Coda della Volpe, l’impianto da 6 milioni torna sotto esame. Gli atti chiariscono alcune cose, ma le domande aumentano


Dopo i rilievi emersi sul primo approfondimento siamo tornati agli atti. Il rischio sui quantitativi è effettivamente a carico del concessionario, ma resta da verificare il fabbisogno reale. E l’8 settembre la Regione ha prorogato ancora l’efficacia del PAUR.
Coda della Volpe, l’ex discarica. Un’area che, vista oggi dall’alto, restituisce un’immagine quasi spettrale: abbandono, strutture e vegetazione che sembrano riconquistare lentamente gli spazi. Più che una zona industriale, sembra lo scenario di una misteriosa Area 51 molfettese.

Dopo il nostro primo approfondimento sull’impianto per il trattamento e il recupero dei rifiuti da spazzamento stradale previsto in contrada Coda della Volpe, sono emerse alcune osservazioni che riteniamo utile prendere in considerazione. Non perché modifichino automaticamente il quadro che avevamo ricostruito, ma perché un approfondimento serio deve essere disposto a tornare sugli atti, verificare quanto scritto e distinguere ciò che è documentato da ciò che deve ancora essere accertato. È esattamente quello che abbiamo fatto. E il risultato non è una sentenza sull’impianto, né pretende di esserlo. È una ricostruzione più precisa della vicenda e, semmai, un ulteriore passo nell’approfondimento di un progetto che molti cittadini conoscono ancora poco, così come conoscono poco la lunga storia di Coda della Volpe. Una storia amministrativa che, evidentemente, merita di essere raccontata e documentata.

Paradossalmente, non abbiamo timore a dirlo, anche le osservazioni che arrivano dai lettori possono diventare un’occasione per andare oltre il primo livello della notizia. Se ci consentono di tornare agli atti, verificare meglio un dato, aggiungere un documento o formulare una domanda in modo più preciso, hanno comunque prodotto un risultato per noi utilissimo: tenere accesi i riflettori su vicende amministrative che troppo spesso rimangono ai margini del dibattito pubblico.

È, del resto, anche questa la ragione per cui esiste un sito come il nostro: occuparsi di ciò che non sempre trova spazio nel racconto quotidiano della politica e della cronaca locale, senza lasciarsi condizionare dalla necessità di semplificare tutto in una dichiarazione, in una polemica o in uno slogan. Destra e sinistra, quando si tratta di comunicazione politica, possono anche avere sensibilità diverse, ma spesso finiscono per utilizzare gli stessi strumenti: raccontare ciò che è immediatamente spendibile e lasciare sullo sfondo ciò che richiede tempo, documenti e lettura. Noi, invece, continuiamo a rivendicare proprio quel tempo.

Non abbiamo bisogno di chiedere il permesso a nessuno per ritenere una vicenda amministrativa meritevole di attenzione, né per decidere di approfondirla. Abbiamo però il dovere di farlo con rigore, tornando agli atti ogni volta che emerge un elemento nuovo e verificando, documenti alla mano, se ciò che abbiamo scritto debba essere confermato, precisato o eventualmente corretto.

Il rischio sui quantitativi è del concessionario. Ma questo non chiude la questione

Tra i rilievi emersi dopo il nostro primo approfondimento su questo impianto ce n’è uno che va recepito senza esitazioni. Negli atti della procedura di gara erano già indicate le quantità considerate nel modello economico-finanziario: circa 31.500 tonnellate nel primo anno, 40.500 nel secondo e 45.000 tonnellate annue a regime. E soprattutto, alla domanda relativa a cosa sarebbe accaduto nel caso di conferimenti inferiori alle previsioni, AGER aveva chiarito che non era previsto alcun quantitativo minimo garantito e che il rischio della domanda ricadeva sul concessionario. Questo dato va quindi aggiunto al quadro che avevamo ricostruito.

Ma attenzione: riconoscere questo elemento non significa che la domanda sulla sostenibilità dell’impianto venga meno. Significa semplicemente che deve essere formulata meglio. Non dobbiamo chiederci genericamente chi pagherà se arrivano meno rifiuti, perché gli atti della gara forniscono già una prima risposta: il rischio della domanda è posto a carico del concessionario.

La domanda successiva, dunque, è molto concreta: le quantità sulle quali è stato costruito il modello economico-finanziario sono ancora realistiche nel 2026? È questo il dato che deve essere verificato. E non si tratta di una domanda costruita artificialmente: nasce dalla durata ventiquennale della concessione, da un impianto dimensionato per arrivare a circa 45.000 tonnellate annue e da una tariffa di conferimento di 145 euro a tonnellata.

