Non tutto ciò che una stagione amministrativa ha lasciato può essere letto soltanto attraverso le sue controversie. Il Museo del Pulo, il Centro Antiviolenza “Annamaria Bufi” e una città da rileggere senza cancellare né le ombre né le luci. Le immagini pubblicate sono tratte dalla bacheca Facebook di Paola Copertino.
Maggio 2016 — Paola Natalicchio al Museo Civico Archeologico del Pulo. La fotografia, pubblicata da Paola Copertino, restituisce il momento dell’inaugurazione del nuovo intervento di ampliamento e valorizzazione del Museo del Pulo, realizzato durante l’amministrazione Natalicchio.
Parlare sempre e soltanto delle cose negative finisce, prima o poi, per deformare la realtà. E soprattutto associare una persona esclusivamente agli eventi negativi che hanno caratterizzato una determinata stagione significa ridurre quella persona a una sola dimensione, quando invece l’uomo — e quando parliamo dell’uomo intendiamo naturalmente anche la donna — è per sua natura poliedrico, fatto di luci e di ombre, di scelte condivise e di scelte contestate, di errori ma anche di risultati. È una considerazione che vale anche quando si parla di politica e di amministrazioni comunali.
Ci sono aspetti dell’amministrazione guidata da Paola Natalicchio che molti cittadini non hanno condiviso. Su alcune scelte amministrative e politiche abbiamo espresso, anche noi, posizioni molto critiche. Lo abbiamo fatto pubblicamente e senza particolari sconti, come è nel nostro modo di intendere la comunicazione e l’approfondimento. Non abbiamo condiviso, per esempio, la gestione mediatica di alcune problematiche legate al porto e abbiamo discusso diverse decisioni riguardanti l’ASM, precisando anche allora che non tutte quelle decisioni potevano essere ricondotte esclusivamente alla responsabilità del sindaco. Tutto questo, però, appartiene alla lettura politica di quella stagione. La storia è un’altra cosa.
La storia non può essere costruita soltanto attraverso ciò che una parte della città ha contestato, né può essere riscritta ogni volta che cambia il giudizio politico su una persona. La storia amministrativa di una città è fatta di documenti, inaugurazioni, opere, decisioni, progetti, trasformazioni, iniziative culturali e sociali. Alcune hanno funzionato, altre meno. Alcune sono state condivise, altre contestate. Ma tutte contribuiscono a costruire la memoria collettiva.
Ed è proprio per questo che oggi ci ha colpito una serie di fotografie apparse sulla bacheca Facebook di Paola Copertino, giornalista locale che possiede una capacità che, a nostro avviso, merita di essere riconosciuta: quella di trasformare la propria bacheca in un aggiornamento praticamente continuo di ciò che accade a Molfetta e, contemporaneamente, in una sorta di archivio della memoria cittadina.
Inaugurazioni, eventi, appuntamenti, notizie, persone. Ma anche fotografie e ricordi di anni passati che, ciclicamente, tornano a riaffacciarsi nel presente. Forse è proprio questa una delle caratteristiche più interessanti della sua attività sui social: non limitarsi a raccontare ciò che accade oggi, ma ricordarci anche ciò che è accaduto ieri. E lo fa senza distinzioni, senza farsi condizionare minimamente da eventuali preferenze politiche, che naturalmente avrà, come è normale che sia. Non pensiamo affatto il contrario. Ma proprio questa capacità di andare oltre le appartenenze e di riportare alla memoria fatti, persone ed eventi della città, indipendentemente dalla stagione politica nella quale sono avvenuti, è ciò che oggi ci interessa sottolineare.
E tra le fotografie che abbiamo visto pubblicate o ricondivise sulla sua bacheca Facebook ce n’è una che ci ha fatto fermare un momento: quella relativa al Museo Civico Archeologico del Pulo. Qui, però, proprio perché parliamo di memoria storica, vale la pena essere precisi.
