Alla prodigiosa immagine mariana, raffigurata in stile bizantino sulla tavola giunta dalla Terra Santa a Molfetta il 2 ottobre 1188, sono attribuiti nei secoli numerosi miracoli

Il culto verso la Madonna dei Martiri risale al XII secolo, quando Molfetta, crocevia di importanti traffici marittimi e di pellegrini diretti verso la Terra Santa, entrò in relazione con una delle più antiche e suggestive immagini mariane della tradizione cittadina.
Secondo una consolidata tradizione, l’icona bizantina sarebbe stata portata a Molfetta dai crociati, costretti ad abbandonare la Terra Santa il 2 ottobre 1188, dopo le vicende seguite alla sconfitta di Hattin. In quei tempi, del resto, era consuetudine che coloro che tornavano dalla Terra Santa portassero con sé un ricordo del viaggio: quadri, crocifissi, frammenti di reliquie e altri oggetti di devozione. Non di rado tali oggetti venivano poi donati, in cambio di assistenza o ricovero, a benefattori oppure ai custodi delle varie staciones presenti sul territorio.
È certo, comunque, che nel giro di pochi anni il culto dell’icona mariana portata, secondo la tradizione, dai crociati assunse una crescente importanza. A contribuire alla sua diffusione furono certamente la particolare origine dell’immagine, legata alla Terra Santa, e la fama degli innumerevoli miracoli che le venivano attribuiti. Una devozione destinata a crescere al punto da rendere necessaria la costruzione di una basilica accanto all’Ospedaletto dei Crociati, che custodiva l’icona.
I miracoli della Madonna dei Martiri tra storia e leggenda
A proposito dei numerosi miracoli attribuiti alla Madonna dei Martiri, riportiamo di seguito le parole di P. Ludovico Vincitorio, che nel 1918 pubblicò un lavoro sul Santuario della Madonna dei Martiri, nel quale racconta, avvalendosi anche di qualche licenza storica, i miracoli compiuti dall’icona mariana nel corso dei secoli. Fra storia, tradizione e leggenda, la sua narrazione non fa altro che confermare l’enorme portata religiosa e devozionale che Molfetta ha sempre avuto nei confronti di questa antica immagine sacra, proveniente da un mondo lontano.
«In tempi remoti oltre doni di preziosi, come vasi d’argento, oggetti d’oro, offerti anche da grandi principi in segno di favore, si raccoglievano ogni sabato dei sacchetti di monete che arrivavano copiose. Se l’argento delle statue, delle lampade votive e dei sacri vasi non fosse stato impiegato per vari usi, particolarmente per il riscatto dei prigionieri nelle mani dei Barbareschi, ora vi sarebbe un grande tesoro. Il quadro si è conservato integro ed intatto dalle ingiurie del tempo e dalle scorribande dei Turchi.
Nel 1485 essi, infatti, incendiarono la cappella del Santuario della Madonna dei Martiri per distruggere l’immagine, ma non vi riuscirono, perché quest’ultima rimase intatta tra gli oggetti inceneriti e la cera delle torce pendenti, sparse sul pavimento. Incendiato il santuario, i barbari, con il ricco bottino di sacri arredi, cercarono di prendere il largo, ma per quanto si affaticassero a forza di remi, non vi riuscirono se non dopo aver restituito gli oggetti rubati. Un tale Colantonio di Santo avendo sottratto un vaso d’argento che era dinnanzi all’immagine, restò sull’istante con il braccio immobilizzato, né riacquistò il primitivo vigore se non dopo aver reso l’oggetto rubato».

«Negli anni 1561, 1621 e 1633 un’abbondante pioggia allagò il territorio di Molfetta e l’altare della sacra immagine, che si trovava nella parte più bassa del tempio, ne rimase immune. Aiuti d’ogni sorta furono offerti dalla Madonna dei Martiri ai suoi devoti: nel 1530 circa, in un assalto dei Francesi, Molfetta si vide manifestamente e validamente difesa da potentissime armate angeliche, capitanate dalla gloriosa regina dei Martiri, apparsa splendente nel cielo, che andava per le vie della città, chiamando ad alta voce i cittadini dormienti.
