Le istituzioni non si raccontano in prima persona


Quando termina un incarico pubblico, il modo in cui si lascia una funzione racconta molto della concezione stessa delle istituzioni. Il vero protagonista non dovrebbe mai essere la persona, ma l’ente che, temporaneamente, è stata chiamata a rappresentare.
Le persone cambiano, gli incarichi terminano, ma le istituzioni continuano il loro cammino. La vera eredità di una funzione pubblica si misura nel rispetto del ruolo e nel patrimonio lasciato alla collettività.

Ogni funzione pubblica è, per sua natura, temporanea. Può trattarsi di un incarico politico, amministrativo, tecnico o dirigenziale. Può riguardare un Comune, una società partecipata, un ente pubblico o qualsiasi altra istituzione chiamata a operare nell’interesse della collettività. Cambiano i contesti, cambiano le responsabilità, ma un principio rimane immutato: nessun ruolo appartiene a chi lo esercita. È un principio semplice, eppure fondamentale.

Chi assume una funzione pubblica non diventa proprietario dell’istituzione che è chiamato ad amministrare. Ne diventa, piuttosto, il custode per un periodo limitato di tempo. La rappresenta, la guida, ne interpreta le finalità, ma non si identifica mai con essa. Può sembrare una distinzione teorica. In realtà è uno dei pilastri della cultura istituzionale.

Le istituzioni hanno una continuità che va ben oltre le persone. Esistevano prima di chi le amministra e continueranno ad esistere anche dopo. È proprio questa continuità a garantire stabilità, imparzialità e fiducia dei cittadini. Per questo motivo il momento in cui termina un incarico assume un significato particolare. Non rappresenta soltanto la conclusione di un’esperienza professionale, ma costituisce anche una prova di maturità istituzionale.

È proprio nel momento del congedo che emerge con maggiore chiarezza il modo in cui si è interpretata la funzione ricoperta. Chi lascia un incarico pubblico dovrebbe innanzitutto ricordare che il centro della comunicazione non è la propria vicenda personale. Non dovrebbero prevalere l’autorappresentazione, il racconto del proprio carattere, la rivendicazione delle proprie qualità morali o professionali, né la necessità di spiegare chi si è stati. La funzione pubblica non richiede autocertificazioni. Richiede sobrietà.

Il giudizio sull’operato di un amministratore appartiene ai cittadini, agli organi di controllo, ai risultati raggiunti e, in ultima analisi, alla storia amministrativa dell’ente. Non è qualcosa che possa essere costruito attraverso una narrazione personale. Ciò che realmente interessa alla collettività è altro. Quale istituzione si lascia. Quali obiettivi sono stati raggiunti. Quali criticità restano aperte. Quali sfide attendono chi subentrerà. Quali strumenti vengono consegnati a chi continuerà quel percorso. Sono questi gli elementi che contribuiscono a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Anche il linguaggio assume, in questo contesto, un’importanza particolare. Le relazioni umane, la stima reciproca, l’affetto e la gratitudine rappresentano una componente preziosa di ogni esperienza lavorativa. Nessuno mette in discussione il valore dei rapporti costruiti negli anni. Ma una comunicazione istituzionale richiede un linguaggio capace di distinguere la dimensione privata da quella pubblica. Non per renderla fredda o impersonale. Al contrario. Per renderla rispettosa del ruolo che si è avuto l’onore di ricoprire. Esiste infatti una differenza sostanziale tra guidare un gruppo di persone e rappresentare un’istituzione pubblica.

Le aziende partecipate, gli enti locali e tutte le amministrazioni pubbliche non sono comunità costruite intorno alla personalità di chi le dirige. Non sono il prolungamento del carattere, delle convinzioni o dello stile del loro rappresentante. Appartengono alla collettività. È proprio questo che distingue la leadership istituzionale da quella personale.

Chi esercita una funzione pubblica dovrebbe sempre avere la consapevolezza di essere parte di una storia molto più ampia della propria esperienza individuale. Ogni amministratore aggiunge un capitolo. Nessuno scrive l’intero libro. Ed è probabilmente questa la forma più alta di rispetto verso le istituzioni: riconoscere che esse valgono più delle persone chiamate, di volta in volta, a rappresentarle.

Lasciare un incarico significa allora compiere un ultimo atto di servizio. Non quello di raccontare sé stessi. Ma quello di consegnare, con discrezione e senso delle istituzioni, un patrimonio che appartiene ai cittadini. Perché nelle democrazie mature non sono le persone a dare prestigio alle istituzioni. Sono le istituzioni, quando vengono rispettate nei loro principi, a dare prestigio alle persone che hanno avuto l’onore di servirle.

Ogni amministratore aggiunge un capitolo. Nessuno scrive l’intero libro.
- / 5
Grazie per aver votato!
Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.