Sotto il centro storico giacciono cripte dimenticate, fosse comuni e secoli di dolore. Tra documenti storici, leggende popolari e misteri mai spiegati, c’è chi giura che, nelle notti più silenziose, Molfetta restituisca ancora le voci di chi non ha mai trovato pace.

C’è una Molfetta che tutti conoscono. Quella del mare, delle pietre bianche illuminate dal sole, dei pescatori, delle chiese e delle piazze affollate. E poi ce n’è un’altra. Una città che si sveglia quando le finestre si chiudono, quando i vicoli del centro antico restano deserti e il rumore del mare sembra confondersi con qualcosa di molto più antico. È la Molfetta che non compare nelle guide turistiche. La Molfetta che vive sotto i nostri piedi. Perché il centro storico non poggia soltanto sulla roccia. Poggia su secoli di sepolture, cripte dimenticate, conventi demoliti, antichi ospedali, cimiteri cancellati e fondamenta costruite sopra altre fondamenta, in un intreccio di vite e di morti che il tempo non ha mai realmente separato.
Chi conosce la storia della città sa che, scavando quasi ovunque nel borgo antico, prima o poi affiorano ossa. Teschi. Sepolture. Resti umani. Non è leggenda. È storia. Per secoli si seppelliva all’interno delle chiese, sotto gli altari, nei conventi e negli ospedali. I vivi pregavano sopra coloro che erano morti poche ore prima. Il confine tra il mondo terreno e quello dell’aldilà era sottile, quasi inesistente.
Nel 2009, durante gli scavi in Piazza Minuto Pesce, riaffiorarono decine di scheletri appartenenti all’antico convento di San Francesco della Scarpa, demolito alla fine dell’Ottocento per lasciare spazio al mercato del pesce. Non era la prima volta che accadeva. Già durante precedenti lavori erano emersi resti umani e reperti dimenticati dal tempo. La terra, a Molfetta, conserva tutto. Anche quello che gli uomini hanno cercato di cancellare. Ed è forse per questo che, attorno a certi luoghi, continuano a nascere racconti che si tramandano da generazioni. C’è chi racconta di aver percepito passi dietro di sé nei vicoli completamente deserti. Chi giura di aver sentito il rumore di catene provenire da edifici ormai vuoti. Chi parla di porte che si aprono lentamente senza che il vento possa esserne la causa. Chi evita ancora oggi alcune strade quando cala la notte. Sono racconti. Forse suggestione. Forse memoria collettiva. Oppure qualcosa che la razionalità non riesce ancora a spiegare.
Superata l’antica Porta della Terra, il borgo medievale cambia volto. Le torri sembrano osservare chi entra. Le cupole orientaleggianti emergono nell’oscurità come sagome immobili. Le pietre trattengono l’umidità e il silenzio sembra avere un peso. C’è chi sostiene che alcune fotografie scattate di notte abbiano restituito figure impossibili da identificare. Volti appena accennati dietro finestre murate. Ombre riflesse dove nessuno era presente. Illusioni ottiche, probabilmente. Eppure quelle immagini continuano a passare di mano in mano, alimentando un immaginario che appartiene ormai alla città.
La Chiesa della Morte, edificata sopra e accanto a sepolcri che hanno accolto migliaia di persone, rappresenta uno dei luoghi più evocativi del centro antico. Qui la storia e il simbolismo della morte convivono da secoli, alimentando racconti che ancora oggi vengono sussurrati più che raccontati. Ma forse l’aspetto più inquietante è un altro.
Molti edifici moderni sorgono esattamente sopra antichi conventi, cripte, ospedali e abitazioni medievali ormai scomparse. Le mura vengono abbattute. Le fondamenta restano. E con esse, secondo le leggende popolari, rimane anche qualcosa di più. Qualcosa che non appartiene più al mondo dei vivi.
Ogni città possiede una memoria. Quella di Molfetta sembra non voler essere dimenticata. Così, quando il vento percorre i vicoli stretti e fa vibrare gli antichi portoni, ogni scricchiolio diventa un dubbio. Ogni ombra sembra trattenere un volto. Ogni finestra chiusa può trasformarsi nello sguardo di qualcuno che aspetta da secoli.
Forse non esistono fantasmi. Forse esistono soltanto luoghi capaci di custodire così tanto dolore da continuare a raccontarlo. Oppure è il contrario. E allora, se una notte dovessi attraversare da solo il centro storico, prova a fermarti. Ascolta il silenzio. Se sentirai dei passi alle tue spalle, non voltarti subito. Potrebbe essere soltanto il vento. Oppure qualcuno che, da centinaia di anni, continua a percorrere le stesse strade senza sapere di essere già dall’altra parte.
![]() |
Mephisto: un’altra realtà di Nico LasE se tutto ciò che credi reale fosse solo un’illusione? Mephisto: un’altra realtà è un thriller avvolgente tra complotti e dimensioni parallele, dove nulla è come sembra. |