Altra volta durante un assalto dei Turchi, si elevò dalla parte del Santuario un impetuosissimo vento che li respinse dal lido; nel terremoto dell’11 maggio 1560 Molfetta non ebbe rovine.
Risuscitò alla vita parecchi morti, liberò dalle catene i condannati alla galera, rimarginò immediatamente piaghe e ferite, raddrizzò numerosi storpi e zoppi, guarì tisici e malati incurabili, ridiede la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la favella ai muti, salvò dalla morte partorienti, protesse i marinai dai pericoli, dalle disgrazie inerenti alla loro vita marinaresca, e mille altri casi di malattie e di sventure ebbero da lei miracoloso soccorso. Ad esempio, il nobile Antonio Marinelli e Fabrizio de Monte, chiusi nella torre di Bitonto e condannati alla pena di morte, furono un giorno prima della esecuzione della sentenza, trasportati nel territorio di Molfetta dove da alcuni contadini furono loro tolti i ceppi e le catene. Antonio Pascarello, figlio di un notaio molfettese, nel 1546, il sacerdote Tommaso Inchino ed il sacerdote Matteo nell’anno seguente, entrambi di Andria, furono richiamati dalla morte a nova vita.
Testimoniano i miracoli e i prodigi della Vergine di Molfetta, Giambattista Cibo, divenuto papa con il nome di Innocenzo VIII, il vescovo di Molfetta Sarnelli, gli incartamenti conservati nell’archivio vescovile, le documentazioni relative ai fatti ed i quadri votivi con i quali i beneficiati intesero tramandare alla posterità il ricordo delle grazie ricevute.
Oggi in memoria di tanti miracoli, si vedono delle tabelle votive appese ai muri presso la sua edicola antica, oggetti votivi d’oro e d’argento che ornano la sacra immagine nella ricorrenza della sua festa. Le innumerevoli grazie portarono nel 1756 il vescovo di Molfetta Orlando ad ottenere da Roma che il celebre Santuario dedicato alla Madonna dei Martiri, per singolare privilegio di grazia, venisse affidato alla Basilica Maggiore di S. Maria ad Nives di Roma godendo “ipso facto partecipe” non solamente del titolo di Basilica Minore, ma nel tempo stesso di tutti gli onori e privilegi inerenti e derivanti dalla concessione medesima. Anche il Papa Innocenzo VIII, già vescovo di Molfetta nel 1484 concesse in perpetuo il privilegio dell’Indulgenza Plenaria a tutti i fedeli che avessero visitato il Santuario nel giorno festivo dell’ottava di Pasqua ed in quello di Settembre. Infine è da segnalarsi che l’altare maggiore sul quale troneggia il quadro miracoloso della Vergine, da tempo immemorabile appartiene alla eletta schiera degli altari privilegiati.
La città di Molfetta che sin dall’antichità tenne sempre verso la Madonna dei Martiri un vivo e sentito culto di fede e d’amore la elesse a sua celeste compatrona accanto a San Corrado, protettore principale della città, perciò annualmente l’otto di settembre le rende solenni onoranze festive degne di un rilievo descrittivo».
L’assedio dei Francesi del 1529 e la leggenda della prodigiosa difesa
Accanto ai racconti sui miracoli attribuiti alla Madonna dei Martiri, la tradizione molfettese ha tramandato anche una leggenda legata a uno dei momenti più drammatici della storia della città: l’assedio dei Francesi del 1529.
Si tratta di una memoria popolare che, nel corso dei secoli, ha legato la protezione della città all’intervento dei suoi Santi Protettori. A questo proposito riportiamo il racconto di Saverio La Sorsa, pubblicato nel volume Leggende marinare di Puglia del 1937.