Sapere che il concessionario assume il rischio della domanda non esonera, quindi, dal verificare la sostenibilità dell’operazione. Al contrario, chiarisce meglio ciò che dobbiamo andare a controllare: i quantitativi effettivamente disponibili, le previsioni contenute nel PEF e la loro attualità rispetto alla situazione del 2026. È su questi numeri, e non sulle supposizioni, che va misurata la solidità del progetto.

45.000 tonnellate: il numero da cui bisogna ripartire

Il dato delle 45.000 tonnellate annue non è una nostra invenzione e non è un’ipotesi giornalistica. È la capacità indicata per l’impianto. Il punto, allora, non è più chiedersi se questa quantità sia prevista. Lo sappiamo. Il punto è capire da dove arrivino quelle 45.000 tonnellate, quali quantitativi siano effettivamente disponibili oggi e quali siano le previsioni aggiornate per i prossimi anni. È una differenza sostanziale. A 145 euro per tonnellata, 45.000 tonnellate corrispondono, a livello puramente aritmetico, a circa 6,5 milioni di euro di tariffa annua a pieno regime, prima di considerare IVA, meccanismi di aggiornamento, costi, componenti del PEF e tutte le altre variabili della concessione.

Questo non significa che l’impianto incasserà automaticamente quella cifra. Significa però che il quantitativo trattato rappresenta una variabile economica centrale dell’intera operazione. Ed è proprio per questo che continuiamo a chiedere i dati: quanti rifiuti da spazzamento sono stati effettivamente prodotti e raccolti negli ultimi cinque anni? Qual è oggi il quantitativo disponibile? Quali Comuni alimenteranno effettivamente l’impianto? Quali quantitativi sono destinati a Coda della Volpe e quali, invece, ad altri impianti? E soprattutto: quanto delle previsioni di fabbisogno formulate nel 2022 è stato aggiornato prima dell’approvazione definitiva del progetto esecutivo, avvenuta nel febbraio 2026? Sono domande precise. Non accuse.

Sei milioni pubblici: il punto non cambia

Anche sul finanziamento è necessario essere altrettanto precisi. I 5.973.671 euro non rappresentano il valore della concessione e non sono il costo complessivo dei 24 anni di gestione.Sono le risorse pubbliche destinate all’intervento. Gli atti AGER collegano espressamente quei fondi all’impianto di trattamento e recupero dei rifiuti da spazzamento stradale di Coda della Volpe. I 170,2 milioni di euro, invece, rappresentano il valore stimato complessivo della concessione nell’arco temporale previsto.

Su questo punto il nostro primo intervento aveva già fatto chiarezza. E proprio per questo non abbiamo scritto che l’impianto “costa 170 milioni”. Abbiamo scritto che esiste una concessione di quel valore complessivo. Sono due cose molto diverse. Ma c’è una cosa che non cambia: quasi sei milioni di euro di risorse pubbliche sono comunque legati alla realizzazione dell’opera. Non è un dettaglio. Non significa che siano soldi sprecati. Ma significa che è perfettamente legittimo chiedere quale risultato pubblico ci si aspetti da quell’investimento.

E adesso compare un documento nuovo

C’è poi un elemento che, rispetto al nostro primo approfondimento, merita di essere aggiunto perché è intervenuto proprio in questi giorni. L’8 settembre 2026, la Regione Puglia ha adottato la Determinazione Dirigenziale n. 289 relativa alla proroga dell’efficacia temporale del PAUR rilasciato nel 2021 per l’impianto di Coda della Volpe. Il provvedimento riguarda proprio il procedimento di VIA relativo all’impianto di trattamento e recupero dei rifiuti da spazzamento stradale. È un atto che va letto con attenzione e senza interpretazioni eccessive.

La proroga non dimostra che l’impianto non si farà. Non dimostra che il progetto sia sbagliato. Non dimostra, allo stato, neppure che esistano problemi tali da impedirne la realizzazione. Dimostra però una cosa molto più semplice e documentabile: a settembre 2026 l’iter amministrativo dell’opera continua a produrre nuovi atti e ulteriori passaggi. L’8 settembre, infatti, la Regione Puglia ha prorogato l’efficacia temporale del precedente provvedimento autorizzatorio relativo all’impianto di Coda della Volpe. E questo avviene mentre il progetto esecutivo era stato approvato il 24 febbraio 2026 e mentre le immagini dell’area da noi fotografata nei giorni scorsi restituiscono, almeno visivamente, un quadro che appare ancora lontano da quello di un cantiere entrato in una fase riconoscibile di concreta realizzazione.

