Molfetta, l’impianto da 6 milioni per i rifiuti stradali. Le domande che restano aperte


A Coda della Volpe prende forma una concessione da oltre 170 milioni di euro complessivi. Il contributo pubblico è di quasi 6 milioni, la tariffa è di 145 euro a tonnellata e la gestione durerà 24 anni. Ma il fabbisogno reale è ancora tutto da verificare.
Il capannone dell’ex discarica. Mura di cinta e recinzioni rattoppate alla meno peggio. Un’aria da Area 51: UFO e robot, per ora, non pervenuti.

C’è un numero che colpisce subito, ma che rischia anche di essere letto male: 5.973.671 euro.

Sono le risorse pubbliche destinate all’impianto per il trattamento e il recupero dei rifiuti da spazzamento stradale previsto a Molfetta, in contrada Coda della Volpe. Un’opera che nasce da una programmazione del 2016, arriva alla gara nel 2022, alla concessione nel 2023 e soltanto il 24 febbraio 2026 vede approvato definitivamente il progetto esecutivo.

Poi c’è un altro numero, ancora più grande: 170.242.103,57 euro. 

Ma qui occorre fare subito chiarezza. Non è il costo di costruzione dell’impianto. È il valore complessivo stimato della concessione, che comprende anche la gestione pluriennale dell’impianto. La concessione avrà infatti una durata di 24 anni e prevede una tariffa di conferimento di 145 euro per tonnellata, oltre IVA.

Dunque il problema non è semplicemente stabilire quanto sia costata la costruzione. La domanda vera è molto più ampia: l’impianto sarà alimentato per 24 anni dai quantitativi di rifiuti necessari a garantire il funzionamento previsto e l’equilibrio economico dell’operazione? È questa la domanda dalla quale dovrebbe partire una vera inchiesta.

Dieci anni per arrivare al progetto esecutivo

La storia comincia nel 2016, quando le risorse vengono inserite nella programmazione regionale per il rafforzamento della dotazione impiantistica destinata ai rifiuti urbani. Nel 2020 arriva l’Accordo di Programma tra Ministero, Regione Puglia e AGER, con una copertura complessiva di 9.973.671 euro, dei quali 5.973.671 destinati specificamente all’impianto di Molfetta. Nel frattempo il progetto prende forma, ottiene il PAUR regionale nel settembre 2021 e nel novembre 2022 AGER indice la gara per la concessione relativa alla progettazione esecutiva, alla costruzione e alla gestione dell’impianto.

La gara viene aggiudicata al raggruppamento formato da C.I.S.A. S.p.A. e NAVITA S.r.l.. L’offerta determina una tariffa di conferimento di 145 euro a tonnellata, ottenuta attraverso un ribasso del 3,97 per cento sulla base di gara. Il 24 luglio 2023 viene sottoscritta la convenzione di concessione e il 23 agosto vengono avviate le prestazioni convenzionali. Ma i lavori di costruzione non partono semplicemente da quella data. La progettazione esecutiva è ancora da completare e proprio su questo fronte comincia una sequenza di proroghe e modifiche.

Nell’autunno del 2023 vengono concesse tre proroghe, per complessivi 100 giorni. Nel gennaio 2024 emerge inoltre una criticità relativa alla tettoia esistente: le verifiche strutturali non risultano pienamente soddisfatte e viene proposta la realizzazione ex novo della struttura.

Il 26 febbraio 2024 il RUP diffida il concessionario a consegnare la documentazione progettuale entro 60 giorni. Il 15 marzo arrivano gli elaborati modificati. Nel dicembre dello stesso anno INARCHECK trasmette il rapporto finale di verifica con esito “Conforme”. Nel 2025, invece, il progetto passa attraverso una nuova verifica di ottemperanza ambientale, conclusa senza la necessità di aggiornare il PAUR. Solo il 24 febbraio 2026 AGER approva formalmente il progetto esecutivo e modifica la convenzione.

Dieci anni, dunque, dall’origine finanziaria dell’intervento. Un tempo nel quale il sistema dei rifiuti è cambiato, sono cambiate le modalità di raccolta e sono cambiati i costi e gli equilibri economici. Ed è proprio qui che si apre il primo interrogativo. Ma quanti rifiuti ci sono davvero? Un impianto industriale ha bisogno di una materia prima. In questo caso la materia prima sono i rifiuti prodotti dallo spazzamento delle strade.