Il Museo Civico Archeologico del Pulo, allestito nella storica Casina Cappelluti, ex Lazzaretto, fu inaugurato ufficialmente il 25 novembre 2012, quindi prima dell’insediamento dell’amministrazione Natalicchio. La cerimonia si svolse alle ore 17 e prevedeva il taglio del nastro alla presenza del ministro per i Beni e le Attività culturali Lorenzo Ornaghi e la solenne benedizione del vescovo Luigi Martella. Era prevista anche la visita guidata all’interno del museo, curata dall’archeologa Francesca Radina, e una successiva presentazione dei lavori di recupero architettonico dell’ex Lazzaretto. Tra le autorità invitate figuravano rappresentanti delle istituzioni regionali, provinciali e cittadine, oltre all’allora commissario prefettizio del Comune di Molfetta Biagio de Girolamo e all’ex sindaco Antonio Azzollini.
Dunque no: non sarebbe corretto scrivere che fu Paola Natalicchio a inaugurare il Museo del Pulo. Ma sarebbe altrettanto scorretto fermarsi qui e dimenticare ciò che accadde dopo.
Nel febbraio 2014, infatti, l’amministrazione Natalicchio presentò la nuova gestione del Museo Civico Archeologico del Pulo, inaugurato nel 2012, con l’obiettivo di garantirne una fruizione più continuativa, compresa l’apertura del sabato e della domenica, le visite guidate in lingua, i percorsi didattici per gli studenti e nuove attività rivolte ai visitatori. La gestione fu affidata, attraverso una procedura pubblica, all’associazione consortile Polje.
Nella stessa occasione venne presentato anche il progetto di ampliamento e completamento del museo. L’architetto Antonio Conte illustrò gli interventi previsti negli spazi adiacenti al giardino e al manufatto, con la realizzazione di una sala riunioni, aule laboratorio e luoghi di incontro, con l’obiettivo di inserire maggiormente il museo nel contesto urbano e renderlo ancora più fruibile dai cittadini.
È una distinzione apparentemente piccola, ma per noi non lo è affatto. Perché raccontare la storia significa anche attribuire correttamente i meriti e le responsabilità. Il museo era già stato inaugurato nel 2012. L’amministrazione Natalicchio non lo inventò e non lo inaugurò. Ma ne sostenne la nuova gestione, ne promosse la riapertura e lavorò al suo ampliamento e alla sua valorizzazione. Sono fatti diversi e tutti meritano di essere ricordati.
La stessa logica vale per un’altra vicenda che oggi rischiamo di ricordare soltanto in modo sommario: il Centro Antiviolenza comunale “Annamaria Bufi”. Anche qui la storia è più articolata della semplice fotografia di un’inaugurazione. Del progetto si iniziò a parlare nel 2014. Nel novembre 2015 venne approvato il progetto e nel maggio 2016, durante l’amministrazione Natalicchio, la Giunta deliberò l’intitolazione del futuro Centro civico e antiviolenza di piazza Rosa Luxemburg ad Annamaria Bufi. Nel gennaio 2017 furono poi affidati i lavori per la realizzazione della struttura, con un finanziamento regionale di 598.252,25 euro.
Anche in questo caso, però, il progetto attraversò più amministrazioni. La struttura fu infatti portata a compimento dalla successiva amministrazione. Il servizio del Centro Antiviolenza “Annamaria Bufi” venne avviato il 7 giugno 2019, quando il Comune sottoscrisse il contratto di gestione con l’associazione Pandora. L’apertura ufficiale della sede era prevista per l’11 luglio 2019. La struttura si trova in piazza Rosa Luxemburg, in un edificio precedentemente adibito a ufficio postale. Ed è significativo che, nella presentazione del giugno 2019, fosse stato riconosciuto espressamente come il lavoro dell’amministrazione Natalicchio fosse stato portato a termine dall’amministrazione successiva: un progetto iniziato prima e completato dopo, con una continuità amministrativa che appartiene alla storia dell’opera molto più di quanto non appartenga alla polemica politica. È una staffetta amministrativa. E forse è proprio questo il punto che ci interessa raccontare.