Naturalmente una fotografia non sostituisce gli atti e non può dirci da sola se, nel frattempo, siano intervenute attività non immediatamente visibili. Ma proprio per questo diventa ancora più importante poter verificare cosa sia accaduto formalmente e materialmente dopo l’approvazione del progetto esecutivo. È proprio a questo punto che diventa necessario capire quali siano gli atti che devono ancora accompagnare il passaggio dal progetto alla realizzazione concreta dell’opera. Il verbale di consegna dei lavori, il cronoprogramma aggiornato, gli eventuali ordini di servizio e, soprattutto, gli atti che documenteranno l’effettivo avvio del cantiere. Le sospensioni, le riprese e i SAL, naturalmente, saranno documenti da verificare successivamente, quando e se i lavori saranno effettivamente entrati nella loro fase esecutiva.

La nuova proroga regionale aggiunge quindi un ulteriore elemento alla ricostruzione: non ci dice che l’opera non si farà, né ci dice perché sia stata necessaria la proroga, ma ci segnala che il quadro autorizzativo continua a essere oggetto di atti anche nel settembre 2026. A questo punto la domanda diventa molto concreta: questa proroga si inserisce semplicemente nel percorso formale necessario per consentire all’intervento di arrivare finalmente all’apertura del cantiere? E, soprattutto, quali sono gli atti che documentano oggi il passaggio dalla progettazione alla concreta fase realizzativa? 

È questo il punto che resta da verificare attraverso gli atti: non se l’opera sia stata autorizzata sulla carta, ma a che punto sia oggi la sua concreta realizzazione.

Dieci anni dopo, il tempo continua a essere una variabile

A Molfetta si parla spesso dei ritardi delle grandi opere quando questi diventano parte del dibattito politico. Il porto, il suo lungo percorso amministrativo e le questioni che periodicamente tornano al centro della discussione pubblica sono certamente temi importanti. Ma il punto che ci interessa, in questo caso, è un altro: perché parlare di tempi e ritardi soltanto quando diventano politicamente convenienti? Se il tempo necessario per realizzare un’opera è un elemento da valutare, allora deve esserlo sempre, indipendentemente dall’opera, dall’amministrazione che l’ha programmata o dalla convenienza politica del momento. È anche per questo che, nel nostro primo approfondimento, avevamo scelto di accendere i riflettori su un impianto che a Molfetta molti conoscono poco e che, probabilmente, ancora meno persone collegano alla lunga storia amministrativa di Coda della Volpe.

Gli atti, però, raccontano una vicenda che si sviluppa nell’arco di diversi anni. La progettazione viene avviata da AGER già nel 2020; l’Accordo di Programma per il finanziamento è del settembre dello stesso anno; il PAUR arriva nel 2021; nel 2022 vengono avviate le procedure di affidamento; la concessione viene sottoscritta nel 2023 e il progetto esecutivo arriva all’approvazione soltanto il 24 febbraio 2026.

E c’è un ulteriore tassello documentale che oggi possiamo aggiungere a questa cronologia. Nel procedimento di VIA avviato dalla Regione, il 25 febbraio 2021 il Comune di Molfetta espresse formalmente parere favorevole alla realizzazione dell’impianto. Nel documento vengono richiamati la funzione dell’impianto, il trattamento dei rifiuti provenienti dallo spazzamento stradale, la separazione della frazione pesante da quella leggera e la previsione che l’impianto operasse nell’ambito delle portate in ingresso delineate da AGER. Il parere richiamava inoltre la previsione di tariffe non superiori a quelle dello smaltimento in discarica e le ricadute ambientali ed economiche attese dall’intervento.

È un documento del procedimento del 2021 e va letto per quello che è: un parere favorevole espresso allora nell’ambito della Conferenza di Servizi istruttoria. Non è, evidentemente, una verifica delle condizioni economiche o dei quantitativi disponibili nel 2026. Ma è un altro tassello che consente di ricostruire con maggiore precisione la storia amministrativa dell’opera.