L’Assedio dei Francesi del 1529
«Un’altra leggenda che il popolo tramanda da secoli si riferisce all’assedio messo dai Francesi nel 1529, durante il quale la nostra città soffrì molti danni. Narrasi dunque, che il generale nemico, prima di iniziare il sacco, chiedesse informazioni al vescovo sulla resistenza che la città poteva offrire; il vescovo lo assicurò che il popolo era ormai rassegnato ed aveva deposte le armi. Ma quale fu la meraviglia del duce francese, allorché avvicinatosi coll’esercito alle mura, vide un grande castello, pieno di armati, con in cima S. Nicola, S. Corrado e la Madonna dei Martiri! Indignato dalla condotta del vescovo, il quale aveva mentito, volle dargli una lezione, e incontratolo per via che veniva in pompa magna a riceverlo, gli affibbiò un ceffone per punirlo della sua slealtà. Il vescovo, mortificato, osservò che non aveva detto bugie, perché egli non vedeva né fortificazioni, né armati; al che il generale nemico, stizzito, aggiunse:”non hai occhi per vedere la fortezza difesa da guerrieri e protetta da tre Santi!” Il vescovo voltò il capo e vide anch’egli il miracolo. Allora chiese scusa al francese dell’involontaria colpa, e lo pregò di far rispettare le chiese dei salvati. In memoria di questa prodigiosa difesa fatta dai Santi Protettori, il popolo innalzò loro tre statue che si vedono sull’antica porta della Cattedrale di San Corrado».

Una storia di corsari e di miracoli
Una nave naviga serena. Poi arrivano i corsari. Parte qualche colpo di cannone. Sono momenti concitati: la paura di essere catturati gela il sangue nelle vene dei marinai. I corsari non hanno pietà e, per un marinaio, essere catturato può significare diventare schiavo a vita. E poi il miracolo. La fuga. Il ritorno a Molfetta. Il voto alla Madonna dei Martiri.
Questa è una storia realmente accaduta nel 1812 e la conosciamo perché è, in qualche modo, “fotografata” su una tela appartenente alla collezione degli ex voto della Basilica della Madonna dei Martiri.
Nel Santuario della Madonna dei Martiri, nel Museo delle Arti Popolari, sono raccolti una moltitudine di oggetti e ricordi, tra cui numerosi ex voto, sia oggetti preziosi sia quadretti, le cosiddette tavolette ex voto.
Tra questi ultimi, il più antico e importante è proprio l’ex voto del 1812. Raffigura un “pirago”, un’imbarcazione a forma di piroga, un po’ più grande, denominato “L’Ardito”, capitanato dal padron Giuseppe Domenico Panunzio, che trasportava verso Trieste, Venezia o Ferrara un carico di olio e mandorle.
Non sappiamo dove avvenne l’assalto, ma sappiamo che l’imbarcazione fu attaccata da una nave turchesca. Di fronte all’imminente pericolo, il comandante invocò la Madonna dei Martiri, come facevano i marinai di quel tempo quando la vita era appesa a un filo. Riuscì così a sfuggire alla possibile predazione.
Al ritorno a Molfetta, naturalmente, visitò il Santuario della Madonna dei Martiri per ringraziare della grazia ricevuta. Non sappiamo quale somma di denaro lasciò in offerta. Sappiamo però che commissionò a un pittore molfettese un quadretto raffigurante la scena del tentato assalto. Ed è proprio questo quadro a diventare oggi una preziosa testimonianza della nostra storia marinara.
Il trabaccolo e la barca dei corsari
La tela mostra due tipi di imbarcazione: il trabaccolo, navicella tipica del Mare Adriatico, che nei secoli scorsi avremmo trovato presente in tutti i porti, compreso naturalmente quello di Molfetta, dove ce n’erano tantissime; e una piccola barca turchesca a vela latina, con una vela triangolare sul bompresso, molto veloce e agile e, proprio per questo, molto utilizzata dai pirati ottomani, che con i colpi di cannone cercano di obbligare la barca molfettese a fermarsi.
Il trabaccolo aveva delle auriche, particolari tipi di vela dalla forma trapezoidale, una vela triangolare, un fiocco sul bompresso e una randa armata in cima all’albero maestro. Era una barca antica e, in passato, ne esistevano tantissime anche a Molfetta. Era una navicella da pesca e/o da carico, tipica del medio e alto Adriatico, presente fino alla prima metà del Novecento in tutti i porti, dalla Puglia a Venezia, dagli approdi dell’arco costiero settentrionale all’Istria, per scendere lungo la Dalmazia fino all’Albania.
Dal Settecento al Novecento, sul trabaccolo viaggiavano le merci da un porto all’altro dell’Adriatico. Erano veri e propri cargo che navigavano sempre a pieno carico, con merci legali e, spesso, anche di contrabbando. Famose erano le doppie paratie ricavate a bordo. Non solo veniva riempita la stiva, ma spesso anche il ponte era occupato dalle merci, e l’abilità dei comandanti nel gestire queste imbarcazioni era leggendaria.
