C’era una volta il riparatore di biciclette


Storie, ricordi e atmosfere della Molfetta di un tempo, quando le biciclette accompagnavano la vita quotidiana e i riparatori di quartiere erano figure familiari per tutti. Testo tratto da un racconto di Angelo Boccanegra.
Il Borgo di Molfetta (Corso Dante) negli anni ’40. In primo piano, le biciclette: compagne di viaggio quotidiane, mezzi indispensabili che raccontano la vita semplice e operosa di quegli anni.

Ci sono persone che attraversano la memoria per diverse generazioni e continuano a vivere nei ricordi di tanti molfettesi. Sicuramente, tra queste c’è “Alessandrino”, detto “delle biciclette”. È difficile, ancora oggi, incontrare un molfettese che non abbia portato almeno una volta la propria bicicletta a riparare dal mitico “Alessandrino”. Era una grande persona, un raro esempio di gentilezza e professionalità.

Con l’arrivo della primavera e delle belle giornate era bellissimo andare in giro in bici, magari in comitiva, per le vie della città, per le splendide strade di campagna oppure verso il mare. Negli anni Settanta, poi, ci fu — anche grazie alle famose domeniche ecologiche — il boom delle biciclette: tutti, o quasi, ne possedevano una e la usavano con frequenza. Dopo un po’ di tempo, con l’usura della bicicletta, era necessario dare più pressione alle ruote oppure rimediare alle forature; per questo si andava in un’officina storica, quella di Alessandrino, noto riparatore e venditore di due ruote.

Alessandrino, all’anagrafe Alessandro Spadavecchia, purtroppo è deceduto diversi anni fa, ma si avverte ancora la sua presenza in quella strada, in quella piazzetta di fronte alla fontana, in quell’officina tra tutti quegli arnesi utili per rimettere a posto qualsiasi bicicletta, piccola o grande che fosse.

Quella di Alessandrino, in via Massimo d’Azeglio, non era l’unica officina per la riparazione e la vendita di cicli e motocicli, anche se era la più famosa e forse la più antica, perché operava lì sin dagli anni Cinquanta. Al suo fianco lavorò anche Mimì Cagnetta, fratello di Nanuccio, ricordato da molti come uno dei primi collaboratori dell’officina. C’erano poi altre botteghe per la riparazione delle biciclette dislocate in città, come quella di “Nanucce” e quella di “Franchine”, altri mitici “biciclettari”. In tanti ricordano anche il mitico “mest Lenerd Custode”, figura legata a quel mondo di artigiani delle due ruote che per anni hanno accompagnato la vita quotidiana dei molfettesi. Non si può dimenticare neppure “Pinuccio”, il fedele collaboratore di Alessandro, anche lui un’icona di quei tempi.

Oggi quei luoghi sembrano appartenere a un altro tempo. Le officine dei “biciclettari”, con l’odore di gomma e di olio, il rumore delle pompe per gonfiare le ruote e le chiacchiere davanti alla porta, erano piccoli punti di incontro del quartiere. Ci si fermava non solo per riparare una foratura o registrare i freni, ma anche per scambiare due parole, raccontare la giornata, ascoltare qualche storia.

Erano botteghe semplici, fatte di mani esperte, pazienza e tanta passione per un mestiere imparato sul campo. E attorno a quelle biciclette passavano pomeriggi interi, tra ragazzi impazienti di tornare a pedalare e adulti che osservavano il lavoro con rispetto.

Di quel mondo oggi restano soprattutto i ricordi: il suono del campanello, le ruote che tornavano a girare, la gioia di riprendere la strada con la propria bicicletta rimessa a nuovo. Ricordi che parlano di una Molfetta più lenta e familiare, fatta di volti conosciuti e di mestieri che hanno accompagnato la vita quotidiana di intere generazioni. E, come spesso accade nei racconti della memoria, sono certamente tanti anche altri nomi e botteghe che i lettori continueranno a ricordare e a tramandare.

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