La maledizione di Palazzo Cappelluti e la Madonna che è rimasta a vegliare su Molfetta


Dalla leggenda del muro e della Madonna del Rosario raccontata da Fausta Anna Natalicchio, uno sguardo su un angolo della città dove la memoria popolare incontra la storia. E una fotografia notturna del 2015 di Nicola Sciancalepore riporta alla luce il fascino misterioso di un luogo sopravvissuto alla scomparsa di uno dei palazzi più belli di Molfetta.
L’edicola della Madonna del Rosario, avvolta dal silenzio della notte. Un piccolo angolo di Molfetta che custodisce una storia antica, sospesa tra memoria, devozione e leggenda. (Foto di Nicola Sciancalepore, 2015).

Ci sono storie che sembrano aspettare il momento giusto per tornare a farsi ascoltare. Rimangono nascoste nei racconti tramandati di generazione in generazione, negli angoli della città che attraversiamo distrattamente, in un muro davanti al quale passiamo tante volte senza fermarci a guardare. Poi qualcuno le racconta di nuovo e, improvvisamente, ciò che sembrava ordinario acquista un significato diverso.

È quello che ci è accaduto leggendo il bellissimo post di Fausta Anna Natalicchio, che riprende una storia raccontata da Mauro Boccassini: la leggenda del muro e della Madonna del Rosario, legata a un angolo di Molfetta e all’antico Palazzo Cappelluti, scomparso ormai da oltre mezzo secolo.

Il suo racconto ci ha riportato alla mente una fotografia notturna di Nicola Sciancalepore, una persona amabile, un grande amico di Molfetta Discute che continua a essere presente nei nostri ricordi. Nicola amava fotografare la città quando si faceva silenziosa, lontana dal rumore delle ore diurne. Ci faceva dono dei suoi scatti con una generosità che ricordiamo con affetto, quasi quotidianamente, e li intitolava con una formula che era diventata una sorta di sua firma: «La luce di Molfetta». Proprio con questo titolo avevamo raccolto le sue fotografie in un album della nostra pagina.

Erano immagini che raccontavano una Molfetta diversa, più tranquilla, nella quale la notte era ancora notte, il tempo del riposo e del silenzio. Una città che Nicola sapeva cogliere con sensibilità, cercando scorci e atmosfere che durante il giorno rischiavano di passare inosservati. Una Molfetta lontana da quella di oggi, nella quale anche le ore notturne sono spesso attraversate da vicende di ogni genere. Ma non vogliamo scomodare la cronaca quotidiana: non è mai stata la nostra unica ragione di interesse, senza nulla togliere al lavoro di chi se ne occupa. Siamo convinti, infatti, che una città non sia fatta soltanto di fatti da raccontare, ma anche di memorie da custodire, luoghi da riscoprire e storie che meritano di essere sottratte all’oblio.

Tra quelle immagini, realizzate nel 2015, c’è proprio uno scatto dell’edicola mariana che oggi, dopo aver letto il racconto di Fausta Anna Natalicchio, torna a parlarci con tutto il suo fascino misterioso. Una fotografia che ci restituisce non soltanto un angolo di Molfetta, ma anche lo sguardo di un amico che amava la sua città e sapeva regalarcene, ogni volta, una luce diversa.

È una fotografia che sembra appartenere a un’altra dimensione. La notte attenua i contorni, il silenzio avvolge le pietre e quella piccola immagine sacra sembra custodire qualcosa che va oltre ciò che l’obiettivo riesce a raccontare. Non sappiamo se sia soltanto suggestione, ma certi luoghi, soprattutto quando sono legati a una storia antica, sembrano avere una voce propria. E allora torniamo al racconto.

Secondo il racconto ripreso da Fausta Anna Natalicchio, un tempo, proprio di fronte a quel muro, sorgeva il palazzo dei nobili Cappelluti. Una dimora imponente, appartenuta a una famiglia influente, che dominava con la propria presenza una parte importante della città. A un certo punto, un altro nobile avrebbe voluto costruire un palazzo accanto a quello dei Cappelluti. Ma il progetto avrebbe incontrato la loro ferma opposizione, tanto da coinvolgere, secondo la tradizione popolare, persino l’autorità di un papa dell’epoca.

La controversia, narra la storia, si sarebbe conclusa con la vittoria dei Cappelluti. L’altro nobile, però, non avrebbe dimenticato l’affronto subito. Ferito nell’orgoglio, avrebbe pronunciato una sorta di profezia, destinata a diventare il cuore della leggenda. Quel muro, avrebbe dichiarato, non sarebbe mai stato abbattuto. Vi avrebbe fatto collocare una nicchia con la Madonna del Rosario, destinata a rimanere lì a guardare il palazzo fino al giorno in cui il palazzo stesso non fosse più esistito.

Una promessa, una sfida, forse una maledizione. O, più semplicemente, il modo in cui la fantasia popolare ha trasformato un’antica rivalità in una storia capace di attraversare i secoli. Il fatto suggestivo è che oggi Palazzo Cappelluti non esiste più, mentre il muro e la nicchia con la Madonna sono ancora lì. È questa coincidenza a dare forza al racconto e a far nascere la domanda che accompagna ogni leggenda riuscita: possibile che quanto era stato annunciato tanto tempo prima si sia davvero compiuto?

