“Il viaggio della speranza” dei meridionali verso il Nord negli anni Sessanta: un servizio de La Settimana INCOM, il celebre cinegiornale italiano distribuito settimanalmente nei cinema dal 1946 al 1965, con interviste a un bambino di Molfetta impiegato in una pizzeria milanese e a un pizzaiolo di Bisceglie.
Milano, primi anni Sessanta. Le strade sono affollate, il traffico scorre senza sosta e le insegne luminose illuminano la città anche di notte. È la capitale del lavoro, della modernità, delle opportunità. Ma è anche il punto d’arrivo di migliaia di uomini, donne e bambini che dal Sud Italia salgono sui treni con una valigia di cartone e una speranza ostinata: costruirsi una nuova vita.
A raccontare questo esodo silenzioso è La Settimana INCOM, lo storico cinegiornale che per quasi vent’anni ha accompagnato gli italiani nelle sale cinematografiche. Il servizio, andato in onda il 31 luglio 1964 e significativamente intitolato “Il viaggio della speranza”, è oggi una testimonianza preziosa di quell’Italia in movimento, sospesa tra nostalgia e futuro.
Le immagini scorrono veloci: la stazione di Milano, gremita di volti stanchi ma determinati; i mercati all’aperto dove lavorano venditori arrivati da Bari e da altre città del Mezzogiorno; le periferie in espansione, fatte di case popolari, cantieri e strade ancora incompiute. Il cronista INCOM entra in questi quartieri, ascolta le voci degli immigrati, raccoglie racconti di sacrifici, lavoro duro e adattamento.
Tra gli operai edili e i tassisti emigrati, tra chi lavora nei cantieri e chi guida per le strade della grande città, compare anche una scena che colpisce più delle altre. In una pizzeria milanese, il cronista intervista un bambino. È originario di Molfetta e lavora lì, lontano dalla sua terra, in un’età in cui dovrebbe forse pensare solo a giocare. Accanto a lui ci sono il pizzaiolo, arrivato da Bisceglie, e il proprietario del locale, napoletano. Tre storie diverse, unite dallo stesso viaggio verso Nord.
Il servizio prosegue con altre voci: una commerciante barese dietro il bancone del suo negozio di alimentari, un cittadino milanese appena coinvolto in un incidente, fino ad arrivare a un volto celebre come quello di Renato Carosone, ripreso in cabina di registrazione prima dell’intervista. Intanto, come un filo conduttore che non si spezza mai, tornano le immagini dei treni che arrivano in stazione e degli emigranti che scendono, uno dopo l’altro, portando con sé sogni, paure e dignità.
La Settimana INCOM, prodotta dall’Industria Cortometraggi Milano, fu per la generazione del dopoguerra uno dei principali strumenti di informazione. Ogni settimana, prima dell’inizio dei film, gli spettatori assistevano a brevi servizi che raccontavano l’Italia che cambiava. Molto prima dell’avvento del telegiornale, quelle immagini contribuivano a costruire una coscienza collettiva.
Oggi, a distanza di oltre sessant’anni, quel bambino di Molfetta resta un volto senza nome. Chissà chi è diventato, se vive ancora, se qualcuno tra i suoi familiari si riconoscerà in quelle immagini in bianco e nero. Il suo sguardo, fissato dalla cinepresa in un’estate del 1964, è però ancora lì a raccontare una storia più grande: quella di un Paese che si muoveva, soffriva e sperava.
Un documento di grande valore storico che abbiamo voluto riproporre ai lettori del nostro Magazine, perché la memoria, come quei treni, non smetta mai di arrivare.
Oggi, guardando quel filmato, si percepisce qualcosa che va oltre le immagini: il coraggio di chi lascia la propria terra, la nostalgia che si porta nel cuore e la determinazione a costruirsi un futuro, anche a costo di sacrifici immensi. Quei bambini, quegli operai, quei commercianti, quei pizzaioli sono i protagonisti di un’Italia che cambia velocemente, un’Italia in cui il Nord attrae e il Sud resiste, sospeso tra radici e desiderio di progresso.
Il piccolo di Molfetta, con le mani sporche di farina e lo sguardo attento del cronista, diventa simbolo di una generazione che ha conosciuto presto la fatica del lavoro ma non ha mai smesso di sperare. La sua storia, così come quella di migliaia di meridionali a Milano e in altre città del Nord, racconta un Paese in trasformazione, fatto di migrazioni interiori e di incontri, di fatica quotidiana e di piccoli gesti di resilienza.
E mentre il treno che porta gli emigranti in città riparte, lasciando dietro di sé il fischio della locomotiva e il rumore dei passi sui binari, restano le immagini, il ricordo e la memoria di quei volti. Perché ogni storia, anche la più piccola, contribuisce a costruire la storia più grande di un’Italia che, allora come oggi, sa rinascere dalle proprie speranze.
Rivedere quel cinegiornale oggi significa non solo guardare al passato, ma riconoscere il filo invisibile che collega generazioni diverse: l’emozione del viaggio, il coraggio della partenza, la dignità del lavoro e la forza della speranza. E, forse, ritrovare un po’ di noi stessi in quegli occhi curiosi di un bambino di Molfetta, che nel 1964 guardava Milano come un mondo nuovo da conquistare.








