Quando il cerchietto raccontava i sogni delle donne: ricordi di un’arte antica


C’era un tempo in cui le donne, sedute davanti all’uscio di casa o sulle scale degli androni, trasformavano lino, cotone e seta in autentici capolavori. Un viaggio nella memoria ispirato ai racconti di Angelo Boccanegra, che ci riporta in un’epoca in cui il ricamo era lavoro, tradizione, condivisione e speranza.
Donne intente a ricamare con il tradizionale “cerchietto” davanti all’uscio di casa, in una tipica scena di vita quotidiana degli anni Cinquanta e Sessanta. Il ricamo era non solo un lavoro, ma anche un momento di condivisione, di socialità e di trasmissione di antichi saperi.

Altro tuffo nei ricordi, questa volta per raccontare una storia che difficilmente troveremo nei libri di storia, ma che appartiene alla memoria più autentica della nostra comunità. È la storia silenziosa delle donne di Molfetta, delle loro mani pazienti e operose, della loro creatività e di un’arte antica che si tramandava di madre in figlia.

Prendendo spunto da uno dei racconti di Angelo Boccanegra, torniamo in un tempo in cui bastava attraversare un vicolo della città, dalla primavera fino all’autunno inoltrato, per imbattersi in piccoli laboratori all’aria aperta. Davanti alle porte delle abitazioni, sedute sulle scale degli androni o all’ombra delle case a piano terra, donne e ragazze ricamavano con il loro inseparabile “cerchietto”, trasformando le ore del pomeriggio in un momento di lavoro, di socialità e persino di preghiera.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso le donne non erano soltanto mogli, madri, casalinghe o lavoratrici nei campi. Molte erano anche maestre di cucito e di ricamo, vere depositarie di un sapere antico che trasmettevano con pazienza alle bambine e alle ragazze del quartiere.

Erano tante, infatti, le giovanissime che, ancora prima dell’adolescenza, iniziavano questi piccoli “corsi” direttamente nelle abitazioni delle maestre. Dopo alcuni anni di apprendistato, svolto senza alcun compenso ma ricco di insegnamenti, le allieve imparavano dapprima i lavori più semplici, per poi cimentarsi nell’arte del taglio, dell’imbastitura, del punto lento e delle cuciture a macchina. Con il tempo arrivavano a confezionare lenzuola, tovaglie, asciugamani, camicie da notte e biancheria destinata ad accompagnare un’intera vita familiare.

Tra tutte le tecniche, una delle più affascinanti era proprio quella del cerchietto. Su un lenzuolo o su altri tessuti, una disegnatrice particolarmente esperta tracciava con straordinaria abilità motivi floreali, paesaggi, ghirlande e decorazioni di ogni genere. Dopo aver eseguito il cosiddetto piegone, le ragazze iniziavano il paziente lavoro di ricamo, riempiendo quei disegni con sottili fili di lino, seta o cotone colorato, fino a trasformarli in autentiche opere d’arte.

Quell’arte, appresa nelle case delle maestre, proseguiva poi nelle abitazioni di ciascuna famiglia. Nella bella stagione era normale vedere le donne lavorare all’aperto, sedute davanti all’uscio di casa o sulle scale degli androni. Erano immagini di una quotidianità semplice che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca: il vociare delle vicine, i bambini che giocavano nei vicoli, il rumore degli aghi che attraversavano il tessuto e il tempo che sembrava scorrere più lentamente.

Erano davvero numerose le donne che esercitavano l’arte del ricamo. Alcune lo facevano come mestiere, altre insegnavano, molte ricamavano semplicemente per necessità o per passione. Tante lavoravano al proprio corredo o a quello di una figlia, di una sorella o di una nipote, corredi destinati a essere custoditi gelosamente e tramandati alle generazioni future.

La maggior parte di quei manufatti — lenzuola, federe, cuscini ricamati, tovaglie, asciugamani e biancheria di ogni genere — andava infatti ad arricchire il corredo della futura sposa. Era una dote preparata con pazienza nel corso degli anni, composta da decine e decine di pezzi accuratamente conservati. Non si trattava di un semplice vezzo: in un’epoca in cui le lavatrici non esistevano ancora e spesso mancava persino l’acqua corrente nelle abitazioni, disporre di numerosi cambi di biancheria era una vera necessità, soprattutto durante i lunghi mesi invernali.

Il corredo rappresentava molto più di una raccolta di tessuti. Era il simbolo dell’educazione ricevuta, della laboriosità della ragazza e persino del prestigio della sua famiglia. Nessun padre, fratello o fidanzato poteva curiosare tra quelle lenzuola ricamate prima del matrimonio. Tutto veniva custodito con estrema cura dentro grandi casse di legno, protetto dalla naftalina e profumato con mazzetti di spighe essiccate o lavanda.

Prima delle nozze, il corredo veniva spesso esposto alla vista di parenti, amici e conoscenti. Era un momento di orgoglio, ma anche di inevitabili confronti, commenti, ammirazione e, qualche volta, di invidie e maldicenze. Dietro quei ricami perfetti si nascondevano anni di sacrifici, di pazienza e di lavoro silenzioso.

Ogni ricamo custodiva anche qualcosa di molto più prezioso del semplice filo colorato. Conservava il ricordo di un’estate trascorsa tra vicine di casa, l’attesa di un fidanzamento, la speranza di un matrimonio felice, i sogni di una ragazza che immaginava il proprio futuro. Ogni punto sembrava fermare nel tessuto un’emozione, un desiderio, un frammento di vita.

Ricamo, pizzo, punto pieno, punto croce e tante altre tecniche scandivano le giornate di quelle ragazze che, con occhi pieni di speranza e dita instancabili, curavano ogni minimo particolare. Da quei fili nasceva qualcosa che andava ben oltre un semplice ornamento: prendevano forma autentici capolavori, destinati ad accompagnare le famiglie per decenni.

Ma il lavoro al cerchietto era anche un momento di aggregazione e di spiritualità. Prima di iniziare e al termine della giornata si recitava il Rosario. Era un gesto semplice, naturale, che univa il lavoro delle mani alla fede, trasformando quelle ore condivise in un piccolo rito quotidiano. Le bambine osservavano le più grandi, imparavano, ascoltavano racconti, consigli e confidenze, mentre il tempo sembrava sospeso.

Era questa la Molfetta di allora: una città fatta di gesti semplici, di tradizioni tramandate senza bisogno di libri, di saperi custoditi nelle mani delle donne. Fa quasi impressione pensare a quanto rapidamente siano scomparsi usi e costumi che sembravano destinati a durare per sempre. Il cerchietto oggi è quasi soltanto un oggetto della memoria, ma continua a raccontare una stagione della nostra storia in cui il lavoro, la pazienza, la condivisione e la solidarietà erano parte integrante della vita quotidiana.

Forse quell’arte non tornerà più a riempire i vicoli della città come un tempo. Ma finché continueremo a ricordarla e a raccontarla, anche grazie alle preziose testimonianze di Angelo Boccanegra, quei fili intrecciati con amore continueranno a cucire insieme la memoria della Molfetta che fu, preservando una delle pagine più autentiche e delicate della sua storia.

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