Da grido di rottura a comoda convivenza: in meno di un anno accuse, coerenza e memoria evaporano, mentre tutto si ribalta tranne le contraddizioni.

Un anno fa — anzi, nemmeno un anno pieno — il 24 maggio 2025 andava in scena una conferenza dal titolo studiato per colpire: “ARRESTATEVI per il bene di Molfetta”. Non uno slogan qualunque, ma un atto d’accusa pesantissimo, costruito per segnare un confine netto: da una parte i “colpevoli” politici di una stagione amministrativa disastrosa, dall’altra chi si ergeva a paladino del cambiamento radicale. Non era ambiguità comunicativa. Era guerra politica.
Oggi, undici mesi dopo, quella linea è stata cancellata con una disinvoltura che rasenta il grottesco. Lo stesso promotore di quell’attacco frontale guida una coalizione che ingloba — senza eccezioni — proprio quei protagonisti che allora venivano messi alla gogna, direttamente o indirettamente. Non alcuni: tutti. Riuniti, compatti, dentro un’unica, gigantesca alleanza centrista fatta di liste civiche, pseudo-civiche e travestimenti vari.
Altro che “coraggio di unire”: qui serve lo stomaco di un pachiderma. Perché digerire un simile minestrone politico non è esercizio da esseri umani. E qui nasce il vero cortocircuito. Ciò che ieri era descritto come il simbolo di una degenerazione amministrativa, oggi diventa improvvisamente parte integrante della “soluzione”. Le parole di allora — violente, definitive, accusatorie — vengono riassorbite, neutralizzate, svuotate. Come se nulla fosse mai stato detto, come se nulla fosse mai accaduto. Ma le parole pesano. E quando si usa un linguaggio da resa dei conti, non lo si può archiviare con una stretta di mano e una foto di gruppo. Il problema non è cambiare alleanze — la politica lo fa da sempre. Il problema è fingere che non sia successo nulla.
Chi si proponeva come alternativa oggi si presenta abbracciato a ciò che definiva il problema. E allora la domanda è inevitabile: dov’è finito quel presunto slancio morale? Era convinzione o solo propaganda usa-e-getta? Il sospetto, sempre meno velato, è che non si tratti di un progetto per cambiare la città, ma dell’ennesima operazione per vincere le elezioni al primo turno. Punto. Uno spettacolo desolante. Un teatrino in cui gli attori cambiano maschera ma restano sempre gli stessi.
Prima si combattevano, si delegittimavano, contribuivano a far cadere un’amministrazione. Oggi siedono allo stesso tavolo, uniti da ciò che davvero non li ha mai divisi: la gestione del potere. E c’è qualcosa di ancora più amaro e sconvolgente. Chi ieri veniva messo alla porta, oggi stringe la mano a chi lo ha fatto cadere. Senza una parola, senza una spiegazione, senza un minimo accenno di dignità politica. Evidentemente, per qualcuno, la coerenza è un optional. Così come la memoria e forse anche il pudore.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un blocco civico solo sulla carta, fatto di numeri, incastri, pacchetti di voti. Un’operazione aritmetica, non politica. E l’identità? Le idee? I programmi? Soprattutto: chi rappresenta davvero i cittadini liberi, quelli senza debiti elettorali in quella grande ammucchiata?
Molfetta merita risposte. E, soprattutto, merita di non farsi prendere in giro ancora. Forse è davvero arrivato il momento di alzare la testa e cacciare definitivamente tutti i mercanti dal tempio. Perché qui non siamo più davanti a semplici contraddizioni politiche, ma a un sistema che sembra reggersi sull’assenza totale di memoria e sulla certezza — fin troppo comoda — che tanto tutto verrà dimenticato.
Parole incendiarie ieri, abbracci strategici oggi, e domani di nuovo promesse: un copione stanco, ripetuto fino alla nausea. E invece no. La città non è un palcoscenico da occupare a turno, né un bancomat elettorale da cui prelevare consenso ogni cinque anni. Non può essere ostaggio di chi cambia posizione con la stessa facilità con cui cambia slogan.
Cacciare i “mercanti” significa proprio questo: rompere il meccanismo. Dire basta a chi considera la politica una trattativa permanente, un mercato dove tutto si compra e tutto si vende — alleanze, parole, dignità. Significa pretendere coerenza. Significa smettere di premiare trasformismi e amnesie convenienti. Significa, soprattutto, restituire valore al voto. Perché il vero paradosso non è che si alleino tra loro. Il vero scandalo sarebbe se continuassero a farlo senza pagarne mai il prezzo. E quel prezzo, stavolta, può e deve arrivare dalle urne.








