Un’alleanza “nuova” che solleva una domanda antica: se sono sempre gli stessi, perché dovrebbero comportarsi diversamente?

In politica locale esiste un’arte raffinata, quasi una disciplina da laboratorio: cambiare tutto senza cambiare niente. Una sorta di carnevale istituzionale permanente, dove le maschere si alternano con eleganza, ma sotto il trucco restano sempre gli stessi volti — solo un po’ più esperti nel sorridere alla fotocamera.
A Molfetta, come altrove, si assiste periodicamente a questo fenomeno ormai consolidato: le stesse forze che hanno governato per anni si ricompongono, si riassemblano, si moltiplicano in liste e sigle come se fossero versioni aggiornate di uno stesso software politico. Il risultato è sempre lo stesso, ma con icona nuova.
La coalizione si allarga, si arricchisce, si “apre” — parola magica che in politica spesso significa semplicemente che si è trovato un modo più elegante per restare tutti dentro. È una specie di buffet amministrativo: ognuno porta qualcosa, ma stranamente il sapore è sempre quello di ieri riscaldato al microonde.
In questo scenario, quelli dell’“ammucchiata”, più che impegnati nella stesura di un serio programma politico, sembrano spesso dedicati a una costante auto-promozione: video che assomigliano più a televendite che a proposte di governo, con sorrisi plastificati e promesse confezionate come i detersivi con “nuova formula potenziata”. Dopo anni di risultati non esattamente esaltanti, tornano con simboli e slogan nuovi di zecca, come se la memoria degli elettori fosse più corta di una storia su Instagram.
La politica, però, non funziona come un profilo social: la credibilità non si resetta con un click, né si aggiorna con un rebranding grafico. Se hai amministrato per un decennio lasciando più dubbi che certezze, non basta cambiare font, colore del logo o lessico motivazionale. Non basta nemmeno la classica “nuova fase”. Servono fatti, autocritica vera (merce rara, quasi da collezione) e soprattutto risultati diversi. Altrimenti non è rinnovamento: è solo maquillage elettorale, steso con cura per durare fino allo spoglio.
Il punto non è la pluralità delle liste o l’ampiezza delle coalizioni, che anzi vengono sempre raccontate come grandi conquiste democratiche. Il problema è che spesso si tratta degli stessi protagonisti che, dopo aver condiviso anni di governo e relativi risultati, si ripresentano come se avessero appena scoperto la città e i suoi problemi.
Il risultato è un equilibrio curioso: programmi costruiti per non disturbare nessuno, decisioni frutto di compromessi tra identici che fingono di essere diversi, e una generale sensazione di déjà-vu amministrativo. Tutto molto inclusivo, tutto molto armonioso… e tutto terribilmente familiare.
E allora la domanda resta lì, semplice e quasi ingenua, ma sempre più difficile da aggirare: se sono gli stessi attori, con qualche cambio di costume e una nuova scenografia, perché mai dovrebbe cambiare davvero la storia? Forse l’unica vera innovazione è proprio questa: riuscire a far sembrare nuovo ciò che, con ammirevole costanza, continua a ripetersi identico a sé stesso.







