Dai disordini di Milano del 17 ottobre alla memoria della contestazione degli anni Settanta: una riflessione di Pasquale Mancini riapre una questione scomoda. Difendere il diritto di protestare significa anche saper distinguere gli ideali dalla violenza, il dissenso dal saccheggio e le rivendicazioni sociali dalle responsabilità individuali.

Ci sono riflessioni che meritano di essere lette non perché offrano risposte definitive, ma perché costringono a fermarsi e a ragionare. E soprattutto perché arrivano da persone che possono raccontare ciò di cui parlano per esperienza diretta, non soltanto per sentito dire.
È il caso di Pasquale Mancini, che in passato ha attraversato anche la vita politico-amministrativa della nostra città e che, quando interviene su questioni di interesse pubblico, offre spesso spunti che meritano attenzione e discussione. Il suo recente intervento sui fatti di Milano del 17 ottobre è uno di questi. Non intendiamo riproporlo semplicemente come un testo da condividere, ma raccoglierne le considerazioni più significative e provare a svilupparle, perché il tema va ben oltre la cronaca di una manifestazione.
Mancini parte dalla propria esperienza giovanile, dagli anni Settanta, quando la contestazione non era una rappresentazione innocua e le tensioni politiche si vivevano anche nelle strade delle nostre città.
«Siamo stati ragazzi negli anni 70 – scrive in un post pubblicato sulla sua pagina Facebook – quando la contestazione non era “a giocare”, agli interni c’era un certo Cossiga con la K e le S di SS e la polizia non era cortese come oggi e per vedere volare una Molotov non occorreva andare a Milano ma bastava scendere in via Sant’Angelo e Corso Dante a Molfetta».
È un ricordo che riporta anche Molfetta dentro una stagione nazionale segnata da conflitti, proteste e contrapposizioni profonde. Non si tratta di idealizzare quegli anni, che furono anche quelli del terrorismo e di una violenza politica devastante, ma di riconoscere che chi li ha vissuti sa bene quanto possa essere difficile, e talvolta pericoloso, esercitare il dissenso.
Mancini ricorda anche la paura, le assemblee, le occupazioni, le iniziative che allora si consideravano necessarie per provare a cambiare il mondo. E scrive: «Insomma la nostra non è stata una vita sedentaria, senza proteste, senza rischi ma soprattutto non è stata una vita senza ideali per i quali lottavamo e a modo nostro lottiamo ancora quotidianamente anche se spesso facciamo parte dello status quo da sovvertire».
È un passaggio importante perché non parla soltanto del passato. Parla anche di quella contraddizione che accompagna spesso le persone con il trascorrere degli anni: chi un tempo contestava il sistema può ritrovarsi, in seguito, a farne parte. Ma questo non significa necessariamente aver rinunciato ai propri ideali, né che ogni forma di contestazione debba essere considerata giusta per il solo fatto di essere contestazione.
Qui si apre la questione centrale. Che cosa distingue una protesta da una semplice esplosione di rabbia? Che cosa separa una rivendicazione, anche radicale, dalla pretesa di poter fare qualsiasi cosa in nome di una causa?
Naturalmente, anche gli anni Settanta furono attraversati da violenze e sopraffazioni che non possono essere giustificate attraverso il richiamo agli ideali. La memoria personale di quella stagione non deve diventare una celebrazione del passato. Ma proprio quell’esperienza ci ricorda che la libertà di contestare e la responsabilità per le proprie azioni non sono mai state, e non possono diventare oggi, due questioni incompatibili. È a questo punto che Mancini arriva alla frase più netta del suo intervento: «Ma per noi un ladro è sempre stato un ladro».
