanto la disperazione di chi scese in piazza per il pane, ma anche la difficoltà dello Stato liberale di ascoltare e comprendere le istanze delle classi popolari. La risposta fu prevalentemente militare, emergenziale, repressiva: lo stato d’assedio, i tribunali militari, le condanne esemplari.
In Puglia, come nel resto d’Italia, la repressione lasciò un clima di paura e di silenzio. Molte famiglie molfettesi piansero i propri morti senza ottenere giustizia né riconoscimento ufficiale. Eppure, sotto la cenere, continuò a covare una coscienza civile nuova: le società di mutuo soccorso, le leghe operaie e contadine, le organizzazioni socialiste e repubblicane trovarono nuova linfa proprio nella memoria di quei giorni di sangue.
Sul piano politico nazionale, i moti del 1898 segnarono un punto di non ritorno. La stagione delle leggi eccezionali, promossa dal governo di Luigi Pelloux, tentò di comprimere libertà di stampa, associazione e sciopero, ma incontrò una forte opposizione parlamentare e civile. La crisi del sistema liberale si fece evidente: la distanza tra istituzioni e popolo apparve drammatica.
L’assassinio di Umberto I nel 1900 da parte di Gaetano Bresci fu l’epilogo simbolico di quella stagione di tensioni. Bresci dichiarò di aver voluto colpire il sovrano che aveva premiato il generale responsabile della repressione milanese. Quel gesto estremo chiuse un ciclo e ne aprì un altro, segnato da nuove trasformazioni politiche e sociali.
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Per Molfetta, il 1° maggio 1898 non fu soltanto una giornata di tumulti, ma uno spartiacque storico. La città, improvvisamente catapultata nelle cronache nazionali, visse ore che la stampa definì “eccidi”, termine che sottolineava la gravità e la sproporzione della violenza. La memoria di quei fatti sopravvisse nelle narrazioni familiari, negli archivi comunali, negli articoli ingialliti dei giornali dell’epoca.
Rileggere oggi quella pagina significa restituire voce a uomini e donne che protestavano per il diritto più elementare: il pane. Significa comprendere come la questione sociale, alla fine dell’Ottocento, fosse ormai centrale nella vita politica italiana. E significa anche interrogarsi sul rapporto tra ordine pubblico e diritti civili, tra autorità e giustizia sociale.
Gli eccidi di Molfetta, inseriti nel più ampio contesto dei moti del 1898, non rappresentano dunque soltanto un episodio locale di violenza, ma un tassello fondamentale per comprendere le tensioni che attraversarono l’Italia liberale. Una storia di fame e di repressione, ma anche di coscienza e di risveglio civile: una storia che merita di essere ricordata non come cronaca lontana, bensì come monito permanente.