Sembra una questione banale, ma non lo è affatto. Perché un impianto progettato per funzionare per 24 anni deve poter contare su quantitativi sufficienti e relativamente prevedibili. Se quei quantitativi cambiano, diminuiscono o non corrispondono alle previsioni utilizzate per costruire il modello economico-finanziario, il problema non è soltanto tecnico. Diventa economico. Diventa contrattuale. E diventa, inevitabilmente, anche una questione di interesse pubblico.

La domanda da porre è quindi molto semplice: quanti rifiuti da spazzamento vengono prodotti oggi nel bacino destinato ad alimentare l’impianto? E ancora: quanti ne venivano prodotti quando il progetto fu concepito? Quanti ne sono stati effettivamente raccolti negli ultimi anni? Quali quantitativi sono stati utilizzati nel Piano Economico-Finanziario? E quelle previsioni sono ancora realistiche nel 2026?

La documentazione esaminata consente di ricostruire con precisione l’iter amministrativo dell’opera, ma non permette ancora di dare una risposta definitiva a queste domande. Ed è proprio questo il punto. Prima di giudicare l’utilità dell’impianto bisogna conoscere i numeri che dovrebbero alimentarlo.

Lo spazzamento non è un numero scritto sulla carta

La quantità di rifiuti da spazzamento non è una costante naturale. Dipende dall’organizzazione del servizio, dalla frequenza con cui vengono pulite le strade, dalle modalità operative e dalla quantità effettivamente raccolta. Per questo non basta prendere una previsione contenuta in un vecchio documento progettuale e considerarla automaticamente valida per i prossimi 24 anni. Occorre confrontarla con la realtà. Servono le serie storiche dei quantitativi prodotti e conferiti. Servono i dati dei servizi di spazzamento. Servono i contratti e i capitolati. Serve soprattutto capire quale sia oggi il bacino effettivo destinato a conferire i rifiuti all’impianto. Se i quantitativi reali fossero inferiori a quelli ipotizzati nel modello economico, bisognerebbe allora capire quali conseguenze produrrebbe questo scostamento. Chi sostiene il rischio? Il concessionario? Il sistema pubblico? Oppure il costo finisce, direttamente o indirettamente, sulle tariffe pagate dai cittadini? Sono domande alle quali non è possibile rispondere seriamente senza mettere sotto esame la convenzione e il Piano Economico-Finanziario.

Sei milioni pubblici, 24 anni di concessione

Qui è necessario tornare ai numeri. Il contributo pubblico complessivo destinato all’intervento è di 5.973.671 euro. Di questa somma, 5.002.103,57 euro costituiscono la quota destinata al concessionario, da corrispondere in funzione dell’avanzamento dei lavori e con saldo dopo il collaudo positivo dell’impianto. La restante parte comprende le spese del concedente e della stazione appaltante. Il valore stimato della concessione, invece, è di 170.242.103,57 euro. È una differenza fondamentale.

I 170 milioni non sono quindi “un impianto da 170 milioni”, così come i quasi 6 milioni di contributo pubblico non rappresentano necessariamente l’intero costo dell’opera. La formula economica della concessione comprende infatti la gestione pluriennale. Ed è proprio per questo che il dato dei 145 euro a tonnellata diventa centrale. Perché ogni tonnellata conferita produce un ricavo tariffario. E più a lungo l’impianto deve essere gestito, più diventa importante che le quantità previste nel modello economico siano realistiche. A questo punto l’inchiesta deve entrare nel PEF. Non basta conoscere la tariffa. Bisogna sapere su quale quantità di rifiuti è stata costruita quella tariffa.

Soil Washing: cosa entra e cosa esce?

Dal punto di vista tecnologico, l’impianto non è una semplice piattaforma di trasferimentoIl cuore del processo è il Soil Washing, un sistema attraverso il quale il materiale proveniente dallo spazzamento viene sottoposto a trattamenti finalizzati al recupero delle frazioni inerti. 

Il progetto prevede un impianto articolato, con vasche, separatori, vagli, sfangatrice, nastri, filtropressa, sistemi per il trattamento delle acque di processo e delle arie esauste, oltre alle strutture necessarie al conferimento e alla gestione dei materiali. Sono previste anche opere di mitigazione ambientale e sistemi di monitoraggio. La tecnologia, dunque, non è di per sé il problema. Il problema è capire che cosa accade concretamente al materiale una volta entrato nell’impianto. Quanto viene recuperato? Quanto diventa realmente materia riutilizzabile? Quanto rimane invece come residuo? Dove viene portato? Quanto costa smaltirlo? Quali impianti sono destinati a riceverlo?

