Da piccoli ci dicevano che la pioggia era la pipì degli angioletti


Da un affettuoso ricordo d’infanzia condiviso da Angelo Boccanegra nasce una riflessione ironica sulle favole con cui un tempo gli adulti spiegavano ai bambini i misteri del cielo. E allora i tuoni cosa sono… scorregge angeliche o i segnali di un’indigestione celeste?
Illustrazione allegorica realizzata con l’intelligenza artificiale, ispirata al racconto umoristico di Angelo Boccanegra.

Ci sono racconti che non appartengono ai libri di fiabe, ma alla memoria delle famiglie. Piccole spiegazioni inventate dagli adulti per rispondere alle domande dei bambini, tramandate con il sorriso e custodite nel tempo come un patrimonio di tenerezza. Uno di questi ce lo regala Angelo Boccanegra, che condivide un ricordo capace di riportarci all’infanzia.

Cresci con certezze semplici, quasi eleganti. La pioggia? È la pipì degli angioletti. Un gesto innocente, quotidiano, quasi tenero. Il cielo diventa un grande asilo sospeso tra le nuvole, dove tutto ha una spiegazione rassicurante. E da bambino non fai troppe domande. Accetti quella risposta con naturalezza, sorridi e ti bagni perfino senza drammi, perché in fondo è solo… pipì angelica.

Poi, però, arriva quel periodo in cui il cielo sembra essersi dimenticato come si faccia a smettere di piovere. Una giornata passa. Due anche. Poi tre, quattro, cinque. E la pioggia continua, ostinata, con una dedizione che sfiora l’accanimento terapeutico. Ed è proprio lì che qualcosa comincia a incrinarsi. Perché quando non ricordi più l’ultima volta che hai visto il sole, quando l’ombrello diventa un’estensione del tuo corpo e le scarpe fanno “ciac ciac” anche dove l’asfalto sembra asciutto, allora alzi gli occhi al cielo e ti sfugge una domanda decisamente meno poetica: «Ma questi angioletti… che stanno combinando?»

Qui non siamo più davanti a una tenera spiegazione per bambini. Qui sembra che lassù abbiano perso completamente il controllo. Altro che nuvolette soffici. Viene quasi da immaginare un’intera comunità angelica che ha abusato di tisane drenanti, centrifugati detox e litri d’acqua “per depurarsi”, salvo poi scoprire di non aver previsto le inevitabili conseguenze. E come se non bastasse, arrivano i tuoni. Secchi. Potenti. Inequivocabili. Altro che il suono delicato di un’arpa celeste. Qui siamo su tutt’altra scala. È un rumore pieno, profondo, che non lascia molto spazio all’immaginazione. Ed ecco allora riaffiorare quella domanda che da piccoli forse non avevi mai avuto il coraggio di fare, per educazione o semplicemente per non rovinare l’incantesimo: «Va bene la pioggia… ma i tuoni?» Perché, se vogliamo mantenere una certa coerenza narrativa, le possibilità non sono poi così tante. E nessuna, a pensarci bene, è particolarmente elegante.

Forse il cielo non è quel luogo perfetto e immacolato che ci avevano raccontato. Forse lassù l’atmosfera è molto più conviviale. Si mangia, si beve, si ride, si esagera. E ogni tanto, inevitabilmente, scappa qualcosa. E noi, quaggiù, con l’ombrello piegato dal vento e i pantaloni bagnati fino al ginocchio, continuiamo a cercare una spiegazione poetica a un fenomeno che, visto da questa prospettiva, sembra decisamente più… terreno.

In fondo, forse, da piccoli non ci raccontavano bugie. Ci regalavano semplicemente una versione più dolce del mondo. Quelle piccole favole che servivano a rassicurarci e a farci guardare il cielo con meraviglia. Poi si cresce. Arrivano quei giorni in cui la pioggia sembra non voler concedere tregua e la fantasia lascia spazio all’ironia. Ma quel sorriso resta. Perché sono proprio queste ingenue invenzioni, tramandate di generazione in generazione, a ricordarci quanto fosse bella l’infanzia di una volta, quando bastava una semplice frase — «È la pipì degli angioletti» — per dare un senso anche alla pioggia più insistente.

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