Il pubblico ministero della Procura di Trani ha disposto il dissequestro dell’impianto di selezione della plastica dopo aver ritenuto superate le esigenze cautelari grazie agli interventi organizzativi adottati da ASM. La vicenda giudiziaria, però, è tutt’altro che conclusa: restano aperte le contestazioni della Procura e il procedimento nei confronti dei sette indagati. Ecco cosa è accaduto in questi mesi e cosa cambia da oggi.

Il pubblico ministero della Procura di Trani ha disposto oggi, 25 luglio 2026, il dissequestro dell’impianto di selezione della plastica di ASM Molfetta, situato in via Oleifici dell’Italia Meridionale. Si conclude così, almeno sul piano delle misure cautelari reali, una delle vicende giudiziarie che negli ultimi mesi ha maggiormente interessato la società partecipata del Comune di Molfetta. Diverso è invece il discorso sul fronte processuale: il procedimento penale prosegue e saranno i successivi sviluppi dell’inchiesta a chiarire le eventuali responsabilità delle persone coinvolte.
Per comprendere il significato del provvedimento adottato oggi occorre tornare all’ottobre del 2025, quando la Guardia di Finanza di Bari, su disposizione del GIP, eseguì un sequestro preventivo che riguardò il ramo d’azienda relativo all’impianto di selezione della plastica, del valore stimato di circa 600 mila euro, oltre a disponibilità finanziarie della società per circa 1,4 milioni di euro. Il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro superava quindi i due milioni di euro. Contestualmente il Tribunale dispose anche la nomina di un amministratore giudiziario, affinché l’impianto potesse essere gestito sotto il controllo dell’autorità giudiziaria senza interrompere completamente le attività.
L’indagine prende le mosse dal fallimento della Trasmar di Barletta, società operante nello stesso settore. Secondo l’ipotesi formulata dalla Procura, tra il 2017 e il 2023 ASM avrebbe acquisito l’impianto attraverso un contratto di rent to buy del valore di circa 594 mila euro, senza però corrispondere i canoni previsti. Una condotta che, secondo gli inquirenti, avrebbe contribuito al dissesto economico della società cedente, facendo scattare l’ipotesi di concorso in bancarotta fraudolenta.
Nel corso delle indagini sarebbero inoltre emerse ulteriori criticità nella gestione aziendale. Gli investigatori contestano modalità di trattamento dei rifiuti ritenute difformi rispetto alle autorizzazioni ambientali, con accumuli che avrebbero determinato la realizzazione di una discarica abusiva all’interno dell’impianto. L’inchiesta prende in esame anche presunte proroghe irregolari di alcuni appalti, il sensibile incremento del personale, passato nel giro di pochi anni da 21 a 47 dipendenti nonostante una gestione economica in perdita, alcune assunzioni ritenute riconducibili a familiari di esponenti politici e il mancato versamento di ritenute fiscali per oltre 1,4 milioni di euro.
Accanto alle contestazioni rivolte alle persone fisiche, la Procura aveva mosso rilievi anche nei confronti della stessa ASM ai sensi della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti, ipotizzando l’inadeguatezza dei modelli organizzativi adottati dalla società nella prevenzione dei reati ambientali. Un aspetto che assume oggi particolare rilievo, perché proprio su questo versante si concentrano gli interventi che hanno portato alla revoca della misura cautelare.
Un primo ridimensionamento delle misure cautelari era già arrivato nel novembre 2025, quando il Tribunale del Riesame dispose il dissequestro delle somme pari a 1,4 milioni di euro presenti sui conti della società, lasciando però ancora sotto sequestro l’impianto di selezione della plastica.
Nei mesi successivi la difesa di ASM ha quindi avviato un articolato percorso di adeguamento organizzativo, presentando alla Procura un’istanza di revoca del sequestro. La società ha nominato un nuovo responsabile dell’area tecnica, individuato nella figura di un ingegnere ambientale, ha aggiornato e rafforzato il proprio modello organizzativo integrandolo con il Sistema di Gestione Ambientale e ha sostituito integralmente i componenti dell’Organismo di Vigilanza, affidandone le funzioni a professionisti esterni e indipendenti. Si tratta di quello che, in ambito giuridico, viene definito un percorso di self cleaning, vale a dire l’adozione di misure concrete finalizzate a eliminare le condizioni che avevano favorito le presunte irregolarità contestate.