Sono domande fondamentali perché recuperare una parte del rifiuto non significa necessariamente chiudere l’intero ciclo. La raccolta differenziata, il recupero e il riciclo rappresentano passaggi essenziali, ma da soli non sono sufficienti se a valle continuano a mancare impianti e soluzioni capaci di trattare ciò che resta e di trasformarlo, dove possibile, in una risorsa o in un materiale nuovamente utilizzabile. È proprio qui che si misura uno dei nodi irrisolti del sistema dei rifiuti in Puglia: non soltanto quanto si raccoglie e quanto si differenzia, ma cosa accade dopo, fino alla destinazione finale del rifiuto. Chiudere il ciclo significa infatti governare l’intera filiera, evitando che ciò che viene raccolto separatamente debba poi uscire dal territorio perché manca l’anello successivo della catena.

Un impianto può recuperare una frazione importante del materiale e continuare comunque ad avere bisogno di strutture esterne per la gestione dei residui. E allora il problema non è soltanto costruire un impianto. È capire dove finisce tutto ciò che dall’impianto esce.

Il vero banco di prova comincia quando si accende l’impianto

Nel settore dei rifiuti, la costruzione di un impianto viene spesso percepita come la soluzione di un problema. Ma un impianto industriale non termina con il collaudo. Da quel momento comincia la parte più delicata: deve essere alimentato, deve funzionare, deve essere mantenuto, deve rispettare i parametri previsti e deve sostenere i costi della propria gestione. La storia amministrativa dell’impianto di Coda della Volpe dimostra già quanto possa essere lungo e complesso arrivare alla fase esecutiva. Ora però comincia un’altra partita. Quella della gestione. Ed è qui che diventano decisivi il Piano Economico-Finanziario, la convenzione, il capitolato tecnico e il meccanismo tariffario.

Occorre capire quali siano gli obblighi del concessionario, quali siano le garanzie sui quantitativi, quali rischi economici restino a suo carico e quali eventuali conseguenze siano previste nel caso in cui i flussi reali siano inferiori alle previsioni. Senza questi documenti non sarebbe corretto affermare che l’opera sia un investimento sbagliato. Ma sarebbe altrettanto poco prudente considerarla automaticamente un investimento necessario e sostenibile.

E oggi, a che punto siamo?

C’è poi un’altra questione sulla quale bisogna evitare semplificazioni. Il progetto esecutivo è stato approvato il 24 febbraio 2026 e la durata contrattuale prevista per la costruzione è di 13 mesi. Ma dalle fonti esaminate nella relazione non emerge un verbale successivo che consenta di stabilire con certezza la data effettiva di consegna dei lavori. Questo significa che non è possibile, allo stato della documentazione disponibile, calcolare con certezza la data di ultimazione del cantiere. È un dettaglio tutt’altro che secondario.

Per capire se oggi l’opera sia in ritardo, in linea con il cronoprogramma o in una fase diversa da quella che immaginiamo, occorre acquisire il verbale di consegna, il cronoprogramma vigente, gli eventuali ordini di servizio, le sospensioni, le riprese e i SAL. Sono proprio questi alcuni dei documenti che AGER dovrebbe mettere a disposizione per consentire un controllo pubblico completo sull’attuazione della concessione.

E il Comune di Molfetta?

Anche su questo punto occorre fare chiarezza. Il Comune non è il soggetto concedente della grande operazione. La concessione è di competenza di AGER Puglia. La stessa documentazione comunale ha registrato l’intervento come “PROGETTO COMPETENZA AGER”, cancellando la precedente previsione comunale di 10 milioni di euro. Questo non significa che Molfetta sia estranea alla vicenda. L’impianto sorgerà sul territorio comunale e gli elaborati progettuali prevedono espressamente la gestione delle interferenze e la separazione delle attività AGER e ASM. 

Proprio per questo sarà importante chiarire anche i rapporti patrimoniali e operativi tra Comune, ASM e AGER, a partire dalla disponibilità dell’area e dagli eventuali obblighi connessi all’intervento. Anche su questo fronte, la documentazione esaminata segnala la necessità di acquisire ulteriori atti.

