Un piatto che racconta il mare, la saggezza popolare e i sapori autentici della nostra tavola

C’è un momento, nelle domeniche di una volta, che molti molfettesi ricordano ancora con emozione. È quello in cui, appena svegli, il profumo del ragù di polpo iniziava a diffondersi per tutta la casa. Bastava aprire la porta della cucina per capire che sarebbe stata una giornata di festa. Sul fornello il sugo bolliva lentamente, mentre il polpo cuoceva con pazienza, regalando a quel semplice tegame tutto il sapore del nostro mare.
Non era soltanto un primo piatto. Era un rito familiare, un gesto tramandato di madre in figlia, di nonna in nipote, capace di trasformare pochi ingredienti in una delle preparazioni più amate della tradizione gastronomica molfettese.
Del resto, il polpo è da sempre protagonista non solo della nostra cucina, ma anche della saggezza popolare. A testimoniarlo è un antico proverbio molfettese che ancora oggi racchiude l’essenza della sapienza contadina e marinara: “U púlpe se càosce che l’acqua so a stésse”. Tradotto in italiano significa: “Il polpo si cuoce nella sua stessa acqua”. Un proverbio che, a prima vista, sembra parlare soltanto di cucina. In realtà racchiude una lezione di vita. Significa che alcune persone, soprattutto quelle troppo sicure di sé e poco inclini ad ascoltare i consigli, finiscono inevitabilmente per pagare le conseguenze della propria presunzione. Proprio come il polpo che, secondo la migliore tradizione culinaria, raggiunge la cottura ideale nella sua stessa acqua, anche l’arroganza porta spesso chi la coltiva a cadere per colpa delle proprie azioni. La vera saggezza, insegna il popolo, sta nel saper aspettare senza intervenire, lasciando che siano gli eventi stessi a riportare equilibrio. Ma il proverbio lascia presto spazio ai profumi della tavola.
La ricetta del tradizionale ragù di polpo
Il segreto di questo piatto inizia dalla scelta del polpo. Deve essere freschissimo, sodo, dal colore grigio chiaro con leggere sfumature rosate, dotato dei suoi otto tentacoli e della caratteristica doppia fila di ventose. Per una buona riuscita della ricetta è preferibile sceglierne uno di almeno 600 grammi. Dopo averlo lavato accuratamente sotto l’acqua corrente, occorre pulirlo eliminando occhi, becco e ogni residuo presente nella sacca. In una casseruola si prepara un soffritto con olio extravergine d’oliva e cipolla tritata finemente. Chi ama un gusto più deciso può aggiungere un pezzetto di peperoncino e una foglia di alloro, che profumerà delicatamente il sugo. Quando il soffritto sarà ben dorato, si unisce il polpo, lasciandolo rosolare per qualche minuto prima di sfumarlo con un bicchiere di vino bianco.
A questo punto entra in scena la salsa di pomodoro, meglio se fatta in casa, con le conserve preparate durante l’estate, oppure ottenuta da pomodori freschi e maturi. La cottura deve proseguire lentamente, a fuoco dolce, per circa mezz’ora. Il tempo necessario perché il polpo diventi tenerissimo e il sugo assuma quella consistenza densa e vellutata che lo rende perfetto per condire la pasta. Prima di aggiungere il sale è sempre bene assaggiare: il polpo conserva naturalmente tutta la sapidità del mare e spesso non richiede ulteriori aggiunte.
La pasta, scolata rigorosamente al dente, viene mantecata direttamente nel ragù e completata con una generosa manciata di prezzemolo fresco tritato. Il risultato è uno di quei piatti che profumano di casa, di famiglia e di tradizione.
La variante delle grandi occasioni
Nelle famiglie molfettesi non manca una versione ancora più ricca e scenografica. Il polpo viene farcito con un composto di uova, pangrattato e formaggio grattugiato, quindi la sacca viene richiusa con uno stuzzicadenti e lasciata cuocere lentamente nel sugo. Una preparazione che rende il ragù ancora più saporito e che, ancora oggi, compare sulle tavole delle occasioni speciali.
Il ragù di polpo è molto più di una ricetta. È memoria collettiva, è il racconto di una città profondamente legata al suo mare, è il sapore delle domeniche trascorse in famiglia, quando il tempo sembrava scorrere più lentamente e il pranzo era un momento sacro di condivisione. Ogni forchettata racconta una storia. Quella di Molfetta, delle sue tradizioni e di una cucina che, con semplicità e autenticità, continua ancora oggi a emozionare.
Buona domenica e… buon appetito!








