Quando il tempo comincia a fare domande


Dopo l’entusiasmo del consenso, arriva sempre il momento più difficile: quello in cui una città non guarda più a ciò che è stato promesso, ma comincia a chiedersi che cosa si stia muovendo davvero
Molfetta, la stazione ferroviaria in una vecchia cartolina notturna.

C’è un momento, nella vita di ogni amministrazione, nel quale il tempo cambia natura. Nei giorni della campagna elettorale il tempo è quello della possibilità: tutto deve ancora accadere, ogni progetto può essere annunciato, ogni cambiamento può essere immaginato. Dopo il voto, invece, comincia il tempo della verifica. Non è ancora il tempo dei bilanci, delle sentenze definitive o dei giudizi conclusivi. È qualcosa di più sottile: è il tempo nel quale una città comincia semplicemente a percepire se ciò che ha votato sta prendendo forma.

La politica conosce bene questo passaggio. Il consenso, per quanto ampio possa essere, non è un punto di arrivo ma una sorta di credito temporaneo. Serve a mettere in moto una macchina, non a dimostrare che la macchina stia già funzionando. E proprio per questo i primi mesi di una nuova amministrazione hanno una caratteristica particolare: sono osservati con grande attenzione, ma anche con una certa benevolenza. Si concede tempo, si comprende la necessità di organizzarsi, di conoscere gli uffici, di definire le responsabilità, di trasformare un progetto politico in atti amministrativi. È normale. Ma anche la pazienza, come ogni cosa nella vita pubblica, ha una sua dimensione percettiva.

Una città non misura il cambiamento soltanto attraverso il numero degli atti prodotti. Lo misura attraverso ciò che riesce a vedere, a comprendere, a riconoscere. Può esserci attività amministrativa senza che questa produca ancora una precisa sensazione di direzione; così come può esserci molta comunicazione senza che nella percezione collettiva si sia ancora consolidata l’idea di un’amministrazione realmente in movimento. È qui che nasce una delle questioni più delicate della politica contemporanea: la differenza tra fare, far vedere di fare e far percepire che qualcosa sta cambiando. Sono tre piani diversi, e confonderli può diventare pericoloso.

Il primo appartiene agli atti, alle decisioni, ai procedimenti, alla macchina amministrativa. Il secondo appartiene alla comunicazione politica. Il terzo, invece, appartiene alla città. E la città non è un ufficio stampa, non legge necessariamente un albo pretorio e non costruisce le proprie impressioni attraverso una sequenza ordinata di provvedimenti. La città osserva il risultato complessivo, spesso attraverso dettagli apparentemente insignificanti. Cerca una direzione, un ritmo, un segnale che consenta di capire se dopo il voto sia realmente cominciata una fase nuova.

È probabilmente questa la ragione per cui, in politica, l’immobilismo è una condizione particolare: non deve necessariamente essere dimostrato per cominciare a essere percepito. E, allo stesso modo, la percezione dell’immobilismo non dimostra necessariamente che tutto sia fermo. Questa distinzione è fondamentale. Perché una nuova amministrazione può avere bisogno di tempo senza essere incapace di governare. Può incontrare difficoltà senza essere paralizzata. Può procedere con prudenza senza aver rinunciato alle proprie ambizioni.

Ma quando, nella percezione pubblica, comincia a prevalere l’impressione che il tempo stia passando più velocemente delle decisioni, allora la questione politica cambia natura. Non riguarda più soltanto ciò che è stato fatto o non è stato fatto. Riguarda la capacità di trasmettere una direzione. 

Il politologo Pierre Rosanvallon ha dedicato una parte importante della sua riflessione al rapporto tra rappresentanza, fiducia e controllo democratico. La democrazia, nella sua prospettiva, non vive soltanto nel momento elettorale: vive anche nella capacità dei cittadini di osservare, controllare e giudicare nel tempo chi esercita il potere. È un concetto che, adattato alla dimensione di una città, porta a una considerazione semplice ma tutt’altro che banale: il voto consegna un mandato, ma non sospende lo sguardo dei cittadini. E quello sguardo non è necessariamente ostile. Anzi, spesso nasce proprio dalle aspettative. Una maggioranza che arriva con un consenso forte non viene osservata meno, ma di più. Non perché le si voglia negare il tempo necessario a governare, ma perché maggiore è l’aspettativa, maggiore diventa anche l’attenzione verso i primi segnali capaci di confermarla. È qui che il tempo amministrativo incontra il tempo psicologico di una comunità.

Gli uffici hanno procedure, gli atti hanno scadenze, i progetti hanno passaggi obbligati. La città, invece, ha una percezione molto più immediata. E quando questi due tempi non coincidono, nasce una zona grigia nella quale non esiste ancora un fallimento, ma può cominciare a esistere una domanda. Che cosa sta succedendo?

È una domanda molto diversa da un’accusa. Non attribuisce colpe, non anticipa giudizi, non pretende di trasformare pochi mesi in una sentenza politica. Ma è una domanda che, prima o poi, ogni amministrazione deve saper ascoltare. Perché il consenso iniziale appartiene al giorno delle elezioni; la fiducia, invece, si costruisce nei giorni successivi.

Alla fine, forse, il vero banco di prova di una nuova stagione politica non è la velocità con cui riesce a produrre annunci, né la quantità di provvedimenti che può mettere in fila. È qualcosa di più difficile da misurare: la capacità di trasformare l’attesa in movimento, il programma in direzione, il consenso in una presenza concreta nella vita quotidiana della città. Per questo sarebbe prematuro parlare di bilanci. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che la percezione non conti. Perché la politica può anche chiedere tempo. La città, però, nel frattempo, continua a guardare l’orologio.

- / 5
Grazie per aver votato!
Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.