Il vero terrore del mare: la pirateria
Questo quadro è importante perché racconta la nostra storia. I marinai non temevano tanto le tempeste, perché erano bravissimi e affrontavano il mare con coraggio. Il pericolo maggiore era rappresentato dalla pirateria. Si rischiava non soltanto il furto delle merci, che poteva provocare ingenti danni economici, ma soprattutto di essere ridotti in schiavitù dalle bande dei pirati turchi. Quando questo accadeva, i molfettesi organizzavano delle collette per riscattare i prigionieri nelle mani dei barbareschi. Questi ultimi, al loro ritorno in patria, dovevano poi restituire i soldi del riscatto.
L’ultimo assalto a Molfetta è avvenuto nel 1815, presso la cala della Secca dei Pali, uno degli approdi storici della città, insieme a Cala di San Giacomo, prima della costruzione del nuovo porto. In quell’occasione, 18 marinai, tra uomini e ragazzi, furono sorpresi dai pirati e portati direttamente ad Algeri. Ritornarono a Molfetta nel 1818.
Gli ex voto: una memoria della città sul mare
Gli ex voto sono documenti di straordinaria importanza, così come lo sono quelli legati ai naufragi. Alcuni incidenti avvennero infatti in prossimità di Molfetta, fino alla seconda metà dell’Ottocento, e rappresentano anche le diverse fasi della costruzione del porto. Attraverso queste immagini possiamo dunque avere una visione nel tempo di come il porto venne progressivamente costruito.
Altri episodi, invece, avvennero in prossimità della costa dalmata, i cui porti erano ben conosciuti dai marinai molfettesi. Tanta era la familiarità con quegli approdi dall’altra parte dell’Adriatico che molti marinai molfettesi sposavano donne dalmate. Gli ex voto diventano così qualcosa di più di una semplice testimonianza di fede. Sono memoria popolare, documento storico, racconto di vita e, soprattutto, testimonianza del rapporto profondissimo tra Molfetta, il suo mare e la Madonna dei Martiri.
Dietro ogni tavoletta votiva c’è una storia: una tempesta, un naufragio, un assalto, una malattia, una prigionia, una fuga dalla morte. E, quasi sempre, dopo la paura arriva il ringraziamento. È questo il significato più profondo di un ex voto: fissare nel tempo la memoria di una grazia ricevuta. E forse non è un caso che proprio i marinai, uomini abituati a confrontarsi quotidianamente con l’incertezza del mare, abbiano affidato per secoli alla Madonna dei Martiri le loro speranze, le loro paure e il loro ritorno a casa. A Maria SS. dei Martiri, dunque, non soltanto per devozione, ma anche per memoria. Perché nelle storie dei miracoli, dei corsari, dei prigionieri, dei naufragi e dei marinai sopravvissuti c’è una parte profonda della storia di Molfetta: quella di una città che ha sempre guardato al mare, ma che dal mare ha conosciuto anche il pericolo, la lontananza e la paura. E quando una nave finalmente tornava in porto, dopo aver scampato il pericolo, spesso il primo viaggio non era verso casa. Era verso il Santuario. Verso quella Madonna alla quale era stata affidata la vita.

Fonti bibliografiche:
- Danilo Novara, Processione e Mistero, Festeggiamenti in onore di Maria SS. dei Martiri, dal web.
- Maria Laghezza Ricagni, La festa della Madonna dei Martiri a Molfetta (8 settembre), in Biblioreca di “Lares” (1961).
- P. Ludovico Vincitorio, Santuario di S. Maria dei Martiri, Ospizio dei già crociati, Tipografia Michele Conti (1918).
- Saverio la Sorsa “Leggende marinare di Puglia”, in «Lares», a. VIII, n. 2, 1937, pp. 106-130.
- Una storia di corsari e di miracoli a Molfetta, intervista di Corrado Pappagallo, del 4 agosto 2018, “Lungomare Italia”, “tour” del reporter Lorenzo Scaraggi lungo le coste italiane, a bordo del “complice” di mille imprese, il Vostok100k.