Alla luce di tali interventi il pubblico ministero ha ritenuto che fossero venute meno le esigenze cautelari che avevano giustificato il mantenimento del sequestro preventivo, disponendo quindi il dissequestro dell’impianto.
La riapertura dell’impianto, tuttavia, non coinciderà con un ritorno al modello gestionale del passato. La struttura non opererà più come centro ad alta tecnologia specializzato nella selezione spinta dei diversi polimeri e delle varie colorazioni della plastica, ma sarà riconvertita in un impianto comprensoriale con funzioni più contenute, dedicato prevalentemente alla macro-selezione e alla pulizia delle frazioni raccolte. L’attività sarà organizzata su un solo turno di lavoro, con sette operatori e con quantitativi di materiale sensibilmente inferiori e programmabili. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire il pieno rispetto dei limiti autorizzativi, evitando il ripetersi delle criticità contestate dagli inquirenti.
Per la città di Molfetta il provvedimento rappresenta comunque un passaggio importante, perché consente ad ASM di tornare nella disponibilità di una struttura strategica per il ciclo della raccolta differenziata della plastica. Resta tuttavia da verificare, nel corso dei prossimi mesi, se la nuova configurazione dell’impianto, inevitabilmente meno performante rispetto a quella originaria, sarà sufficiente a soddisfare il fabbisogno del territorio o se si renderà necessario ricorrere a soluzioni integrative per la gestione dei quantitativi raccolti.
È opportuno, infine, evitare un equivoco che spesso accompagna provvedimenti di questo tipo. Il dissequestro dell’impianto non rappresenta una pronuncia sul merito delle contestazioni formulate dalla Procura né comporta il venir meno delle ipotesi di reato. Il pubblico ministero ha semplicemente ritenuto che, alla luce delle modifiche organizzative e gestionali introdotte da ASM, non sussistano più le condizioni che rendevano necessario mantenere il vincolo cautelare sul bene. Le accuse formulate dagli inquirenti e le eventuali responsabilità delle persone indagate saranno invece valutate nel prosieguo del procedimento penale, secondo il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.
In altre parole, quello disposto oggi è un passaggio significativo sotto il profilo cautelare e gestionale, ma non costituisce il punto di arrivo della vicenda giudiziaria. È piuttosto una nuova tappa di un’inchiesta complessa che continuerà il proprio percorso nelle aule di giustizia, mentre l’impianto di ASM si prepara a riprendere l’attività con un’organizzazione profondamente diversa rispetto al passato.
Al di là del dissequestro disposto oggi, resta infatti un interrogativo che continua a meritare una risposta chiara e che rappresenta probabilmente il nodo più delicato dell’intera vicenda. Come è stato possibile che un impianto realizzato con risorse pubbliche, nato come patrimonio del Comune di Molfetta e successivamente confluito in ASM, sia finito nella disponibilità di un soggetto privato, la Trasmar di Barletta, per poi ritornare nuovamente ad ASM attraverso un contratto di rent to buy che, secondo l’ipotesi accusatoria, non sarebbe mai stato onorato con il pagamento dei canoni?
È una ricostruzione che, insieme alle altre contestazioni formulate dalla Procura, costituisce il cuore dell’inchiesta e sulla quale sarà naturalmente la magistratura a pronunciarsi. Sul piano dell’interesse pubblico, però, il percorso compiuto da quell’impianto non può non suscitare profonde riflessioni. Un bene realizzato con denaro della collettività non è un oggetto qualsiasi che può compiere un inspiegabile “giro di valzer”, passando dal patrimonio pubblico a quello privato e poi tornando nuovamente al soggetto pubblico senza che l’opinione pubblica si interroghi su come tutto ciò sia stato possibile. Comprendere le ragioni e le modalità di questo percorso significa andare oltre la cronaca giudiziaria e affrontare una questione di trasparenza amministrativa, di tutela del patrimonio pubblico e di corretto utilizzo delle risorse dei cittadini. Perché questa non è una storia da commedia all’italiana: è una vicenda amministrativa e giudiziaria che merita di essere chiarita fino in fondo.







