A Molfetta il centro civico-affarista ci riprova. Ma questa volta “i conti” non tornano


Un’operazione vecchia che si ripresenta come nuova: dividere gli schieramenti per occupare il potere, mentre la città paga il prezzo dell’immobilismo, degli scandali e del malgoverno di chi tenta di rientrare dalla finestra.
Molfetta tra luce e nebbia.

A Molfetta la storia si ripete con una puntualità quasi imbarazzante. Ogni volta che il quadro politico entra in crisi, ogni volta che destra e sinistra faticano a strutturarsi, ricompare puntuale la solita scorciatoia: il centrismo civico-affarista. Un’operazione stanca, già vista, che si ripresenta come novità ma odora di vecchio potere. Un contenitore opaco di liste e listucole nate non per governare, ma per occupare il potere. Non per risolvere problemi, ma per garantirsi sopravvivenza politica e accesso alla solita, ben nota, “mangiatoia comunale”.

Si autodefiniscono moderati, responsabili, pragmatici. “Quelli del fare”. In realtà sono quelli del fare affari, del galleggiare, del tenere tutto fermo pur di restare a galla. Dietro la narrazione rassicurante si nasconde sempre lo stesso schema: spaccare destra e sinistra, indebolire ogni identità politica riconoscibile e piazzare al comando figure logore, prive di visione, di competenza politica e soprattutto di consenso reale tra i cittadini il cui voto è libero da ricatti clientelari. Personaggi che non vincono mai da soli e che per questo cercano scorciatoie. Gli stessi nomi, gli stessi metodi, le stesse facce che Molfetta conosce fin troppo bene. Non portatori di un’idea di città, ma di un interesse personale più o meno camuffato.

Il copione è arcinoto: pescare voti un po’ a destra e un po’ a sinistra, disarticolare gli schieramenti, sabotare sul nascere qualsiasi tentativo di costruire alternative politiche autentiche. È un gioco cinico, freddo, interamente tattico. Nessuna idealità, nessuna prospettiva di sviluppo, nessuna visione urbana o sociale. Solo il potere come fine, la gestione come rendita, il Comune come “terreno di compensazione”.

I centristi locali, insomma, ci riprovano. Ancora. Con l’arroganza tipica di chi pensa che nulla sia cambiato, che l’elettorato sia distratto, stanco o smemorato, che basti una nuova sigla per cancellare anni di fallimenti amministrativi e politici. Parlano di stabilità e buon governo, ma il bilancio delle loro stagioni di potere racconta tutt’altro: una città più fragile, più confusa, più impoverita politicamente, segnata da opacità, scandali e immobilismo. Altro che competenza: continuità del peggio!

Questa volta, però, il contesto è diverso. E qualcuno sembra non averlo capito. I conti non tornano più. Non con l’oste, ma con più osti: quelli di destra e quelli di sinistra, che non appaiono affatto disponibili a farsi usare come carne da macello elettorale.

A destra stanno emergendo figure politiche vere, riconoscibili, con radicamento sociale, esperienza amministrativa e consenso. Non comparse, non figurine da lista civica. Persone che parlano a un elettorato preciso e che difficilmente accetteranno di farsi risucchiare in un progetto centrista ormai smascherato da una larga parte dei cittadini per quello che è: una manovra autoreferenziale, opportunistica, quando non apertamente clientelare. La destra, piaccia o no, sembra aver imparato la lezione e mostra una crescente indisponibilità a farsi smontare pezzo dopo pezzo. Il segnale è chiaro: costruire una vera alternativa di centrodestra, non l’ennesimo compromesso al ribasso.

Ma anche a sinistra il clima è cambiato. Non c’è più spazio per il ruolo di serbatoio di voti da saccheggiare a beneficio di operazioni ambigue. Dirigenti e militanti non intendono tornare alle vecchie alchimie, dove l’identità politica veniva sacrificata sull’altare di un centrismo che nei fatti ha significato affarismo, malaffare e gestione opaca del potere. Una parte consistente dell’area progressista non starà a guardare mentre si tenta, ancora una volta, di sottrarre consenso senza uno straccio di progetto condiviso, magari con la complicità dei soliti noti, professionisti dell’inciucio, specializzati nel “mischiare tutto” pur di continuare a fare affari a ogni livello.

Il punto è uno solo: il cosiddetto “grande centro” viene riproposto come soluzione neutra, tecnica, inevitabile. Ma non c’è nulla di neutro in un’operazione che serve esclusivamente a occupare il potere. È una scelta politica precisa, regressiva, e come tale va giudicata. I cittadini, questa volta, sapranno distinguere tra alleanze costruite su idee e programmi seri di buon governo e operazioni messe in piedi solo per vincere e perpetuare la cattiva amministrazione del passato – o peggio per sopravvivere nonostante tutto ciò che è emerso negli ultimi anni.

Spaccare destra e sinistra funziona solo quando dall’altra parte c’è rassegnazione. Oggi quella rassegnazione non c’è più. C’è invece una reazione chiara, determinata, trasversale. Ed è una buona notizia per Molfetta. Chi ha ambizioni politiche reali, consenso e una visione – giusta o sbagliata che sia – non accetterà di fare da stampella a chi vive di equilibri artificiali e manovre di palazzo. Il rischio per il centrismo affarista è evidente: continuare a credere che Molfetta sia ferma a dieci o quindici anni fa. Ma Molfetta è cambiata. L’elettorato ricorda. Le manovre troppo scoperte vengono lette per quello che sono. E il tempo delle operazioni “furbe” potrebbe essere finito davvero.

Questa volta il centrismo affarista rischia seriamente di schiantarsi contro una realtà che non controlla più. E a destra come a sinistra c’è chi non ha alcuna intenzione di farsi mettere da parte.

- / 5
Grazie per aver votato!
Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.