Mestieri scomparsi: “u’ conzasiegge”, l’antico riparatore ambulante di sedie


Tanti e diversi sono i mestieri artigianali che un tempo animavano la città, molti dei quali oggi scomparsi con l’avanzare del progresso. Questo contributo, ispirato a un racconto di Angelo Boccanegra, vuole riportare alla memoria uno di quei lavori umili ma preziosi, profondamente radicati nella tradizione popolare molfettese.
In vernacolo molfettese “U’ Conzasiegge” indica sia l’antico mestiere ambulante del riparatore di sedie — che aggiustava sedie interamente in legno, le “siegge de fenecchiétte” (in bambù e legno) e le “siegge de pagghie” (in paglia e legno) — sia una marcia funebre molto conosciuta, eseguita soprattutto nel periodo pasquale durante le processioni.

Un’antica professione, oggi pressoché scomparsa e degna di particolare attenzione, era quella dell’impaglia-sedie, in vernacolo molfettese “u’ conzasiegge”. Si trattava di un artigiano ambulante che, di buon mattino, percorreva le strade ancora buie e silenziose della città vecchia, annunciando la propria presenza con il caratteristico richiamo: «u’ conzasiegge c’aggiuste r’siegge!».

Le donne di casa approfittavano del suo passaggio per far riparare le sedie consumate dall’uso quotidiano. Vi erano “re siegge de fenecchiétte”, con il fondo intrecciato in fibre di finocchietto selvatico, generalmente destinate alla camera da letto, e “re siegge de pagghie”, impagliate con paglia comune e utilizzate soprattutto in cucina. Ogni ambiente aveva le sue sedie, e ogni sedia, con il tempo, aveva bisogno delle mani esperte dell’impagliatore.

Un tempo non si buttava via nulla. Gli oggetti venivano riparati, riadattati, riutilizzati. In un’economia domestica fondata sul risparmio e sull’ingegno, prosperavano numerosi mestieri ambulanti: stagnini, ombrellai, arrotini e, appunto, impaglia-sedie. Figure oggi quasi del tutto scomparse, ma che per secoli hanno rappresentato un indispensabile presidio di manutenzione nelle comunità del Mezzogiorno.

Quando l’impagliatura, dopo anni di utilizzo, iniziava a cedere fino a spezzarsi nei giunchi, non si pensava certo a sostituire la sedia. La si affidava invece al “conzasiegge”, che, dietro un modesto compenso, provvedeva a rinnovarne l’intreccio. Tra gli strumenti del mestiere vi erano fili di paglia o di finocchietto, un coltello affilato per tagliarli e sagomarli e una stecca di legno per facilitare e tendere l’intreccio. Il lavoro richiedeva pazienza, forza nelle mani e una precisa tecnica tramandata spesso di padre in figlio.

Il termine dialettale “u’ conzasiegge” è ancora oggi noto a Molfetta, benché da tempo non si vedano più artigiani ambulanti aggirarsi per le strade. La memoria del mestiere sopravvive soprattutto grazie alla tradizione musicale cittadina: “U’ Conzasiegge” è infatti il titolo di una celebre marcia funebre eseguita durante le solenni processioni della Settimana Santa molfettese.

Secondo la tradizione, il Maestro Vincenzo Valente (1830-1908) avrebbe aggiunto alla marcia funebre originariamente intitolata “Pianto Antico” (1857) un motivo finale ispirato proprio al richiamo mattutino dell’impaglia-sedie: «u’ conzasiegge c’aggiuste r’siegge». Da qui deriverebbe la denominazione con cui oggi la composizione è universalmente conosciuta.

La marcia funebre “U’ Conzasiegge”, considerata la più antica del repertorio locale, viene ancora eseguita immancabilmente il Venerdì Santo, all’uscita del Cristo Morto dalla chiesa di Santo Stefano e in via Sigismondo, dove un tempo abitava il Maestro. È forse il brano che più di ogni altro riesce a toccare il cuore e l’anima dei molfettesi, legando in modo indissolubile memoria popolare, musica e identità cittadina.

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