Il riferimento è a chi, durante una manifestazione, approfitta della confusione per saccheggiare un negozio, trasformando un corteo in un’occasione per appropriarsi di ciò che appartiene ad altri. Il punto non è stabilire se chi ruba condivida o meno le ragioni della protesta. Il punto è che quelle ragioni non possono cancellare la responsabilità di chi commette un furto. E questo vale anche quando si parla di una manifestazione nata da motivazioni sociali comprensibili, di una protesta contro decisioni politiche contestate o di una mobilitazione che richiama problemi reali. Le ragioni del dissenso vanno ascoltate e valutate nel merito. I comportamenti individuali, invece, devono essere giudicati per ciò che sono.
I disordini di Milano del 17 ottobre impongono proprio questa distinzione. Non è corretto attribuire indistintamente a tutti i manifestanti le azioni di chi ha compiuto violenze o danneggiamenti. Allo stesso modo, non è corretto utilizzare le ragioni della protesta per minimizzare gli atti di chi ha aggredito, devastato o saccheggiato. Chi manifesta pacificamente esercita un diritto fondamentale; chi commette reati deve risponderne secondo le proprie responsabilità, che spetta alle autorità accertare.
Una cosa non esclude l’altra. Anzi, confonderle finisce per danneggiare proprio la libertà di manifestare, perché offre argomenti a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di ordine pubblico. Mancini, infatti, non conclude con una condanna della protesta. Al contrario, ribadisce con forza il proprio sostegno alla libertà di espressione: «Sì, tutta la vita sì alla libertà di espressione, alle proteste, quando occorre anche a muso duro». E subito dopo aggiunge: «Ma uno che ruba al paese mio si chiamerà sempre ladro».
È questa la distinzione che merita di essere discussa. Non bisogna scegliere tra la libertà di protestare e la condanna dei saccheggi, come se difendere l’una significasse necessariamente giustificare gli altri. Si può essere contro il Governo, contestare il potere, denunciare le disuguaglianze e chiedere cambiamenti radicali senza per questo concedere a qualcuno una licenza di devastare o di appropriarsi dei beni altrui.
Il problema, del resto, non riguarda soltanto Milano né una particolare generazione. Riguarda tutti noi e il modo in cui applichiamo i nostri principi quando i fatti diventano scomodi. Siamo disposti a condannare un comportamento scorretto anche quando chi lo compie invoca una causa che consideriamo giusta? Sappiamo distinguere le rivendicazioni legittime dalle azioni di chi le usa come pretesto? Oppure finiamo per giudicare gli stessi comportamenti in maniera diversa a seconda di chi li compie e delle idee che dice di difendere?
È facile invocare il rispetto delle regole quando sono gli altri a infrangerle. È più difficile mantenere la stessa fermezza quando la realtà mette in discussione le nostre simpatie, le nostre convinzioni o la nostra appartenenza politica.
La riflessione di Mancini ci invita a non cadere in questa trappola. Non perché ogni protesta debba essere moderata, composta o gradita a chi governa. La storia dimostra che il dissenso può essere radicale, conflittuale e persino capace di mettere in crisi gli equilibri esistenti. Ma la radicalità delle idee non rende automaticamente legittimo qualsiasi comportamento. Si può essere ribelli senza diventare prepotenti. Si può contestare il potere senza colpire indiscriminatamente chi non ne ha alcuna responsabilità. Si può lottare per cambiare la società senza trasformare il patrimonio altrui in un bersaglio.
E allora la domanda che lasciamo ai lettori è semplice, ma tutt’altro che banale: la causa che si proclama giusta può mai giustificare un comportamento che, in qualsiasi altro contesto, condanneremmo senza esitazione? Siamo d’accordo con Pasquale Mancini? Oppure riteniamo che i fatti di Milano vadano letti anche alla luce delle ragioni sociali e politiche che hanno portato le persone in piazza?
Discutiamone. Senza pregiudizi, senza assoluzioni preventive e senza confondere il diritto al dissenso con il diritto di fare ciò che si vuole. Perché una società democratica deve saper proteggere entrambe le cose: la libertà di protestare e la responsabilità di rispondere delle proprie azioni.