La nostra non è una critica al semplice fatto che un’opera pubblica richieda tempo. Sappiamo bene quanto possano essere complessi gli interventi infrastrutturali, soprattutto quando entrano in gioco progettazione, autorizzazioni ambientali, gare, concessioni e verifiche tecniche. Il problema che ci poniamo è un altro: quando un progetto attraversa così tanti anni, è ancora sufficiente verificare che fosse corretto nel momento in cui è stato concepito? Perché nel frattempo possono cambiare molte cose: i quantitativi di rifiuti disponibili, il sistema impiantistico, le esigenze dei Comuni, le condizioni economiche e persino le condizioni sulle quali era stato costruito il modello finanziario dell’intervento.

Ed è qui che il tempo diventa una variabile tutt’altro che secondaria. Non basta sapere che il progetto era adeguato nel 2021 o che l’operazione era sostenibile sulla carta quando è stata impostata. Occorre capire se quelle condizioni siano ancora attuali nel 2026.

Il recupero non equivale automaticamente alla chiusura del ciclo

C’è poi una questione che nel nostro primo approfondimento avevamo lasciato volutamente aperta e che, a nostro avviso, merita di essere ulteriormente approfondita. L’impianto nasce per trattare e recuperare i rifiuti provenienti dallo spazzamento stradale e la tecnologia prevista punta al recupero delle frazioni inerti attraverso il trattamento del materiale. Nel documento del Comune del 2021 si descrive il processo indicando nella frazione pesante — sabbia, ghiaia e pietrisco — circa il 70% del peso totale del rifiuto trattato, destinata al successivo avvio a recupero, mentre la frazione leggera viene indicata come destinata allo smaltimento. È un elemento importante perché consente di comprendere meglio, già sulla base degli atti, che il trattamento non determina automaticamente il recupero dell’intero quantitativo in ingresso.

E proprio per questo resta da capire cosa accade alla fine del processo: che cosa esce dall’impianto? Quanto materiale viene effettivamente recuperato? Quanto diventa materiale riutilizzabile? Quanto rimane invece come residuo? E quale sarà la destinazione di quel residuo? Quali impianti lo riceveranno e con quali costi? Sono domande che non mettono in discussione, di per sé, l’utilità del recupero dello spazzamento stradale. Servono piuttosto a capire dove si colloca realmente questo impianto all’interno della filiera.

Ed è qui che la nostra perplessità diventa più generale. Non stiamo dicendo che un impianto per il recupero dei rifiuti da spazzamento stradale sia inutile perché non risolve ogni problema del sistema. Stiamo dicendo una cosa molto più semplice: questo impianto rappresenta un anello della catena, non necessariamente tutta la catena. E se gli anelli successivi — dal trattamento del residuo alla sua destinazione finale — dovessero rivelarsi insufficienti, il problema non sarebbe risolto definitivamente. Semplicemente, si sposterebbe più avanti nella filiera.

Coda della Volpe non comincia nel 2026

C’è poi un’altra ragione per cui riteniamo che questa vicenda meriti di continuare a essere approfondita. Coda della Volpe non è una pagina bianca. L’area è storicamente legata alle attività di ASM e la stessa azienda documenta nei propri atti la proprietà del fondo rustico, di circa quattro ettari, e il rapporto dell’area con la gestione dei rifiuti nel corso del tempo. Anche l’attuale impianto, del resto, non nasce improvvisamente nel 2026. Gli atti AGER collocano l’avvio della progettazione nel 2020 e l’Accordo di Programma sottoscritto il 24 settembre di quello stesso anno destina specificamente 5.973.671 euro alla realizzazione dell’impianto di trattamento e recupero dei rifiuti da spazzamento stradale a Coda della Volpe.

Ma proprio perché l’area ha alle spalle una storia molto più lunga del progetto oggi in discussione, riteniamo utile ricostruirla prima di arrivare a qualsiasi conclusione. Non perché tutto ciò che è stato progettato o finanziato in passato debba essere considerato automaticamente uno spreco, ma perché progetti, finanziamenti, interventi realizzati o rimasti sulla carta e successive ipotesi di utilizzo costituiscono una storia amministrativa che merita di essere conosciuta e documentata.

È questa, dunque, una delle nostre prossime verifiche: tornare indietro nel tempo e ricostruire, atti alla mano, che cosa è successo a Coda della Volpe, quali progetti sono stati previsti, quali sono stati effettivamente realizzati, quali risorse sono state impegnate e come è cambiata nel tempo la destinazione dell’area.