La domanda non è se l’impianto esista. La domanda è se serva davvero così

A questo punto la questione può essere riassunta in una frase. L’impianto esiste sulla carta, è stato aggiudicato, ha una concessione, un concessionario, un progetto esecutivo approvato e una tecnologia definita. Quello che ancora deve essere dimostrato, numeri alla mano, è se il modello costruito intorno all’impianto sia adeguato alla realtà attuale. Per farlo bisogna mettere a confronto due mondi. Da una parte le previsioni contenute nel progetto e nel Piano Economico-Finanziario. Dall’altra la realtà dei rifiuti prodotti oggi.

Quante tonnellate vengono realmente spazzate e raccolte? Quante saranno disponibili per Coda della Volpe? Da quali Comuni arriveranno? Quanto materiale sarà recuperato? Quanto sarà scartato? Quanto costerà gestire quei residui? E soprattutto: che cosa succederà se tra qualche anno i quantitativi reali saranno inferiori a quelli previsti?

Sono queste le domande che possono stabilire se siamo davanti a una infrastruttura strategica oppure a un’opera dimensionata sulla base di un fabbisogno che oggi deve essere nuovamente verificato.

Sei milioni non sono ancora “buttati dalla finestra”

La provocazione va subito rovesciata, lo diciamo subito. Eravamo tentati dal riportarla come titolo, ma poi abbiamo fatto – a stento, lo ammettiamo – uno sforzo di moderazione e di equilibrio su questa vicenda, su questa ennesima vicenda di milioni di euro che gravitano intorno a Coda della Volpe. E allora rovesciamo subito la definizione.

Non possiamo oggi dire che i quasi 6 milioni di euro pubblici siano stati “buttati dalla finestra”. La documentazione disponibile non lo dimostra. Ma proprio per questo non possiamo nemmeno fermarci alla celebrazione dell’opera come soluzione già acquisita, perché a tutt’oggi non lo è, come dimostra lo stato dei lavori e come documentano anche le fotografie che accompagnano questo nostro approfondimento.

Quei quasi 6 milioni di euro sono risorse pubbliche. E dietro di essi c’è una concessione che impegnerà il sistema per 24 anni. Il vero interrogativo, quindi, non è soltanto quanto sia costato costruire l’impianto. È quanto costerà farlo funzionare per un quarto di secolo. E soprattutto se avrà davvero, anno dopo anno, abbastanza rifiuti da spazzamento da trattare secondo le previsioni sulle quali è stato costruito il suo equilibrio economico. Perché nel settore dei rifiuti il rischio più grande non è necessariamente costruire un impianto. È costruirlo prima di avere dimostrato, con dati aggiornati e verificabili, che per i prossimi 24 anni ci sarà davvero abbastanza materiale da farlo funzionare come previsto.

Ma Coda della Volpe merita un’attenzione ancora maggiore per un’altra ragione. Quello che oggi viene presentato come un nuovo intervento non nasce infatti in un’area qualunque. Quella che per molti molfettesi è diventata la “Cava dei Misteri” ha alle spalle una storia lunga almeno trent’anni, fatta di progetti che si sono susseguiti nel tempo, finanziamenti pubblici, annunci, cambi di destinazione, nuove ipotesi di recupero e opere che, almeno in larga parte, non hanno mai avuto la concreta realizzazione che era stata annunciata.

L’impianto per i rifiuti da spazzamento è dunque soltanto l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga. E proprio per questo, prima ancora di capire se questo nuovo progetto funzionerà, vale la pena chiedersi che cosa sia successo prima. Quanti progetti sono stati immaginati per Coda della Volpe? Quanti soldi sono stati stanziati? Quali opere sono state effettivamente realizzate e quali sono rimaste sulla carta? Quante volte è cambiata, negli anni, la destinazione di quell’area? E quanto è costato complessivamente alla collettività questo interminabile susseguirsi di progetti?

Sono domande alle quali non si può rispondere guardando soltanto all’ultimo progetto. Per questo torneremo presto su Coda della Volpe, ricostruendo, uno dopo l’altro, i progetti, i finanziamenti, gli atti amministrativi e le opere che hanno attraversato quest’area negli ultimi trent’anni.

Perché forse, per capire davvero l’ultimo progetto, bisogna prima raccontare tutto quello che è venuto prima.

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