A Molfetta il civismo ormai si produce in batteria: stesso contenuto, confezione diversa e via sugli scaffali elettorali.

Una volta le liste civiche nascevano per rappresentare i cittadini. O almeno così raccontano le leggende, insieme a quelle sull’onestà dei parcheggiatori abusivi e sulle diete che iniziano davvero il lunedì. A Molfetta, invece, le liste civiche sono diventate una specie di catena di montaggio industriale: escono a ritmo continuo, come i panzerotti alle feste patronali, solo con meno sostanza dentro.
Il meccanismo è ormai perfetto. Arriva la campagna elettorale e improvvisamente sbocciano simboli ovunque. Nascono movimenti, associazioni, laboratori civici, cantieri del futuro, reti territoriali, tavoli permanenti, tavoli temporanei, tavoli che non si capisce nemmeno cosa producano ma intanto fanno scena. Manca solo “Comitato spontaneo degli amici del parcheggio strategico” e poi il bingo è completo.
Le liste hanno tutte lo stesso profumo: plastica nuova fuori, politica stagionata dentro. Cambia il logo, cambiano i colori, cambiano gli slogan. Ma sotto il cofano trovi sempre gli stessi pezzi di ricambio. Gli stessi candidati che attraversano gli schieramenti con la rapidità di un rider sotto consegna. Gente che negli ultimi dieci anni ha cambiato più simboli che calzini ma continua a presentarsi come “volto nuovo”. Nuovo dove? Forse nel senso archeologico del termine.
E poi ci sono loro: i professionisti della candidatura eterna. Quelli che non mancano mai. Se domani si votasse per amministrare il traffico del lungomare, loro sarebbero già pronti con tre liste civiche e uno slogan motivazionale. Hanno sviluppato un talento raro: riescono a stare contemporaneamente con la maggioranza, con l’opposizione e “oltre gli schieramenti”. Una specie di miracolo della fisica quantistica applicata al consiglio comunale.
Il bello è che ogni lista si presenta come “rivoluzionaria”. E infatti la rivoluzione consiste nel prendere le stesse persone dell’ultima tornata elettorale e spostarle due sedie più a destra o più a sinistra. Un risiko umano fatto con cugini, ex assessori, amici storici e candidati riesumati direttamente dalla naftalina politica.
I programmi elettorali meritano una menzione speciale. Sono scritti con una tecnica molto sofisticata: dire tutto senza dire assolutamente niente. Frasi tipo: “Rimettere il cittadino al centro”; “Valorizzare il territorio”; “Creare sinergie”; “Guardare al futuro”. Che tradotto significa: “Vedremo poi”. Leggi quaranta pagine e alla fine l’unica proposta concreta è rifare la piazzetta per la decima volta o inaugurare nuovamente il parco e per poi abbandonarlo completamente. Molfetta ormai ha più progetti di riqualificazione che abitanti. E guai a chiamarle “liste personali”. No, no. Sono “esperienze civiche”. Anche se casualmente ruotano tutte attorno a un leader che tratta il simbolo come il telecomando di casa: suo, personale, intoccabile. Altro che partecipazione popolare. Qui siamo alla gestione condominiale del consenso.
La verità è che molte di queste liste non servono a governare la città. Servono a contarsi. A pesarsi. A contrattare. Sono come le figurine Panini del potere locale: più ne hai, più puoi sederti al tavolo delle trattative facendo la faccia importante. Nel frattempo il cittadino osserva tutto con lo stesso entusiasmo di chi entra in una concessionaria e scopre che le auto “nuove” hanno tutte 200mila chilometri ma il venditore insiste che “il motore è ottimo”.
E infatti il grande miracolo molfettese si ripete ogni cinque anni: persone che fino al giorno prima non si salutavano nemmeno improvvisamente si abbracciano davanti ai fotografi “per il bene della città”. Una scena talmente frequente che ormai manca solo la colonna sonora di C’è posta per te. Alla fine il risultato è sempre quello: trenta liste, quaranta simboli, cinquecento candidati, ottocento promesse e una sola ideologia condivisa da tutti: restare nei paraggi del potere qualunque cosa accada.
Poi ogni tanto qualcuno prova davvero a parlare di trasparenza, etica pubblica, credibilità delle istituzioni. E lì l’atmosfera cambia improvvisamente. Come quando alla festa qualcuno propone di dividere il conto in modo equo: cala il gelo. Per questo le parole di Manuel Minervini suonano quasi surreali nel panorama cittadino: “La politica deve tornare a essere un luogo di servizio, serietà e responsabilità.”
Una frase così seria che in mezzo a questo luna park di liste civiche sembra pronunciata per sbaglio da un insegnante finito dentro il gruppo WhatsApp sbagliato.
Ed è forse qui il problema vero: a Molfetta il civismo non è più una forma di partecipazione. È diventato un outlet permanente della politica locale. Entri convinto di trovare idee nuove e invece trovi la collezione dell’anno scorso con il cartellino cambiato.