Non abbiamo bisogno di dimostrare che l’impianto è inutile

Qui arriviamo al punto centrale. Il nostro compito non è dimostrare a tutti i costi che l’impianto di Coda della Volpe sia inutile. Non lo abbiamo scritto, non possiamo scriverlo oggi e non lo scriveremo finché gli atti e i dati non consentiranno di arrivare a una conclusione del genere. Allo stesso modo, però, non abbiamo alcun obbligo di considerare l’opera utile soltanto perché è stata progettata, finanziata, aggiudicata e autorizzata. Un’opera pubblica non diventa automaticamente necessaria perché ha superato tutti gli atti amministrativi che ne consentono la realizzazione.

Gli atti autorizzano e regolano un intervento; la sua utilità concreta, soprattutto quando si parla di un investimento destinato a operare per decenni, è una questione che può e deve essere verificata anche nel tempo. Ed è qui che per noi entra in gioco una regola molto semplice: lo stesso metodo deve valere per tutte le opere, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione che le ha promosse o dalle persone che le rappresentano.

Se è legittimo interrogarsi sui tempi, sui costi, sulle scelte progettuali e sui risultati di un’opera quando a governare sono amministrazioni di un certo orientamento, deve esserlo altrettanto quando quelle stesse decisioni arrivano da amministrazioni di orientamento diverso. Non ci interessa costruire una regola per ogni stagione politica. Ci interessa applicare sempre la stessa regola.

La sua utilità concreta si misura nel tempo. Si misura con i quantitativi, con i costi, con i risultati, con ciò che entra e con ciò che esce. E, soprattutto, si misura nella capacità dell’impianto di inserirsi realmente nel sistema complessivo della gestione dei rifiuti, producendo il risultato per il quale è stato concepito.

Le domande non sono una prova. Ma nemmeno un fastidio da archiviare

Su un punto siamo d’accordo: una domanda non è una prova. Ed è proprio per questo che continuiamo a fare domande. Un approfondimento sugli atti amministrativi deve mettere in fila i documenti, verificare i numeri, distinguere ciò che è certo da ciò che deve ancora essere accertato e chiedere agli enti pubblici gli elementi che ancora mancano. È quello che abbiamo fatto nel nostro primo approfondimento. È quello che stiamo facendo adesso e che continueremo a fare.

Nel corso di questa ulteriore verifica è emerso anche un nuovo atto: l’8 settembre 2026 la Regione Puglia ha adottato la Determinazione Dirigenziale n. 289, con la quale ha prorogato l’efficacia temporale del PAUR rilasciato nel 2021 per l’impianto di Coda della Volpe. È esattamente questo il senso del nostro lavoro: non partire da una conclusione già scritta, ma verificare ciò che gli atti raccontano man mano che la vicenda procede.

Non abbiamo deciso a priori che Coda della Volpe sia un affare sbagliato; vogliamo capire, documenti alla mano, se l’operazione sia realmente sostenibile e utile per il sistema nel quale dovrà inserirsi. Per farlo servono gli atti, i numeri, i flussi reali dei rifiuti, il PEF e la convenzione aggiornati; serve sapere a che punto sia concretamente la realizzazione dell’impianto e che cosa accadrà alle frazioni non recuperate. E serve verificare il quadro impiantistico nel quale Coda della Volpe dovrà operare. Perché fare domande non significa avere già una risposta. Significa rifiutarsi di considerarla già scritta prima ancora di aver verificato gli atti.

Tenere accesi i riflettori

C’è una ragione semplice per la quale riteniamo utile tornare su questa vicenda: non tutte le opere pubbliche vengono seguite con la stessa attenzione e non tutte le questioni amministrative riescono a trovare spazio nel dibattito pubblico. Noi non abbiamo la pretesa di avere già tutte le risposte. Abbiamo però quella di tenere accesi i riflettori sulle vicende che riguardano denaro pubblico, patrimonio pubblico e scelte destinate a produrre effetti per molti anni. Se dagli atti emergerà che le nostre perplessità erano infondate, saremo i primi a scriverlo. Ma oggi qualche dubbio sulla concreta realizzazione dell’impianto lo abbiamo. Non abbiamo però elementi sufficienti per trasformarlo in una certezza e non lo faremo. Saranno gli atti, il cantiere e il tempo a dirci come finirà questa storia.

Altri hanno posto interrogativi sul futuro del nuovo porto. Noi riteniamo che la stessa attenzione debba essere riservata a Coda della Volpe e, più in generale, anche alle opere che nel tempo sono rimaste vittime, secondo la nostra lettura, dell’effetto annuncio e di dinamiche che meritano di essere verificate. Non per stabilire oggi come finirà questa storia, ma per poterla raccontare domani quando avremo davanti tutti gli atti necessari per farlo.

Nel frattempo, continueremo a guardare.

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