Naturalmente, non abbiamo elementi per stabilire se la profezia sia mai stata pronunciata davvero, né per ricostruire con certezza i personaggi e gli avvenimenti narrati dalla tradizione. La leggenda va accolta per quello che è: una testimonianza della memoria popolare, nella quale fatti, suggestioni e immaginazione si intrecciano fino a diventare patrimonio condiviso. Ma la storia documentata del palazzo, quella sì, ci consegna una vicenda concreta, e per certi aspetti non meno sorprendente.

Palazzo Cappelluti in una suggestiva cartolina panoramica d’epoca, probabilmente dei primi anni Cinquanta. Ripreso dall’alto, il palazzo domina lo scorcio urbano, con il Calvario sulla destra e la Villa comunale sulla sinistra. Un’immagine di una Molfetta scomparsa, che restituisce la presenza e l’imponenza di uno degli edifici storici più significativi della città.

Palazzo Cappelluti fu uno degli edifici più rappresentativi della Molfetta ottocentesca. La sua costruzione si inserì nella trasformazione urbanistica che interessò l’area dell’antico Largo della Porticella, destinata a diventare l’attuale piazza Garibaldi. La dimora, completata nel 1862, fu progettata da Corrado de Judicibus, architetto molfettese che contribuì in maniera decisiva a definire il volto della città moderna. Non era soltanto una grande residenza nobiliare. Era parte di un paesaggio urbano che raccontava ambizioni, gusto architettonico e trasformazioni sociali. Per oltre un secolo, la sua imponenza accompagnò la vita cittadina, diventando uno dei riferimenti visivi della Molfetta ottocentesca. Poi arrivò il tempo dell’abbandono. E, nei primi giorni di marzo del 1971, quello della demolizione.

Con la scomparsa del palazzo, Molfetta perse uno dei suoi edifici storici più significativi. Al suo posto sarebbe sorto un fabbricato moderno, ma nessuna nuova costruzione avrebbe potuto restituire interamente il valore architettonico e simbolico di ciò che era stato cancellato. La vicenda resta una delle pagine più discusse della storia urbanistica cittadina, come abbiamo ricordato nel nostro articolo dedicato a quella perdita.

È qui che la leggenda del muro assume un significato ulteriore. Perché, se la storia non ci consente di parlare di una maledizione come di un fatto reale, la successione degli eventi alimenta inevitabilmente la suggestione: il palazzo tanto difeso nella narrazione popolare è scomparso, mentre la Madonna che avrebbe dovuto assistere alla sua fine è rimasta al suo posto.

La maledizione di Palazzo Cappelluti, se così vogliamo chiamarla, appartiene dunque al territorio misterioso in cui la memoria collettiva cerca un significato per ciò che il tempo ha trasformato o cancellato. Non è una spiegazione storica della demolizione, ma una chiave narrativa con cui la città ha dato forma al ricordo di una perdita. E quella piccola nicchia non custodisce soltanto una leggenda. Attorno a quel muro si è svolta anche una parte della vita quotidiana dei molfettesi. Come ricorda il racconto di Fausta Anna Natalicchio, negli anni Cinquanta e Sessanta, dietro il muro c’erano un giardino e una lavanderia: spazi semplici, fatti di gesti consueti, di lavoro e di incontri. Luoghi che forse non entrarono nei libri di storia, ma che restano vivi nella memoria di chi li ha conosciuti. È proprio questo il fascino delle storie locali. Un grande palazzo può diventare oggetto di studi architettonici e di dibattiti sulla tutela del patrimonio; un muro, una nicchia e un’immagine della Madonna possono invece conservare il ricordo di voci, abitudini e racconti che altrimenti rischierebbero di scomparire.

La fotografia notturna di Nicola Sciancalepore, scattata nel 2015, ci restituisce oggi quell’angolo con uno sguardo particolare. Nicola amava cercare la luce quando la città si ritirava nel silenzio. I suoi scatti non erano soltanto immagini della Molfetta di notte: erano frammenti di una città osservata con attenzione, capaci di fermare atmosfere che spesso sfuggono a chi attraversa le strade senza guardarsi intorno. Ritrovare oggi quella fotografia, dopo aver letto il racconto, significa incontrare due forme diverse di memoria: quella visiva, affidata all’obiettivo, e quella orale, tramandata attraverso le parole. Entrambe ci restituiscono un luogo che è ancora lì, mentre tutto ciò che un tempo gli stava intorno è cambiato.

E forse è proprio questo il dettaglio più intrigante della storia: non occorre credere alle maledizioni per avvertire il fascino di certe coincidenze. Basta conoscere il passato di un luogo, sapere che cosa è scomparso e fermarsi a osservare ciò che è rimasto.

La Madonna del Rosario continua a vegliare dal suo muro. Di fronte, il grande Palazzo Cappelluti non c’è più. Tra le due immagini, quella reale e quella evocata dal ricordo, si apre uno spazio nel quale la storia documentata incontra la leggenda, la devozione si intreccia con il mistero e la memoria cittadina continua a interrogarsi sul proprio destino.

Ci sono storie che non chiedono necessariamente di essere credute. Chiedono, prima di tutto, di non essere dimenticate.

La Madonna del Rosario è ancora lì, sul suo muro, mentre Palazzo Cappelluti è scomparso da oltre mezzo secolo. Una coincidenza che alimenta la leggenda della profezia e della presunta maledizione del palazzo. (Foto di Nicola Sciancalepore, 2015).
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