Possiamo non aver condiviso una gestione amministrativa e contemporaneamente riconoscere ciò che quella gestione ha prodotto. Possiamo criticare alcune decisioni senza trasformare la critica in una condanna permanente della persona. Possiamo discutere delle ombre senza fingere che le luci non siano mai esistite. E questo, del resto, lo abbiamo fatto anche con altri protagonisti della vita politica e amministrativa della nostra città. Abbiamo raccontato persone attraverso le loro scelte, le loro opere, i loro errori, i loro risultati, le loro contraddizioni. Perché una città non è fatta di santini né di mostri. È fatta di persone.
Paola Natalicchio è stata sindaca di Molfetta per tre anni e quella stagione amministrativa appartiene ormai alla storia politica della città. Ma forse commetteremmo un errore a considerarla soltanto attraverso quella esperienza. È ancora oggi un personaggio politico rilevante e, a nostro avviso, una figura che non ha forse espresso fino in fondo tutte le proprie potenzialità. Vedremo. Ed è proprio per questo che preferiamo non consegnarla semplicemente al passato. La storia amministrativa racconta una parte del suo percorso, ma la storia politica di una persona non necessariamente si esaurisce con la fine di un mandato.
Il tempo, anche in politica, è spesso quello che consente di rileggere le esperienze, comprenderne meglio il significato e, talvolta, scoprire che alcune storie non erano affatto arrivate al loro ultimo capitolo. La fotografia pubblicata oggi da Paola Copertino ci ricorda semplicemente che una parte di quella storia esiste. E che, come molte altre cose accadute nella nostra città, oggi fa parte di un patrimonio di memoria che non appartiene più soltanto a chi governava Molfetta in quel momento. Appartiene a Molfetta. Ed è forse proprio questo il senso più autentico della memoria: non scegliere soltanto ciò che ci piace ricordare. Perché una città cresce anche quando riesce a guardare alla propria storia nella sua interezza. Con le ombre, certamente. Ma anche con le luci.
Noi siamo appassionati di storia e di storie. Ci interessano i personaggi, le vicende, le fotografie, i documenti, le inaugurazioni e tutto ciò che nel tempo ha contribuito a costruire la memoria della nostra città. Ci piace tornare indietro, cercare, confrontare, ricostruire. Non per nostalgia e nemmeno per riscrivere il passato secondo il presente, ma semplicemente per provare a comprenderlo meglio. Perché una città non si racconta soltanto attraverso ciò che accade oggi. Si racconta anche attraverso ciò che è accaduto ieri e attraverso le persone che, nel bene e nel male, hanno lasciato una traccia nel suo percorso.
E allora, forse, non è neppure questione di essere curiosi. È avere la passione per la storia e per le storie di Molfetta. E continuare, semplicemente, a tenere accesi i fari. Soprattutto quelli della ragione, che ci spingono a guardare le cose, gli uomini e le donne nella loro complessità, senza pretendere di rinchiuderli ogni volta dentro un’etichetta.
Lo diciamo una volta per tutte, anche se probabilmente non sarà l’ultima: le ideologie, sia quelle di destra sia quelle di sinistra, non ci appassionano. E voler ricondurre ogni fenomeno, ogni analisi e ogni valutazione necessariamente a destra o a sinistra ci sembra un modo piuttosto grossolano di leggere una realtà che è molto più complessa.
Soprattutto per chi, come noi, non crede più a un certo modo di fare politica, ma continua a credere alle cose. A quelle che vediamo, a quelle che possiamo documentare, a quelle che studiamo e cerchiamo di comprendere.
La vogliamo dire tutta? Alla maniera di Giorgio Gaber, potremmo chiederci: cos’è la destra, cos’è la sinistra? Forse, qualche volta, sono soltanto un altro modo per provare a ingabbiare e condizionare le libere intelligenze. Molti, naturalmente, non saranno d’accordo con questa nostra definizione. E magari da queste righe nascerà una discussione. La cosa, sinceramente, non ci dispiace affatto. Altrimenti, che Molfetta Discute saremmo?
Buon weekend.









